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Orfeo, di Virgilio Villoresi

di Daniela Trincia

Orfeo, di Virgilio Villoresi (2025)

#lascenapiùbella: quando Orfeo vaga di notte per i portici della città.

Solitamente, per me, la trasposizione cinematografica di un fumetto, risulta legnosa, spigolosa, rigida, non fluida. Ma, questo film, è una bellissima eccezione. Seppure in alcuni passaggi è rintracciabile una impercettibile fissità, nell’insieme il film è qualcosa di sorprendente.

Non solo per i colori, le inquadrature, le scenografie, le trovate cinematografiche, ma, anche e soprattutto, per come riesca a tirarti dentro quelle atmosfere, a farti sentire parte di quel mondo visionario, a far sorgere il dubbio di vedere o immaginare ciò che si ha davanti agli occhi.

Situazioni, molte abilmente costruite attraverso l’animazione e lo stop-motion, che hanno comportato quasi due anni di lavorazione, altre ottenute anche con l’inserimento di scene di repertorio.

Non conosco il Poema a Fumetti (1969) di Dino Buzzati, da cui è tratto; perciò, non so dire quanto sia fedele né quanto si sia discostato, ma rimane che è un frullatore temporale, anche per i bei rimandi, a partire dal film Vertigo (Alfred Hitchcock), alla metafisica dechirichiana, ai volti incastonati di Man Ray.

Ovviamente, la storia la conosciamo, quindi nessun colpo di scena, se non le numerose sequenze con le quali sono fantasiosamente tradotti i diversi passaggi della storia. Nulla è scontato. Nulla è didascalico. Nulla è ridondante. Tutto è ammaliante.

Bello. Molto bello.

Sul Film: qui

 

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Orfeo, di Virgilio Villoresi (2025)
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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