Hangama Amiri – Bazaar, a Recollection of Home

Nella pellicola ambientata nell’Algeria degli anni Novanta Non conosci Papicha (2020), sono narrate le graduali, quanto inesorabili, privazioni cui lentamente furono sottoposte le donne col propagarsi del fondamentalismo religioso. Tra queste i colori. E le stoffe.

Nel bazar dove abitualmente si recava Papicha per acquistare i tessuti che utilizzava per confezionare i vestiti, dall’oggi al domani non trova più gli scampoli colorati, ma solo stoffe nere e veli per il capo.

Nell’estremizzazione del racconto per fini cinematografici, e nelle abissali differenze fra l’Algeria e l’Afghanistan, tuttavia si rintraccia quel denominatore comune, diffuso e condiviso dalle culture patriarcali fondate sulla superiorità maschile: la negazione di alcuni diritti e la privazione di talune libertà alle donne.

Dall’abbigliamento, alla possibilità di guidare un’autovettura, alla formazione scolastica, alla pratica degli sport, e via discorrendo. E l’altro triste punto di contatto è quello che i fondamentalismi religiosi spesso si avvalgono della forza per imporre i propri dogmi, non tollerano posizioni differenti e, in nome di un credo, demoliscono e distruggono tutti quegli elementi che possono comunicare e veicolare messaggi non in linea con quelli che intimano e diffondono.

Da qui, i ben noti roghi di libri (diffusi nei diversi totalitarismi) o l’abbattimento di simboli.
La più eclatante, non lontana nel tempo, risale a marzo 2001, allorquando il mullah Omar ordinò la rovinosa distruzione dei due colossali Buddha di Bamiyan, portata a termine dai talebani musulmani iconoclasti “perché -dichiararono- idoli per gli infedeli e contrari all’Islam. Solo Allah l’Onnipotente merita essere adorato, e niente o nessun altro”.

Dal 1992 Kabul era nelle mani dei talebani e per tale motivo una moltitudine di afgani lasciò il proprio paese.

Anche la famiglia di Hangama Amiri (1989, Kabul) abbandonò la città quando lei aveva appena sei anni e, come profughi, furono accolti nella Nuova Scozia nel 2005 (lei attualmente vive nel Connecticut-USA), dopo essere passati per il Pakistan, l’Iran e il Tajikistan (qui Hangama Amiri ha condotto i suoi studi d’arte e, sempre in questo paese, si è fatta notare in un concorso indetto dall’UNHCR, vincendo il primo premio con Twin Buddha, premio che le ha aperto le porte dell’Olimov College of Art di Dushanbe).

Una biografia importante, quella di Hangama Amiri, che ha avuto un ruolo determinante nella sua produzione artistica, proprio a partire dai suoi Twin Buddha.

Perché la rielaborazione dei suoi ricordi, della cultura e della tradizione islamica, nonché dei costumi afghani, si fonde alle questioni geopolitiche, al femminismo e, in linea di massima, ai problemi di genere (che, per ovvie ragioni, non saranno mai gli stessi problemi dell’Occidente, se non per la volontà di abbattimento di una cultura patriarcale e il riconoscimento di pari diritti e dignità della donna).

E, effettivamente, tutto questo si ritrova in maniera chiara nella sua prima personale in Europa allestita nella galleria romana T293, a partire, addirittura, dal titolo stesso.

Bazaar, a Recollection of Home, così recita il titolo, pone, infatti, immediatamente l’accento sui tre elementi fondamentali attorno cui ruota l’intera esposizione: il bazar, il ricordo, casa, nell’accezione più ampia e accogliente del termine, come luogo e identità, spesso delineata dalla lingua, dalle tradizioni, dalle consuetudini.

Perché Hangama Amiri, da bambina, in compagnia dei componenti femminili della sua famiglia, era solita girare per i bazar di Kabul i quali, nonostante la vendita di prodotti femminei o, comunque, destinati alle donne, avevano una gestione pressoché esclusivamente maschile.

