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La mia famiglia a Taipei, di Shih-Ching Tsou

di Daniela Trincia

La mia famiglia a Taipei, di Shih-Ching Tsou

#lascenapiùbella: quando al compleanno della madre di Shu-fen, arrivano l’amante della figlia I-Ann insieme alla moglie, pronti a sborsare una bella cifra e a passare sopra ogni vergogna, pur di riuscire ad avere il “neonato”.

Il titolo originale (Left-Handed Girl), come sempre, è quello che meglio inquadra la pellicola. Perché, quasi metà del film, ruota intorno alle azioni compiute dalla piccola I-Jing di appena 5 anni. Alcuni hanno visto il film rispondente ad un impianto narrativo tipico della produzione cinematografica taiwanese.

Ma, non conoscendola così a fondo, non ho potuto riscontrare tale ripetitività. Temi e situazioni che, invece, mi hanno offerto la possibilità di vedere uno spaccato di quel mondo, lontano, diverso, ma simile. Un universo purtroppo diviso, se non spaccato, tra la tradizione e il veloce progresso.

Uno sviluppo che spesso non lascia molte possibilità di scelta: stare al passo o soccombere. Mi ha sorpreso anche la diffusione (e pervicace persistenza) del pregiudizio nell’uso della mano sinistra: essendo definita “la mano del diavolo”, pensavo fosse presente solo nell’area occidentale e cristiana.

Altrettanto, sono rimasta colpita dalla diffusione della cultura patriarcale che tuttora vede nel figlio maschio l’unico possibile discendente, su cui investire tutto e a cui lasciare tutto. Un mondo diverso per quella quotidianità, fatta di apparente disinteresse della propria e altrui vita: la bambina lasciata libera di girare nel mercato, anche nelle ore più improbabili; la ventenne che si lascia apaticamente sbattere dal titolare dove lavora; la madre che cerca in tutti i modi di non affondare, lavorando senza sosta, pur di racimolare i soldi che le permettano, non solo di sopravvivere, ma anche di saldare tutti i debiti lasciati dall’ex marito.

Carino.

Sul Film: qui

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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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