Selfie. Un film che ti rimane appiccicato sulla pelle

In 76 minuti, talmente densi che appaiono infiniti minuti, il regista Agostino Ferrente, attraverso due adolescenti, Alessandro e Pietro, racconta, o meglio, fa raccontare, l’universo del Rione Traiano.

Selfie, 2019

Presentato in diversi festival, tra cui anche all’ultimo Berlinale, Selfie è un inedito documentario, completamente girato, appunto, come un selfie col cellulare.

La particolare coincidenza è stata che nelle sale cinematografiche italiane, come allo stesso festival di Berlino, fossero contemporaneamente presenti due pellicole, entrambe incentrate sugli adolescenti di Napoli. Uno, il già citato Selfie, l’altro La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano (film che il festival tedesco ha premiato con l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura).

Diverse ovviamente per impianto, per produzione, per investimenti, alla fine le due pellicole si presentano, in realtà, come l’una complementare dell’altra. E forse, questa strana coincidenza, ha il gran valore di mostrare le due facce della stessa medaglia, in una sorta di yin e yang dell’universo partenopeo. Realtà che, sotto certi aspetti, pur nella veridicità dei fatti, delle storie, delle situazioni, corre il rischio di trasformarsi in una sorta di stereotipo affibbiato al capoluogo campano. I due lungometraggi, ovviamente, non devono essere visti in contrapposizione né interdipendenti, ma la loro visione è senza dubbio piena di spunti di riflessione.

Come molti film, non solo sperimentali ma anche non indirizzati al grande pubblico, anche Selfie ha avuto la triste sventura di avere una ridotta distribuzione nonché permanenza, sono pochissime, infatti, le sale che attualmente lo proiettano. Tuttavia, come spesso accade per certe opere cinematografiche il film di Ferrente si svela come piccola perla e rimane appiccicata sulla pelle, nonostante il trascorrere del tempo.

Tutta la bellezza di Selfie sta nella normalità dei due adolescenti che, ben consapevoli dello stato sociale e della geografia di appartenenza, sono coscienti di quale potrebbe essere il loro futuro e, nella loro fresca ingenuità, cercano di combatterlo e cambiare il corso del loro destino, attraverso la consapevole scelta di non diventare camorrista.

Allo stesso tempo i due ragazzi raccontano le maglie di quella profonda amicizia totalizzante negli anni dell’adolescenza nonché volubile e facilmente deludente; dei loro sogni; della predestinazione di alcune ragazze (“sposarmi e crescere i figli da sola perché mio marito sarà in carcere”); dell’importanza dei simboli, dei gesti e della memoria fraterna, quella per Davide Bifolco, anche lui sedicenne che nel 2014 morì ucciso da un carabiniere che lo inseguiva perché lo aveva confuso con un latitante.

Così, attraverso il racconto del quotidiano dei due ragazzi, è tracciata la fisionomia di un quartiere, delle loro abitudini e consuetudini, con i loro sogni di vita “normale” (come prendersi un aperitivo fuori di un bar, su una sdraio, nello spazio presente nello sparittraffico davanti al bar di quartiere).

Daniela Trincia

Daniela Trincia

Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cul(ture)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

Commenta

clicca qui per inviare un commento