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Gabriele Di Matteo, Jorge Luis Borges e L’enigma del cieco

di Daniela Trincia

Pur nella sua apparente semplicità, ne L’enigma del cieco (The Blind Puzzle), la personale di Gabriele Di Matteo da The Gallery Apart, sono molti gli elementi di riflessione e i concetti chiamati in causa e sviluppati: già dalla titolazione, per proseguire nelle opere esposte, per concludere con uno dei possibili punti di arrivo dell’intera mostra.

immagine per Gabriele Di Matteo, Jorge Luis Borgese e L’enigma del cieco
L’enigma del cieco, installation view, ground floor, photo Eleonora Cerri Pecorella

Il titolo indica, infatti, uno dei principali riferimenti culturali dell’artista, ovvero Jorge Luis Borges, lo scrittore che, nonostante la sua totale cecità (cui arrivò alla fine degli anni Sessanta), ha continuato la sua attività di narratore, poeta e saggista, fondendo idee filosofiche con i temi del fantastico, dando vita a delle opere di pura invenzione proposte come veritiere e che, proprio grazie alla sua condizione fisica, incarnano il filosofo che riesce a osservare il mondo attraverso lo sguardo interiore. Ed è la possibilità, ma soprattutto la volontà, di vedere con occhi diversi, l’invito che Gabriele Di Matteo lancia con la sua pittura.

Proprio Borges è stato il soggetto principale, o il diretto riferimento, di molti suoi lavori, tra cui The Blind Man (serie a olio su tela, composta da cinque elementi di grandi dimensioni -240×180, proposta nel 1998 nella Bibliothèque Municipale de Lyon, e oggi parte della collezione del MAMCO di Genève), titolo che, direttamente, rimanda alle omonime fanzine prodotte nel 1917, a New York, da Marcel Duchamp, Henri Pierre-Roché, Beatrice Wood, attraverso le quali fu introdotto il Dada negli Stati Uniti.

È su queste pagine che compare per la prima volta l’immagine de La Fontana ed il relativo caso di Richard Mutt. Inoltre, tra i diversi temi cari allo scrittore argentino, oltre al labirinto (metafora della complessità del mondo non afferrabile con la sola ragione), si annovera anche il concetto del doppio che, come è noto, è uno degli argomenti prediletti dall’artista campano.

Nato a Torre del Greco (1957), e diviso fra Napoli e Milano, è dal 1986 che ha dato vita al suo fantasioso e frizzante alter ego Armando Della Vittoria, che prende ufficiale consistenza nel 1989, allorquando entrambi, Di Matteo e Della Vittoria, partecipano al Premio Saatchi, vinto sì da Armando Della Vittoria, ma assegnato a Gabriele Di Matteo. Ed è sempre Della Vittoria / Di Matteo, in realtà, ad essere il direttore della rivista “E il topo”, fondata nel 1991.

Le opere esposte ruotano, dunque, attorno a questo tema, della riproducibilità, della copia, del doppio, di uno sguardo diverso.

Gli oli su tela della serie Les visiteuses de Lyon (celles qui ont vu Borges), come anche le fotografie della serie The Blind Man, allestite nella grande sala d’ingresso, sono strettamente legati alla mostra di Lyon.

immagine per Gabriele Di matteo - Les visiteuses de Lyon (celles qui ont vu Borges) – trittico, 1999, olio su tela, 150×155 cm. ciascuna, foto Eleonora Cerri Pecorella
Les visiteuses de Lyon (celles qui ont vu Borges) – trittico, 1999, olio su tela, 150×155 cm. ciascuna, foto Eleonora Cerri Pecorella

I primi, ovvero i sei oli de la Les visiteuses de Lyon (celles qui ont vu Borges), sono la fedele riproposizione di un momento fotografato durante l’inaugurazione della mostra; mentre le seconde, le foto di The Blind Man, sono una sorta di prosecuzione della mostra lionese.

Interessato, come detto, alla riproducibilità dell’opera, al concetto di copia, nonché a quello di autorialità, Gabriele Di Mattero fotografò le due anziane donne durante il vernissage, ferme, immobili, davanti ai ritratti monocromi di Borges, in cui l’unico movimento era quello delle bocche, intente in una fitta conversazione.

Per un periodo, Gabriele Di Matteo ha lavorato molto sulla ripetizione di una stessa immagine ma, per ciascuna serie, ha lavorato in maniera diversa. Nella serie Arafat, ripeteva la stessa pennellata, dello stesso elemento, per ogni tela. In quella di Borges, completava una tela e, nella successiva, cercava di ricordare i movimenti appena compiuti nella precedente.

Nelle Visitatrici, ha pensato l’intero impianto come un susseguirsi di fotogrammi: totalmente uguali, ma impercettibilmente diversi. Sono le differenti posizioni delle labbra delle due donne che distinguono le singole tele, che mantengono l’identico impianto, perché concettualmente impostate sull’idea del fotogramma, perché “le due donne erano ferme e – racconta l’artista stesso – l’unico movimento che ho percepito, era il movimento delle labbra; perciò, il concetto di movimento era presente”: il movimento nell’immobilità.

