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Marty Supreme, di Josh Safdie

di Daniela Trincia

Marty Supreme, di Josh Safdie (2025)

#lascenapiùbella: quando, Marty e Rachel, cercano di recuperare il cane Moses nella casa del contadino che lo aveva accolto.

“Fino all’ultimo respiro”. È così che ci se sente davanti al rincorrersi delle scene. È tutto un turbinio. Non si fa mai in tempo a riprendere fiato. Perché è così la mente di Marty: i suoi pensieri corrono, come veloce volano i suoi sogni. E le sue invettive, astruse, ma sempre credibili.

Perché ammalia. Perché è capace di attivare la più sconfinata fantasia, anche solleticando l’innata avidità di alcune persone. E per questo lui corre. Corre sempre. Corre. Corre. Corre per sfuggire alla sua vita di commesso. Corre per sfuggire alla sua responsabilità di padre (?). Corre per sfuggire alla polizia. Ai suoi creditori. Alla Federazione Internazionale di tennisdatavolo. Agli impegni con i suoi finanziatori delle palline arancioni e dell’industriale di penne.

È un mondo lontano, in cui era praticamente tutto possibile. Ma resta attuale il desiderio di rivalsa, soprattutto quando si ha piena consapevolezza delle proprie potenzialità e abilità. C’è di mezzo anche la cocente storia di sconfitta del Giappone e il relativo trionfo degli Stati Uniti. Ma, per fortuna, è solo l’aspetto finale di tutto il film. Veramente coinvolgente.

Bello!

Sul Film: QUI

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Marty Supreme, di Josh Safdie

 

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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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