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Qui Frieze London 2024. Con alcune certezze e qualche gattino.

di Daniela Trincia

Due elementi certi: il rinnovato display della rassegna londinese, firmato dagli architetti di A Studio Between, ha reso Frieze London 2024 indubbiamente più ordinata e più facile da percorrere, con l’inaspettato risultato che non si stramazza al suolo, né si esce sui gomiti a fine giro delle 165 gallerie.

immagine per Qui Frieze London 2024. Con alcune certezze e qualche gattino.

Bisogna perciò riconoscere che la direttrice Eva Langret ha concretizzato uno dei suoi obiettivi: rendere la visita della mostra-mercato un’esperienza diversa e, perché no, addirittura piacevole.
Questo dal lato organizzativo.
Altro paio di maniche dal lato dell’offerta.

Come impazzano i gattini su Facebook, qui si sono scatenati fiori, piante, giardini e boschi. Anche da gallerie meno sospette.

Come la Timothy Taylor, con i giardini e i fiori delle grandi tele a olio di Paul Antohny Smith delle serie Dreams Deferred e Eye Fi Di Tropics.

immagine per MICHAEL WILKINSONPolka, 2024 Acrylic on gesso panel
MICHAEL WILKINSON Polka, 2024
Acrylic on gesso panel

Ma, di certo, si trova in gran compagnia. Perché abbiamo fiori della serie The Left Behind di Clare Woods nella Stephen Friedman Gallery.

immagine per CLARE WOODS - The Left Behind, 2024<br />Oil on aluminium
CLARE WOODS – The Left Behind, 2024
Oil on aluminium

Giardini evocati da Per Kirkeby nella Michael Werner Gallery. Fiori recisi in vasi di vetro di Michael Wilkinson nel The Modern Institute.

immagine per MICHAEL WILKINSONPolka, 2024 Acrylic on gesso panel
MICHAEL WILKINSON Polka, 2024
Acrylic on gesso panel

Piante di Matthew Krishanu da Tanya Leighton. La riproduzione seriale di warholiana memoria di Charles Gaines da Hauser & Wirth. L’idilliaca “valle” di Guowei Shi da Magician Space. I delicati narcisi di Celia Paolo da Victoria Miro.

Le piante fiorite di Symryn Gill da Richard Saltoun. I Poppies di Richard Learoyd e le White Peonies di Roberto Longo da PACE Gallery. E si interrompe la ben più lunga lista per non tediare ancora di più.

Effetto del politicamente corretto?

Di sicuro l’attualità, se non del tutto assente, è fortemente filtrata attraverso metafore, simboli, se non in rarissime eccezioni, come il ceruleo neon REFUGEES WILLCOME di Šejla Kamerić da Tanja Wagner Gallery: in modo alternato, si accende e si spegne la sillaba ILL, così da trasformare l’avvertimento “i rifugiati verranno”, nell’augurio “rifugiati benvenuti”.

E come Willy e Jack, della fortunata sit-com Willy & Grace, aspettavano con enorme trepidazione l’apparizione del primo grande bacio omo in tv, ormai, il bacio è quasi un topos della rappresentazione pittorica e fotografica (non a caso il lavoro più fotografato e condiviso della 60.Biennale di Venezia è stato proprio il musivo Two Unidentified Lovers in a Mirror di Omar Mismar).

E se, al confronto, Il bacio di Francesco Hayez o di Gustave Klimt sono ormai melensi e totalmente gadgettizzati, quelli di Sonia Boyce da Apalazzogallery, di Wolfgang Tillmans da Maureen Paley, e di Doron Langberg da Victoria Miro, di Jesse Mockrin da James Cohan, sono quasi da manuale, tanto è simile l’impostazione e il taglio.

E se l’intento era la provocazione, di certo non è andata a buon fine, perché è una raffigurazione che svuota e banalizza ciò che, invece, vorrebbe essere di denuncia e contestazione.

Alcuni momenti della vita comune entrano nella pittura, come, ad esempio, Habitual Carriage di Paulina Olowska da PACE Gallery: due assorte donne sedute nella iconica metropolitana londinese. O il servizio retrò The tea di Issy Wood da Carlos/Ishikawa.

Fioccano le stanche riproposizioni, quasi scolastiche, senza un aggiornamento né elementi di attualizzazione, di artisti storicizzati.

Ecco quindi Judd (con Jose Dávila da Sean Kelly: anziché lucente metallo, opachi cartoni fermati da tappi di bottiglia), Burri (con Adriana Varejão da Victoria Miro: anziché monocromi, ai “cretti” viene conferito un tocco di colore e curve più aggraziate), Monet (con Woo Hyuk Bin da Baton Gallery, ma con una resa ancora più rarefatta delle note ninfee), Calder (con José Davila da OMR che però pone in delicato equilibrio pezzi di calcestruzzo), De Chirico (con Ji Xin da Aline Rech, con linee e colori leggermente più aggraziati),

Spoerri (di Steve Bishop da Carlos/Ishikawa anziché appesi al muro come tele, una colazione lasciata a metà è pedissequamente riproposta su un tavolino, con tanto di radio e abat-jour accesi).

Solo Galerie Poggi ha proposto uno stand con un cospicuo numero di interessantissime fotografie di Dario Villalba. Nota non a margine: la fotografia sembra l’altra non pervenuta, insieme ai video, ormai praticamente assente se non nella nuova forma di animazione.

immagine per Darío Villalba, Solo Show Galerie Poggi

Darío Villalba, Solo Show
Galerie Poggi

In questa idilliaca e quasi raffinata atmosfera, si distinguono alcune gallerie come Galerie Lelong & Co. per l’esposizione di lavori esclusivamente incentrati sul femminismo, tra cui quelli di Nancy Spero, Ana Mendieta, Yoko Ono. Gagosian per la scelta forte di portare l’installazione di grandi dimensioni di Carol Bove.

E White Cube per la scommessa di esporre un enorme Georg Baselitz. Risalta Johvun Gallery con la grande installazione di Lee Bae, per le gigantesche linee grafiche/segniche, sì di orientale memoria, ma con un approccio fisico performativo che restituisce una declinazione diversa della scrittura.

Mentre 1 Mira Madrid spicca per l’interessante accostamento dei lavori di Maria Lai e Teresa Lanceta. Ed infine Mor Charpentier, con le due fotografie di dimensioni naturali di Yeso sobre piel, chiude il cerchio del lavoro di Teresa Margolles per il plinto di Trafalgar Square.

Il resoconto potrebbe continuare andando ancora più nel dettaglio, ma vorrebbe dire svolgere una lunga noiosa visita guidata in stand ormai già smantellati.

Però, chi scrive vuole concludere con la condivisione di una personale idiosincrasia per i QR e il guardaroba.

I QR perché, per molte gallerie, si sostituiscono del tutto alle vecchie e comode didascalie, confidando nel fatto che tutti i visitatori dispongano di una buona carica al proprio cellulare.

Il guardaroba perché ti obbliga a lasciare borse e zaini di una certa dimensione, però dietro il pagamento di una non tanto irrisoria quota.

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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