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Primavera, di Damiano Michieletto

di Daniela Trincia

Primavera, di Damiano Michieletto (2025)

#lascenapiùbella: quando la piccola orchestra si prepara per le prove con i nuovi strumenti, per il nuovo concerto di Vivaldi per il nobile Federico IV di Danimarca.

Ma la scena in cui giocano a mosca ceca, oltre ad essere magica, è senza alcun dubbio quella più simbolica di tutto il film. Che, confesso, sono andata a vedere un tantino scettica, per la sua vicinanza a Gloria!. Ma, oltre ad essere completamente diverso per la trama e i temi toccati, si può addirittura affermare che può esserne un completamento. Come anche la scena in cui, in un picco di estrema poesia, sono individuati e evidenziati quegli elementi da cui Vivaldi trarrà la sublime linfa per la sua strabiliante Primavera de Le quattro stagioni.

Perché, senza bisogno di sottolinearlo, tra i diversi protagonisti del film, c’è ovviamente la bellissima colonna sonora, formata da brani originali composti da Fabio Massimo Capogrosso eseguiti dall’Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, nei quali la musica contemporanea è unita a quella barocca.

Sebbene sia ben rimarcato il ruolo delle donne in quell’epoca e in quella città, non c’è un intento di denuncia, ma solo quello di ricordarlo, descrivendolo nelle diverse declinazioni, purtroppo ineluttabili. Ma c’è anche la sofferenza di chi, purtroppo, per i più disparati e inafferrabili motivi, rimane ancorato al tentativo di comprendere come mai un genitore possa allontanare il proprio figlio. Un abbandono che farà sentire quel figlio sempre una persona rotta, almeno fin quando non prenderà in mano la propria vita, e guarderà oltre.

Ogni scena è densa, dalle atmosfere alle tinte sature, dalle luci ai tagli. Tutto è un perfetto meccanismo.

Bellissimo.

Sul Film: QUI

 

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Primavera di Damiano Michieletto
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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