Solamente dopo la caduta dei talebani nel settembre 2001, c’è stato un graduale e considerevole cambiamento sociale e culturale, che ha visto le donne diventare progressivamente proprietarie di attività commerciali, quali saloni di bellezza, gioiellerie, boutique, e così via.

L’artista realizza, dunque, una grande installazione che ricrea quell’atmosfera dei bazar, che il visitatore è invitato ad attraversare, come, per l’appunto, si attraversa un mercato, ritrovandosi immerso e avvolto dalle merci esposte dai vari banchi e negozi, circondato da colori, oggetti, tanto da trasmettere la sensazione tattile e uditiva di quei luoghi, fino quasi ad avere l’impressione di sentire, nel silenzio della galleria, le voci dei venditori e dei clienti.

Un’installazione creata accostando diversi lavori che mostrano porzioni di bazar e negozi, rappresentati mediante l’abbinamento di stoffe diverse, come grandi collages. Dal cotone allo chiffon, al velluto, dalla pelle scamosciata, al pizzo, al tessuto mimetico e sari, e così via, spesso abbinati anche a stoffe trovate, oppure ad altri oggetti come lacci di scarpe, carte colorate, stampe; alcuni caricati di significati simbolici, perché strettamente collegati ai ricordi nostalgici della sua infanzia; a volte unendo anche dell’olio afgano per trasmettere un’ulteriore sensazione tattile e olfattiva.

Elementi, quelle delle stoffe, che ben simboleggiano gli scambi commerciali internazionali e tutto quello che c’è dietro tali scambi (basti ricordare i tessuti di Yinca Shonibare, la juta di Ibrahim Mahama o i ricami di Alighiero & Boetti, solo per citare i più noti). Crea, cioè, una sorta di mappa emotiva e geografica: ogni pezzo di stoffa racconta chi l’ha usato, ne traccia l’identità e, attraverso l’assemblaggio di queste stoffe, ri-costruisce geografie, comunità, luoghi e significati diversi.

Così, con “pennellate di stoffa”, con un impianto decisamente figurativo, Hangama Amiri, attraverso la rievocazione dei propri ricordi di infanzia, analizza il tema della globalizzazione, altresì le dinamiche di scambio tra l’Oriente e l’Occidente, nello scambio tra interculture, mediante l’organizzazione sociale esistente all’interno dei bazar, “per offrire -come afferma l’artista- un senso del luogo e del tempo insieme a una consapevolezza del presente politicizzato”.

Accenti politici ben sottolineati anche mediante la rappresentazione de La squadra del campionato nazionale dell’Afghanistan di calcio femminile, nonché la raffigurazione di oggetti che erano stati banditi dai talebani, come il rossetto rosso, i tessuti lucidi, lo smalto per unghie, o l’istruzione femminile (negata anche alla madre dell’artista).

L’insieme offre una descrizione viva e puntuale delle attuali tradizioni, col desiderio di smantellare certi pregiudizi e proporre una diversa visione della vita quotidiana delle donne afgane, le loro rivendicazioni e conquiste femministe, il loro senso di libertà e potere raggiunto, attraverso l’espressione della propria sensualità, sessualità e piacere.

In alcuni lavori precedenti, infatti, ha documentato gli stili di vita ibridi e ritratto dei momenti personali della propria vita, come fare shopping, o nuotare con zie e cugini in stagni segreti, o trascorrere del tempo a casa e oziare all’aperto.

In questo modo Hagama Amiri, ci conduce, oltre che nel suo intimo, nel Bazaar, nelle strade che evocano il fermento di Kabul, mostrandoci il Salone di bellezza della signora Miriam, la Sartoria, nel Nail Salon and Eyelash Extensions, nonché nell’impegno politico attraverso Votazione e La vittoria è nostra.

Hangama Amiri – Bazaar, a Recollection of Home

  • dal 21 novembre 2020 al 21 gennaio 2021
  • T293 – via Ripense, 6 – 00153 Roma RM
  • orari: dal martedì al venerdì 12.00-19.00, sabato 15.00-19.00, domenica e lunedì chiuso
  • Info: t. 06 89825614 – www.t293.itinfo@t293.it
Daniela Trincia

Daniela Trincia

Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cul(ture)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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