Pertanto, nell’impossibilità di realizzare due lavori perfettamente identici, emerge anche l’altro concetto di quale sia l’originale e quale sia la copia. Mentre, per la serie fotografica, l’artista, sempre in concomitanza della mostra di Lyon, chiese ai critici che incontrava a Milano di chiudere gli occhi, realizzando così una serie di 10/15 fotografie.

Collegato alla serie di Borges, c’è un singolare aneddoto che, per l’artista, ha avuto uno speciale significato. In occasione della mostra di Lyon, dalla biblioteca riportò una copia di un ritratto di Borges, che ripose nella sua borsa.

Per motivi di lavoro e contrattempi vari, si recò a Ginevra, portando con sé quella borsa. Dopo l’incontro col direttore del Museo di Ginevra, decise di fare una piccola sosta in un giardino. Guardando con più attenzione, si rese conto che, in realtà, era un cimitero e, in fondo, vi era una lapide ricoperta di bigliettini. Avvicinandosi, scoprì che quella lapide corrispondeva alla sepoltura di Borges. E, in seguito, il direttore del MAMCO decise di acquisire la serie con Borges, e il cerchio si chiuse.

Tuttavia, è la serie China Made in Italy a incarnare in maniera eloquente il concetto di autorialità: copie di opere di artisti cinesi realizzate da copisti italiani, in una ripetizione infinita. Anche nei lavori esposti nel basement prosegue la riflessione dell’artista sul medium della pittura.

Col ciclo Blind Puzzles, la pittura, stesa su tessere di puzzle dipinte di grigio, è ridotta al grado zero del monocromo, annientando anche ogni possibile appiglio figurativo e di rappresentazione.

immagine per Gabriele Di Matteo - The Blind Puzzle #2, 2024, smalto su puzzle di cartone in cornice d’artista, 50×60 cm, foto Eleonora Cerri Pecorella

Quello stesso azzeramento attuato nella serie Natura morta, nella quale, oltre ad omaggiare e ancorarsi a Giorgio Morandi, ha estremizzato ancora di più la pratica del pittore bolognese, eliminando quegli elementi che caratterizzavano i singoli quadri, vale a dire le bottiglie e i vasi.

Perciò, in questa serie, restano le stesse tinte, le stesse pennellate e la stessa firma di Morandi, senza essere di Morandi, calando questi lavori in una dimensione atemporale, andando allo stesso tempo a far leva sulla capacità evocativa delle tele, stimolando così le corde memoniche dello spettatore.

immagine per Gabriele Di Matteo - Natura morta #5, 2024, olio su tela in cornice d’artista, 37,5×50,5 cm (con cornice), foto Eleonora Cerri Pecorella
Natura morta #5, 2024, olio su tela in cornice d’artista, 37,5×50,5 cm (con cornice), foto Eleonora Cerri Pecorella

Inserendo qui anche un altro elemento, quello del tempo, che la scritta, con foglia d’oro, La misura del tempo è arte svizzera, sarcasticamente, chiama in causa.

immagine per Gabriele Di Matteo - La misura del tempo è arte svizzera, 1994/2024, pittura murale, dimensioni variabili, ed. 3, foto Eleonora Cerri Pecorella
La misura del tempo è arte svizzera, 1994/2024, pittura murale, dimensioni variabili, ed. 3, foto Eleonora Cerri Pecorella

Quella stessa ironia, nonché azzeramento, si ritrova nella serie The Blind Still Life: delle pagine di catalogo nelle quali l’immagine è sostituita dalla rispettiva didascalia.

immagine per Gabriele Di Matteo - The Blind Still Life #3 2024, retro di pagina di catalogo, 36×27 cm, foto Eleonora Cerri Pecorella
The Blind Still Life #3 2024, retro di pagina di catalogo, 36×27 cm, foto Eleonora Cerri Pecorella

Anche se nel corso della sua carriera ha adottato pratiche diverse, quali la fotografia, la performance, il video, la pittura è il linguaggio prediletto da Gabriele Di Matteo, da lui concepita come uno spettacolo da mettere in scena: egli è il regista dell’intera esposizione, avvertita e intesa come una grande installazione da inscenare.

È nelle vesti di Armando Della Vittoria, e col coinvolgimento di altre persone, quali artisti e studenti, che prende valore l’aspetto collettivo. E la follia diventa ancora più estrema, come maggiore è l’idea di regia.

Info mostra Gabriele Di Matteo | L’enigma del cieco (The Blind Puzzle)

  • fino al 30 novembre 2024
  • The Gallery Apart – Via Francesco Negri 43, 00154 Roma
  •  tel/fax +39.0668809863 / email info@thegalleryapart.it
immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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