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Un anno di scuola, di Laura Samani

Un anno di scuola, di Laura Samani (2025)

#lascenapiùbella: quando, tutta la combriccola, fa una gita fuori porta e Pasini si allontana dal gruppo e Fred lo ritrova sul bordo roccioso.

Era già tutto previsto, viene da dire. Già da quando inizia il film. Ma, ad ogni scena, speri che si distacchi un po’ dallo scontato e déjà-vu, che inserisca quella nota nuova, originale, fresca. Invece. Era previsto che lei, Fred, guarda caso svedese (che ovviamente non ha nulla di svedese come nell’immaginario collettivo si pensa a una svedese), faccia amicizia proprio con i capibanda. Era previsto che si creasse una storia sentimentale con uno di loro. Che l’altro, rimasto al palo, li scoprisse e ne scattasse la scontata lite. Era prevista la scritta sul muro della scuola. Era prevista la fine di tutto.

E poi, sti giovani che, come diversivo, vanno per prati: neanche all’inizio dell’800. Oltretutto, non è che abitano nel paesino dello sprofondo, ma in una frizzante Trieste. E questi, il pomeriggio, che fanno? Vanno per prati. Non al mare, non per la città, ma per prati. E la corsa truffautiana alla Jules e Jim, però qui in quattro, diciamo che se la poteva anche evitare.

Ormai st’entroterra depresso, come Le città di pianura, diventato quasi un cliché. Sti giovani descritti nel modo più banale e da manuale che si conosca. Avrà ottenuto anche dei riconoscimenti ma, ormai, è confermato che ho un problema con le pellicole apprezzate dalla critica: non riesco a vedere come loro nella profondità del nulla.

Noioso.

Sul film QUI

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Un anno di scuola, di Laura Samani
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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