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60. Biennale di Venezia. Marziani ovunque. 

di Daniela Trincia

In effetti, è così che ci si sente visitando la 60. Biennale di Venezia: “stranieri”. Perché quello che passa sotto gli occhi è qualcosa che tutto appare tranne che “arte”. Sì, certo, ci sono le dovute eccezioni che, alla fine, si contano forse sulle punte delle dita di una mano, vabbeh, facciamo due. Che però non fanno primavera, non aprono mondi, non pongono interrogativi, non raccontano storie o, meglio, non ci raccontano.

Non “ci” raccontano, nell’accezione più strettamente grammaticale, non raccontano di Noi, in senso generale e globale, intesi come abitanti di questo Pianeta con tutti i nostri mali e malesseri, certezze, insicurezze, paure, confusione, ricerche, riflessioni, sguardi. E, per chi scrive molto più importante, non raccontano il mondo, la realtà complicata, i tempi che tutti, indipendentemente dalle coordinate geografiche e dalle caleidoscopiche forme che assumono e si esprimono, viviamo (o subiamo?).

Quindi, ci si sente stranieri/estranei in un’esposizione che dovrebbe, in qualche e in qualsiasi modo, parlarci dell’arte che esprime il mondo che ci circonda, con le sue contraddizioni, incongruità, storture, bellezze, follie, e della ricerca che gli artisti, confusi tra i poco meno degli ottomiliardi di abitanti del globo, portano avanti nel loro spicchio di terra. Forse non si è condotta una ricerca più verticale?

Alla fine, più che stranieri, ci si sente marziani, catapultati in un mondo che sembra cristallizzato e fermo a più di settant’anni fa.

Lavori, quelli esposti nella mostra internazionale curata da Adriano Pedrosa (tra le prime cose che ha detto nella conferenza stampa di presentazione dell’Esposizione è stata precisare che è genderfluid, sic!), che rispondono più a quelle forme di artigianato da mercatino eco e solidale (degno e variegato e, senza dubbi, utile), che all’artisticità che una mostra di arte contemporanea (si auspica) dovrebbe avere.

Alcuni lavori esposti, si sono conservati e salvati proprio perché alienati durante le vendite di beneficenza di Natale (come le dense stoffe cilene ricamate con applicazioni delle non identificabili Arpilleristas). Opere e mostra che sembrano, come -ahinoi- accade da qualche anno, più voler mettere a posto le coscienze che veramente sollevare e affrontare tutti quei problemi che davvero affliggono certi Paesi e molte popolazioni. Complicazioni che poi, alla fin fine, conosce anche chi non sprofonda nei giornali tutti i giorni.

Sì, lo sappiamo, c’è stato il colonialismo. Sì, lo sappiamo, intere Nazioni sono state sfruttate e impoverite. Sì, sì e ancora sì: e quindi? Io, “occidentale, bianca, binaria, privilegiata”, devo continuare per quanti secoli a flagellarmi per le colpe dei miei avi (che poi, purtroppo, rispondevano alle ignobili regole storiche di quel periodo)?

Se, di contro, tuttora, molti Governi e Stati (su tutti basta ricordare la vergognosa operazione Padiglione Russia/Bolivia) continuano il loro sfruttamento di quei popoli appartenenti al cosiddetto TerzoMondo (definizione così urticante alla quale non è stato ancora trovato -e ciò la dice lunga- un degno e rispettoso sinonimo). È forse facendo vedere i loro lavoretti con ricamini, perline, pupazzetti, arazzi, balli, che si blocca l’abuso e il traffico economico e umano?

Gli unici, sempre per chi scrive, che in qualche maniera hanno aderenza con l’attualità sono l’installazione The Mapping Journey Project di Bouchra Khalili, già presentata nella mostra La Terra Inquieta – Triennale di Milano, 2017 – che, seppur ha un impianto che risulta déjà-vu, ha la semplicità di raccogliere le odissee dei migranti che si sono messi in viaggio per penetrare nella “fortezza Europa”; l’installazione che raggruppa The Geometric Ballad of Fear (2015), The Geometric Ballad of Fear (Sardegna), (2019 e A Espiral do Medo (2022) di Kiluanji Kia Henda che, attraverso il grafismo nonché la presenza fisica, pone davanti a noi le ringhiere delle case che proteggono ma che, allo stesso tempo, ingabbiano, rinchiudono, escludono, per paura dell’altro e, infine, l’installazione di Lydia Ourahmane, 21 Boulevard Mustapha Benboulaid (entrance), (2021).

