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Queer, di Luca Guadagnino

di Daniela Trincia

Queer, di Luca Guadagnino (2024)

#lascenapiùbella: quando, in uno dei primi incontri, William Lee ardentemente desidera accarezzare Eugene.

Solo perché Daniel Craig è un grande, e riesce a portare sulle sue spalle tutto il peso di una sceneggiatura noiosa. Però, di certo, non può fare miracoli.

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Queer, di Luca Guadagnino 2024 – manifesto

I primi venti, forse trenta minuti, si tengono abbastanza bene. Anche per alcune trovate tecniche che riescono, in modo meraviglioso, a tradurre in immagini i segreti e intimi desideri. Ma, passati questi trenta minuti, il film si potrebbe anche chiudere. Invece no. Allunga la minestra all’inverosimile, con uno sguardo pressoché morboso, di ravanare in alcuni dettagli, come le scene di sesso.

Ok, William è fissato, tutti lo sanno che il suo unico obiettivo è quello di trovare qualcuno da portarsi a letto (e per questo in molti lo evitano), ma dopo una, due, anche tre sedute sessuali, abbiamo capito. E, invece no. Si continua.

Probabilmente, anche nel romanzo da cui è tratto (Queer – trad. Checca, o, anche, Diverso – di William Burroughs scritto tra il 1951 e il 1953 e pubblicato nel 1985), ci sarà questa ossessiva ripetizione, ma in pellicola, dopo un po’ annoia. Come annoia tutta la dettagliata descrizione del viaggio di William e Eugene alla ricerca della pianta Yage.

Senza dubbio, però, è ben ricostruita l’atmosfera dei primi anni Cinquanta a Città del Messico, dove in tanti, forse in troppi, specialmente americani, hanno trovato il bengodi.

So solo che il film non finiva più!

 

Sul film: qui >>>>

 

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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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