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Othello De’Souza-Hartley e Silvia Rosi. Intimations. Una doppia personale

di Daniela Trincia

Nella doppia accezione di delimitare uno spazio e, al contempo, di definire i limiti, Silvia Rosi ricostruisce le pareti di quell’ambiente che, durante i mesi di lockdown, ha costituito il suo universo, nonché il suo unico spazio vitale. Mentre silenzio, sospensione, assenza, desolazione, sono i caratteri che emergono dagli scatti di Othello De’Souza-Hartley che, a causa del covid, ha perso il padre. Entrambi esposti nella doppia personale dalla galleria Matèria, curata da Alessandra Migani, Intimations è una circoscritta analisi di quanto prodotto nel corso del progetto commissionato da Autograph ABP di Londra, un’agenzia che sostiene gli artisti che utilizzano la fotografia e il cinema per trattare questioni di “razza”, quindi di diritti umani e di giustizia sociale.

Nel 2020, fu lanciato tale progetto per osservare come gli artisti abbiano reagito all’emergenza covid e, viceversa, quanto la pandemia abbia influito e influenzato la relativa produzione artistica. Una mostra che ha visto la stretta collaborazione tra l’Autograph ABP di Londra e la Collezione Donata Pizzi che, da sempre, promuove la fotografia italiana.

Servendosi prevalentemente fotografia e video e ponendosi sul medesimo uso della fotografia compiuto da artisti quali, ad esempio, Luigi Ontani o Cindy Sherman, anche i lavori di Silvia Rosi (Scandiano-RE, 1992) sono il risultato di azioni performative che la vedono quale unica interprete di storie.

Però, a differenza degli artisti appena citati che mirano, il primo a rappresentare il mito, la seconda i vizi dell’attuale società, Silvia Rosi, partendo dal personale, desidera raccontare una dimensione molto più ampia, strettamente correlata al desiderio di individuare e tracciare quella di italiana afrodiscendente.

Prendendo avvio principalmente dagli “archivi” fotografici sia familiari che personali (adottati anche nel lavoro Omissions – 2022, realizzato nella residenza “Prender-si cura” presso La Pelanda di Roma), compie un lavoro di ricostruzione delle proprie radici e, al tempo stesso, sottolinea quanto, alcune tradizioni e grandi porzioni della cultura dei propri genitori originari del Togo, siano andate pressoché definitivamente perdute a causa delle violente incursioni colonialiste europee (come magnificamente mostrato negli scatti Self Portrait – 2022, attualmente esposti per il MAXXI Bulgari Prize).

Tuttavia, quel cubo bianco, eretto nel centro della galleria Matèria, è quel ristretto spazio, fisico quanto mentale, nel quale ognuno di noi si può identificare allorquando siano rievocati i giorni di chiusura per l’emergenza sanitaria.

Quel cubo, simbolo della claustrofobica metamorfosi della dimora di ognuno di noi, grande o piccola che fosse, del periodo del lockdown, si trasformava, in tal modo, in una sorta di scatola/prigione dove continuamente si alternavano momenti di mesta rassegnazione a momenti di completa insubordinazione, addirittura tradotta con l’estremo goffo e incompiuto tentativo di fuga.

Silvia Rosi, eseguendo gli autoscatti della serie Neither Could exist alone durante questa ininterrotta alternanza, ha realizzato delle fotografie di medio formato volutamente in bianco e nero per sottolineare, ancora di più, quell’assenza di colori, quell’atmosfera bloccata e sospesa.

Simile atmosfera sospesa è quella che si respira nei lavori di Othello De’Souza-Hartley (Londra, 1977) nei quali, seppur evitato il B/N, il colore quasi privo di ombre, pressoché omogeneo, raggiunge quello stesso effetto di sconsolata desolazione.

Amplificato anche dalle grandi dimensioni dei lavori. Il trittico Absence, nella sua lenta e triplice scansione, dilata e amplifica ancora di più quel vuoto, quell’assenza, appunto.

Tre scatti che, seppur letti autonomamente, sono in grado di esprimere la sua riflessione intima e raccolta, pervasa da solitudine e indeterminatezza e, al contempo, la sua possibilità di elaborare e affrontare il lutto.

E durante l’isolamento coatto, registra le contraddizioni insite proprio nella pandemia: mentre la natura attacca e, in qualche modo falcia vite umane, la stessa natura continua il suo silenzioso percorso vitale. Che l’artista ha cristallizzato nel video Blind but I can see: un albero osservato dalla finestra, attraverso il quale possono essere colte le occasioni di cambiamento che, invece, non siamo in grado di cogliere per i frenetici impegni quotidiani che ci rendono “ciechi” rispetto a quanto ci circonda.

Un attraversamento, quello che si compie tra i lavori dei due artisti, che spinge a un’analisi introspettiva del proprio sentire e percepire, che fa avvertire una comunanza di riflessioni, di insofferenze, di timori.

Oltre a ravvivare quelle sensazioni vissute durante quei mesi di chiusura, e quindi a funzionare come elementi di vivificazione e di memento, trasmette altresì quel senso di condivisione e di comunanza, financo di appartenenza che, in periodi come il nostro caratterizzati di profondo individualismo, in qualche maniera abbattono quel senso di isolamento.

Info mostra: Intimations. Othello De’Souza-Hartley – Silvia Rosi

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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