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Hanji. Carta Coreana dei mille anni e arte contemporanea

di Daniela Trincia

Come la carta Hanji è il risultato di un lungo e laborioso processo, anche la mostra allestita nelle sale del romano Museo Bilotti è la conclusione di un intenso e dinamico percorso, che ha coinvolto diversi attori. Perché la mostra Hanji – Carta Coreana, oltre ai cinquanta artisti (di varie generazioni e linguaggi diversi) che hanno esposto le loro opere, ha altresì interessato l’Accademia di Belle Arti di Roma, e molti suoi studenti, in collaborazione con l’Istituto Culturale Coreano.

La collaborazione che si è potuta mettere in atto pure per una singolare e poco conosciuta particolarità: nella Capitale esiste l’unico laboratorio europeo specializzato nella produzione di questo tipo di carta. Ciò ha fatto sì che tale laboratorio sia divenuto, nel tempo, un punto di riferimento per tutti coloro che desiderano avvicinarsi a questa antica tradizione, artisti e no.

Una mostra senza uno specifico tema, se non quello della carta coreana che, nelle intenzioni degli ideatori, Claudio Libero Pisano, professore dell’Accademia di Belle Arti di Roma nonché coordinatore, insieme a Riccardo Ajossa, dell’intera operazione, ha un’interessante aspettativa:

 “creare delle connessioni  e di pensare anche a un nuovo modo di fare le mostre”.

La mostra è la conclusione di un percorso soprattutto collettivo, perché l’esposizione è stata preceduta da un vero e proprio studio in cui hanno operato, da pari a pari, gli artisti invitati ad esporre e gli studenti dell’Accademia, insieme ai docenti.

Un laboratorio che ha permesso, dunque, ad ogni partecipante di entrare letteralmente nella filosofia che sottostà alla produzione dell’Hanji, e all’articolato processo che conduce alla sua realizzazione, apprezzandone così la preziosità materiale e culturale (non dimentichiamo, infatti, che anche i giapponesi, durante la loro dominazione della Corea -1910-1945-, ne conoscevano pienamente la portata e per questo ne vietarono la produzione), attraverso un profondo contatto fisico che, necessariamente, comporta un’esperienza emotiva e formativa di sicuro impatto, ed una profonda conoscenza del valore del materiale.

Gli studenti che hanno partecipato al progetto si sono, quindi, dedicati a tutti gli aspetti col/legati a una mostra: dalla curatela alla comunicazione, dalla scrittura dei testi alla realizzazione dei QR, alla grafica, ai contatti con gli artisti, e così via, passando di fatto dalla teoria alla pratica, mettendo a frutto quanto fino ad allora appreso nel corso delle lezioni in aula.

All’inizio si è fatto cenno anche al laborioso processo necessario per la produzione di questo prezioso materiale. Materia ricavata dal legno dell’albero Dak, raccolto nei campi nei mesi di novembre e dicembre dagli artigiani che, come la carta stessa, fanno parte del Patrimonio Immateriale Unesco. Una volta raccolti, gli alberi vengono cotti in dei forni per separare la corteccia più esterna, ottenendo così il Pidak.

Questo viene immerso nell’acqua e scortecciato di nuovo ricavando il Baekdak, la parte bianca e più interna dei fusti, in seguito depurato dalle scorie rimanenti, asciugato e messo a riposo. Tutto quello che è stato scartato, viene bruciato, per ottenere la cenere dalla quale si ricava la lascivia.

Il Baekdak viene immerso nella lascivia, dopo di nuovo scosso per eliminare le impurità e lasciato fermentare per una settimana, per essere poi lavato, immerso nell’acqua e messo ad asciugare al sole per una settimana. Una volta asciutto, delicatamente viene sbattuto con una mazza su una tavola di legno, viene aggiunto un liquido per avviare il processo di Vebaltteugi.

Finalmente si ottiene la carta, posata su delle tavole di legno ad asciugare, per essere poi pressata per ricavare i pregiati fogli. Diversi sono gli utilizzi, dall’artigianato Jiseung (creazione di oggetti, quali ceste, cappelli, con l’intreccio stretto) all’artigianato Iiho (ovvero pasta di carta, per oggetti quali lampade, vasi, e così via).

Come detto, gli artisti coinvolti hanno dapprima realizzato materialmente la carta che hanno successivamente utilizzato per i loro lavori, in una singolare fusione della tradizione con la contemporaneità (fusione che certi artisti conducono da tempo, penso a Gianni Dessì).

È quindi di estremo interesse vedere come i diversi artisti, a seconda delle proprie inclinazioni e pratiche, hanno differentemente declinato l’Hanji, anche detta “carta dei mille anni” per la sua grande resistenza. E svariati sono gli elementi che nel loro insieme costruiscono un’atmosfera eterea e al contempo solida, trasmettendo un senso di leggerezza e ariosità (anche in quelle opere le cui tematiche sono tutt’altro che leggere, come per Le donne e la guerra di Bahar Hamzeh Pour, Fine pena mai di Maria Pia Picozza, Carte di Donatella Spaziani), attraverso lavori che hanno tradotto la sintesi della ricerca di ciascun artista. Salta subito agli occhi un certo scarto di approccio tra gli artisti e, quindi, le opere.

