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Enzo, di Laurent Cantet, diretto da Robin Campillo

di Daniela Trincia

Enzo di Laurent Cantet, diretto da Robin Campillo (2025)

#lascenapiùbella: nessuna.

Ma non lo dico per partito preso o per fare il bastian contrario. Per me è stato veramente così: un film che non mi ha detto assolutamente nulla. Che non è riuscito ad attirare la mia attenzione su niente. Non ha una bella fotografia. Non ha paesaggi indimenticabili (e sì che siamo in Costa Azzurra!). Non ha riflessioni conturbanti né assunti rivelatori.

Sì, il difficile rapporto genitori/figli, soprattutto quando questi sono travolti dalla scarica degli ormoni adolescenziali. Sì, la confusione, psicologica e sessuale, in cui un adolescente si trova intrappolato in quegli anni in cui tutto è bellissimo/bruttissimo. Sì, la difficoltà di mettere a fuoco i propri obiettivi, la propria strada. Sì, tutto visto e rivisto. Proprio per questo se non c’è quell’abbrivio, tutto rimane mono-tono.

E poi, ‘sti genitori, sì comprensivi, ma sembrano due totali imbranati che accettano tutto, pur di non entrare in conflitto. Sì, la famiglia benestante, acculturata, e per questo di ampie vedute. Che si ritrova un figlio che li contesta su tutti i fronti, e per questo lascia gli studi.

E tu, regista, che vorresti riabilitare il lavoro manuale, come lavoro nobilitante, anche tu sei un classista che, guarda caso, sceglie proprio il muratore, come lavoro che interpreta la contestazione del figlio, in quell’ottica di visione di lavoro degli umili. Infatti, non per niente, è svolto proprio da tutta una fetta di umanità in qualche maniera dimessa (persone di colore o scappati dall’Ucraina).

Sì, ok, la guerra è brutta, e Vlad, dovuto rientrare nel suo paese, telefona a Enzo proprio durante un bombardamento. E Pier Francesco Favino, sembra uno sciocco a cui sono saltati i neuroni: sempre sorridente, sempre accogliente, sempre comprensivo. Lui, che doppia se stesso senza un minimo di recitazione, se uno non sapesse chi sia Favino, penserebbe a uno scappato d’Accademia.

Non mi è piaciuto. Punto.

  • Sul film: qui

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Enzo, di Laurent Cantet, diretto da Robin Campillo, Manifesto
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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