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La Grazia, di Paolo Sorrentino

di Daniela Trincia

La Grazia, di Paolo Sorrentino (2025)

#lascenapiùbella: quando, dalla terrazza, passeggia e si fa dare una sigaretta dal suo attendente.

Ovviamente, altrettanto potente, di scena, è quella che poi è diventata la locandina: lui che guarda il suo passato. Ma la cosa veramente poderosa del film è che, sin dalle prime immagini, ti tira dentro.

Solitamente, durante la proiezione, serve sempre quella manciata di secondi, o minuti, per capire dove si è, per mettere a fuoco la trama e i principali protagonisti. Qui, tutto questo non accade. Un’atmosfera talmente densa e coinvolgente, che immediatamente vedi con gli occhi di Mariano De Santis, il Presidente.

Altrettanto immediatamente senti il peso di alcune scelte, il dilemma che lacera, come il bruciore di non riuscire a sapere tutta la verità, il logorio del dubbio. Immensa è la costruzione della scena della visita, da parte del Presidente e della figlia, ai due detenuti, con la rispettiva scelta di attendere nella sala comune e nella sala privata. E la scelta di attendere nella sala comune, oltre a rivelare lo spessore della persona, l’ho trovata particolarmente toccante.

Confesso, che l’occhio si è inumidito. Quello spessore è racchiuso in uno dei tanti aforismi di cui il film è denso: “siamo stati eleganti”. Espressione che è anche la chiave di tutto, non solo della pellicola ma, anche, dell’intera visione della politica.

Stupendo.

Sul Film: QUI

 

immagine per La Grazia, di Paolo Sorrentino
La Grazia, di Paolo Sorrentino
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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