Leggerezza e profondità. Sono le prime proprietà che immediatamente si notano nei lavori di Sepideh Salehi (Teheran, 1972 – vive e lavora tra Washington e New York), esposti nella Galleria Anna Marra di Roma (fino al 18 aprile 2026).
Raccolte sotto il titolo Assemblages, le venti opere indicano con chiarezza il percorso della ricerca artistica di Salehi.

Leggerezza (che non è superficialità) e profondità (che non è pesantezza), sigle stilistiche che diventano brillanti trappole visive con cui cattura l’attenzione dello spettatore per parlargli di temi tutt’altro che leggeri e semplici.
Una leggerezza apparentemente trasmessa dalle tinte, dai materiali, dai soggetti.
Quegli stessi aspetti che si rintracciano anche nei suoi bellissimi lavori di animazione che, al contrario, rendono immediatamente palesi le tematiche affrontate dall’artista. Leggeri sono i colori, mai cupi, né tetri, senza chiaroscuri. Leggeri sono i materiali, delicati e sottili, come la carta di gelso.
Ma è proprio attraverso questa presunta leggerezza che Salehi scende in profondità, fisica e mentale.
Una profondità costruita attraverso le stratificazioni dei fogli, dei collage, che, simbolicamente, traducono i concetti di nascondimento, copertura. Spesso accompagnati dal frottage, dalla pittura, dalla scrittura, dalla fotografia.
Una profondità dei racconti, attraverso la fusione di ricordi, della memoria e dell’attuale situazione sociopolitica del suo paese di origine. Dal quale ha dovuto mettere in mezzo un oceano, per poter esprimere quello che, altrimenti, non avrebbe potuto.
Racconti che sono comunicati mediante l’unico elemento capace di catalizzare tutte le attuali problematiche di un paese stretto nella morsa del proibizionismo e autoritarismo: il corpo femminile.
Attraverso il quale formulare tutti quei concetti ad esso strettamente relazionati, quali la famiglia, la casa, la cultura, l’apartheid di genere. Filo rosso che in qualche maniera mette in relazione le artiste di quel paese, costrette a riparare altrove, per non soccombere alla dittatura.
Basti pensare che Sapideh Salehi è da oltre due decenni che non torna nel suo paese. Che ha tolto loro anche i colori. E che, proprio per mezzo dell’arte, riescono a far emergere la loro fisicità e, ancor di più, la propria consistenza fisica.
Quelle privazioni che bruciano ancor di più in chi ha vissuto gli anni in cui l’Iran era un paese teocratico e le donne erano profondamente proiettate verso la loro totale autodeterminazione. E ha vissuto sul proprio corpo l’inesorabile privazione di colore e libertà. Ricordi personali che diventano, però, memoria collettiva anche di un intero popolo e di un’intera generazione.
Una popolazione, quella femminile, cancellata, motivo per cui le donne, protagoniste dei suoi lavori, non mostrano il loro viso, affinché ognuna possa anche identificarsi in quella rappresentata.
Sul cui corpo si accumulano i ricordi: le montagne che identificano i territori del paese, i papaveri che ricoprono i campi, le rocce delle vallate desertiche (su tutte, si osservi Donna ombra neve).
Donne confuse con l’ambiente circostante, perché invisibile. Ma anche donne che assorbono, con la loro forza, i limiti e le limitazioni a loro inflitti.
Fogli stratificati come ricordi accumulati, elementi naturali che ridisegnano una memoria sedimentata, su cui, nella maggior parte dei casi, incombe il frottage delle pietre di preghiera, a ricordare la propria origine ma, anche, da dove nasce e proviene l’attuale condizionamento culturale.
Collage la cui tecnica di taglio può trasmettere l’idea di lacerazione, che, invece, ricuce e ricostruisce un’identità, sì, frammentata, ma che si ricompatta per ridefinirne l’unicità e il nucleo fondante, come ben enunciato da Trasformazione, col suo abbraccio universale.
Informazioni Sepideh Salehi, Assemblages
- a cura di Laila Abdul-Hadi Jadallah
- fino al 18 aprile 2026
- Anna Marra Arte Contemporanea – Via Sant’Angelo in pescheria, 32 Roma
- www.galleriaannamarra.com
Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.














