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Vakhim, di Francesca Pirani

di Daniela Trincia

Vakhim, di Francesca Pirani (2024)

#lascenapiùbella: quando Francesca chiede a Vakhim e alla sorella Maklin, se hanno desiderio di conoscere i genitori biologici.

Confesso che è un film che mi ha infastidito, sotto diversi punti di vista. A partire dal fatto che non ha ben chiaro cosa vuole essere, se documentario o film.

Se sei un documentario, non ingaggi degli attori per andare a supplire quelle parti che tu immagini e che vuoi ricostruire. Se è un film, allora costruisci una storia, un film, appunto.

Questo suo narrare in prima persona, senza quelle capacità attoriali, rende il tutto ancora più monotono. E sembra un prodotto fatto in casa, anche se non lo è, ma è questa la sensazione.

Proseguendo, mi ha infastidito questo suo essere costantemente, sin dall’inizio, dietro a un cellulare per realizzare i video, anche nei momenti più intimi, quelli che, invece, secondo me, dovresti vivere fino in fondo, in prima persona, per la portata delle emozioni e per la situazione stessa che stai vivendo in quel momento.

Continuando, mi ha infastidito il suo voler a tutti i costi ottenere delle reazioni, ma quelle precise reazioni, non rispettando i tempi e, perché no, anche le paure di Vakhim.

Il suo desiderio di essere mamma, a mio avviso, molto spesso ha prevaricato, anzi, ignorato, quelle che potevano essere le sensibilità del bambino (vedi la sua immissione al nido).

Certo, quello che è accaduto relativamente alla questione dell’adozione, è agghiacciante, nonostante alcune circostante facessero sospettare qualcosa di poco chiaro.

Se da una parte ho trovato interessante lo svolgimento del racconto per oltre quindici anni, dall’altra, come film, non mi è piaciuto.

 

  • Sul Film: qui

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Vakhim, di Francesca Pirani – Manifesto

 

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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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