Una porta composta da molteplici porte, lastre di acciaio e diverse serrature, che allo stesso tempo indica la vita privata dell’artista (la porta era quella dell’appartamento in cui ha vissuto ritornata ad Algeri) e quella collettiva, indicata dall’insieme di tutti gli elementi che evocano il tentativo di chiudere fuori l’altro. Nello specifico, la guerra civile che impazzava nel paese. Lavoretti che non mostrano affatto l’attuale stato né degli artisti né dei loro Paesi, né le relative difficoltà sociali.

Anzi, in alcune circostanze, ci vengono addirittura mostrati quasi come fenomeni. Si veda l’emozionante e coinvolgente performance degli indiani Cherokee: per loro un grande momento di rivalsa, sicuramente. E tutti felicissimi per l’opportunità che hanno avuto di mostrarsi in una dimensione internazionale. Ma, in definitiva, rappresentano uno Stato che ancora li tiene nelle riserve e non gli concede minimamente la possibilità di accedere a certe cariche amministrative e istituzionali.

Ciò che maggiormente ha sorpreso, almeno per chi scrive, è stata la pressoché totale adesione alla tematica lanciata dal curatore Pedrosa, anche da parte dei Padiglioni Nazionali. Hanno temuto di essere additati di razzismo, omofobia, politicamente scorretti e via discorrendo sulla valanga di aggettivi che sono cavalcati da molti? “Non parli del colonialismo? Sventura su di te!”. “Non parli delle difficoltà LGBTQIA+? Sventura su di te!”. E così via.

Dopo il vuoto di opere e lavori di Documenta15 (2022), in molti speravano in questa nuova edizione della Biennale. Come si contava di aver (finalmente) superato la tendenza dell’Arts and Crafts della 59.Biennale del 2022. Ma, non a caso, il Sommo scriveva “lasciate ogni speranza …”. Vanezza preannunciata dal principio guida dell’intera Esposizione:

“la Biennale Arte 2024 ha privilegiato artisti che non hanno mai partecipato all’Esposizione Internazionale”.

Però, chi scrive, vuole togliersi un altro sassolino dalla scarpa (senza avere la presunzione di farlo per prima e unica, ma con la consolazione di ribadirlo) sul numero degli artisti coinvolti nella mostra e il loro relativo stato di salute.

Suddivisi nelle sezioni Nucleo Contemporaneo (dove sono affiancati artisti nati negli anni addirittura Dieci del secolo scorso con quelli nati alla fine degli anni Novanta), Ritratti, Astrazioni, Italiani ovunque e Padiglione Arti Applicate, dei circa trecento artisti scelti, poco più di centro sono belli che morti (circa il 34%!).

Un piccolo aneddoto personale, nella consapevolezza che non può fare statistica ma, ugualmente, può essere lo stesso pieno di significato: una persona che da anni, per lavoro, gira città e musei, ma non particolarmente interessata al contemporaneo, attraversando le sale della mostra internazionale, ad ogni didascalia, meravigliata, esclamava “Ma questo artista è morto!”; “ma quest’altro artista è nato alla fine dell’800!”; “ma non siamo ad una mostra di arte contemporanea? Non dovrebbero essere esposti artisti contemporanei?”. E mi fermo qui, evitando di trascrivere non solo le risposte date alle sue domande, ma anche le considerazioni che ogni questione sollevava.

Dove si vuol andare a parare? Da una rassegna di arte internazionale e contemporanea ci si aspetta di vedere opere di contemporanee, intercettate nell’arco dei due anni tra un’edizione e l’altra. Anche perché, le altre opere, si possono vedere nei musei o in una mostra studiata ad hoc sempre in un museo. E se la possibile risposta potrebbe essere “ma qui, almeno, le hai raggruppate, puoi seguire un certo sviluppo”, si ribadisce che non è la finalità principe di una rassegna di arte contemporanea.

Le opere non strettamente contemporanee, si ammirano nei musei che, supportati da un comitato scientifico, consegnano anche quegli strumenti utili per comprendere e inquadrare quei lavori e quegli artisti.

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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