Di impianto più tradizionale, con un forte legame alla consuetudine, sono, infatti, i lavori realizzati dagli artisti di origine o, semplicemente, di cultura orientale (solo a titolo esemplificativo, si osservino Origin of Hanji di Lee Sunkyung, Untitled di Park Dongsam o Forest di Cho Byung-guk); più sperimentali e, comunque, più legati alla propria poetica e ricerca, sono quelli degli artisti di cultura occidentale (sempre a titolo esemplificativo basti guardare abracacometa di Zaelia Bishop, le tracce di Simone Cametti col suo Coniglio lunare o Lungimiranti di Bruna Esposito). Probabilmente perché più liberi dai condizionamenti che un simile millenario materiale racchiude nella sua essenza.

Forse, nella percezione di ogni singolo lavoro, una buona parte è dovuta dal bagaglio di nozioni di chi guarda? Chissà se anche questa stessa impressione è avvertita anche i fruitori con formazioni culturali differenti. Sicuramente, la malia è tutta in quel sentimento misto di nostalgia e memoria, essendo la carta il primo materiale col quale ognuno si raffronta, sin dalla tenera età, per esprimere/esprimersi, raccontare/raccontarsi, con segni e colori.

Oltre alla grammatura, all’opacità e alla resistenza, anche la seduzione potrebbe essere posta tra le principali caratteristiche di questo millenario prodotto che, in forme e momenti diversi, accompagna la quotidianità di ciascuno, anche dalla semplice evocazione (si pensi a “carta” di credito o a “carta” d’identità i cui supporti sono tutt’altro che cartacei), ad indicare quanto questo materiale sia fortemente radicato nelle comuni abitudini, molto meno rispetto al passato (chi non ha acquistato risme di carte da lettera?), tuttavia sempre largamente presente. “Non leggo l’ebook, per il fascino della carta” si sente dire da coloro che non sanno rinunciare al libro stampato.

Perché, con la carta, si instaura anche un rapporto fisico, tattile – far scorrere i polpastrelli sulla sua superfice, per avvertine la levigatezza o la ruvidità – anticipatore di quello visivo, e attivatore di una certa pulsione seduttiva.

Tornando alla mostra, agli artisti coinvolti è stata lasciata la massima libertà creativa, con la richiesta, però, di partecipare, come detto, al laboratorio per la realizzazione manuale della carta. Una libertà che ha quindi permesso ad ogni artista di esprimersi seguendo la propria poetica con l’utilizzo di un materiale, per alcuni inedito (penso a Tevere expo di Iginio De Luca), per altri in qualche modo più familiare perché, seppure in forme differenti, già utilizzato nei propri lavori (come per Bil e Otti di Marco Colazzo, Untitled di Stanislao Di Giugno, Co-operative zone di Marina Paris, Rose Rosa di Gioacchino Pontrelli).

Info mostra

  • Hanji – Carta Coreana
  • Artisti invitati: Riccardo Ajossa, Sonia Andresano, Simone Bacco, Zaelia Bishop, Elena Bordacconi, Cho Byung-Guk, Giulia Cabassi, Simone Cametti, Park Chul, Adelaide Cioni, Marco Colazzo, Iginio De Luca, Stanislao Di Giugno, Park Dongsam, Bruna Esposito, Kim Eun-Hee, Jang Eung-Yeol, Elisa Garrafa, Iulia Ghita, Fabio Giorgi Alberti, Luca Grechi, Matilde Guarnieri, Lee Gunhee, Bahar Hamzeh Pour, Jeon Yekyoung, Claudia Hyunsook, Lee Ji Hyun, Jung Ji Youn, Kim Jungsoon, Kim Keum-Ja, Felice Levini, Silvia Lo Presti, Olivia Magnani, Oh Myung Hee, Elena Nonnis, Marina Paris, Gianna Parisse, Alessandro Piangiamore, Maria Pia Picozza, Gioacchino Pontrelli, Eugenio Ranieri, Rojo & Kreß, Claudia Roma, Alessandro Sarra, Alice Schivardi, Caterina Silva, Donatella Spaziani, Choi Sung-Rok, Lee Sunkyung, Michele Tocca, Kim Weon-Ja, Kim Yang-Hee, Moon Yeon-Hee, Kang Young-Sook, Hanji Development Institute
  • Coordinamento: Donggu Kang, Claudio Libero Pisano
  • Curatori: Dipartimento Didattica e Comunicazione dell’Arte, Accademia di Belle Arti di Roma: Maria Rosaria Carbone, Flavia Coccioletti, Joelle Cotza, Rebecca De Carli, Tania Federico, Serena Fioravanti, Alessandra Gabriele, Francesco Giovanetti, Martina Macchia, Andrea Masucci, Giorgia Mele, Marianna Pontillo, Danio Ruffini, Valeria Tomaselli.
  • Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese –  viale Fiorello La Guardia 6 – Roma
  • protratta fino al 22 maggio 2022
  • orario: dal martedì al venerdì ore 10.00 – 16.00; sabato e domenica ore 10.00 – 19.00 – ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura – Ingresso gratuito
  • Informazioni: t. 060608 – info@museocarlobilotti.it – www.museocarlobilotti.it

 

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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