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Pink Lady, di Nir Bergman

di Daniela Trincia

Pink Lady, di Nir Bergman (2025)

#lascenapiùbella: quando Bati, con la sua sgargiante parrucca, si reca in discoteca.

Indipendentemente dal tipo di culto, quello che colpisce è come, ancora e purtroppo, la religione, e la relativa cultura che ruota intorno ad essa, non solo possano condizionare la vita, ma limitare anche la conoscenza, spingendo, particolarmente i fondamentalisti, a credere (ancora) e, quindi, ad avere (ancora) convinzioni che rasentano la superstizione e lo sciamanesimo.

E tutto ciò non fa altro che amplificare la sofferenza, la frustrazione, il sentirsi in colpa, sbagliati e imperfetti, anche di fronte a pulsioni e desideri umani e, soprattutto, naturali. I goffi tentativi di Bati di trovare delle alternative affinché la sua vita, o meglio, la sua vita matrimoniale, non naufraghi, trasmettono tutto il suo strazio e la sua profonda afflizione.

Gli altrettanti goffi tentativi di Later di soffocare, eliminare, estirpare, ciò che è nelle sue viscere, trasmettono tutta l’insofferenza e dolore verso qualcosa pregiudizievolmente vista come devianza e malattia.

Ovviamente, in simili situazioni inedite e spiazzanti, immediatamente entrano in gioco pure la tradizione, le consuetudini sociali, il ruolo della donna, i condizionamenti familiari, che complicano le questioni e le possibilità di incontro e mediazione.

Quelle situazioni tranquille e tranquillizzanti, molto ben descritte nelle scene iniziali del film, ancora di più fanno comprendere la lacerazione di un mondo di fronte all’inaspettato e all’inspiegabile.

Bello.

 

Sul Regista: qui

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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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