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Giulia Marchi – Una pietra sopra. Roma, Matèria

di Daniela Trincia

Giulia Marchi (Rimini, 1976) parla delle sue opere esposte nella sua seconda personale nella galleria romana Matèria, Una pietra sopra, come di lavori che non implichino particolare “impegno”, perché, in fondo, sono materiali esistenti, una sorta di objets trouvés che lei ha “semplicemente” prelevato e “sistemato”; in realtà, ogni lavoro racchiude un immenso universo.

A partire proprio dal materiale, continuando nel titolo, proseguendo nella parola, seguitando nella storia sottintesa. Per concludersi nella sua definitiva forma.

Ogni lavoro, appare come la concretizzazione, la tridimensionalità, di un’immagine, di uno scatto fotografico, media che ha lungamente utilizzato. Si presenta come un ulteriore passaggio dell’attività di Giulia Marchi intimamente connesso alle sue “ossessioni”, alle sue più stringenti necessità di sperimentare, di capire, di ri-ordinare.

Dei sette delicati e intensi lavori in mostra, immediatamente risaltano, oltre alla varietà dei materiali scelti (dall’infinitamente leggeri, effimeri e minuti, all’infinitamente pesanti, duraturi e monumentali, dalla carta al ferro, al marmo, alla lana), i titoli adottati per ogni opera, nonché il display scelto per ognuna.

Materiali diversi come altrettanto diversa è la loro resa formale, tanto da farli apparire come opere di più autori.

È, quindi, un procedere, quello di Giulia Marchi, con lo spazio, nello spazio, attraverso lo spazio.

Così, partendo dallo stesso titolo, Una pietra sopra, preso in prestito dall’omonima raccolta di saggi di Italo Calvino, edita nel 1980 (la cui copertina della prima edizione per Einaudi/Gli struzzi, curiosamente evoca la piccola e funambolica Ricettacolo delle forme #1, 2022), si possono fissare i primi due punti fermi: il peso e il significato delle parole (nessuna scelta e utilizzata in modo casuale e gratuito; non per niente la mostra è accompagnata da un testo di Andrea Cortellessa); la biografia dell’artista.

Poiché è proprio da quest’ultima che, in una pratica intima e personale, Giulia Marchi ha attinto, in quel soggettivo archivio, messo insieme con degli elementi che, per un periodo di tempo definito, hanno accompagnato e camminato insieme all’artista stessa. Fin quando, esaurita la connaturata portata, esperite appieno le sue potenzialità, l’artista li lascia andare in un suo lavoro, rinunciandoci definitivamente, mettendoci quella famosa pietra sopra.

Al tempo stesso, è una sorta di bilancio, di riflessione sulla propria ricerca, che solo uno sguardo da una certa distanza temporale, consente di compiere.

Come velocemente accennato, le opere in mostra appaiono come delle immagini uscite dal rettangolo fotografico, che acquistano corpo e consistenza: quei set allestiti da Giulia Marchi (pratica che, con finalità e significati diversi, adottano anche artisti come Silvia Camporesi, Paolo Ventura, Thomas Demand, e così via) non sono più i soggetti dei suoi scatti (con quella tenue atmosfera della straight photography), bensì protagonisti delle sue opere.

Leggerezza e rigore, benché abbia utilizzato materiali di indiscussa consistenza (quali il marmo e l’acciaio), sono le note che caratterizzano ogni lavoro. E, nonostante la parola sia difficile da trovare (come nei suoi laboriosi libri d’artista, caratterizzati da chirurgiche piegature che, probabilmente, da qualche parte celano una parola, lasciata come una mollichina da Pollicino), sia celata allo sguardo, tuttavia è sempre presente.

E la nivea installazione Quaranta righe più due metri cubi di aria, 2002 (titolo attinto da Giorgio Manganelli), realizzata con i delicati fogli di carta cinese Xuan da 30gr, sommessamente lo dichiara: come in filigrana, compare a chi sa guardare e cercare attentamente. Poiché è proprio la carta il materiale prediletto dall’artista, da lei vissuta sia come supporto delle sue primigenie idee, sia come media col quale esprimere alcune di quelle idee.

Perché, in fondo, come il grande alchimista delle parole e un po’ dimenticato Emilio Villa, È tutto nella testa, 2022: un inedito pilastro di oltre due metri che svetta nello spazio, delicatamente costruito con una consistente risma di carta a modulo continuo da 60gr.

Altrettanto difficile non individuare un riferimento biografico (personale ma allo stesso tempo pienamente collettivo) nell’installazione Ci sono ferite che per cicatrizzarsi hanno bisogno di altre ferite, 2022 (da Michelangelo Buonarroti): delle lucide e brillanti lastre di marmo il cui frastagliato taglio è stato impreziosito, come la famosa e sapiente tecnica giapponese kintsugi ricorda, con una foglia in oro zecchino.

Info mostra

  • Giulia Marchi – Una pietra sopra
  • Matèria, via dei Latini 27 – Roma
  • fino al 7 maggio 2022 – orario: da martedì a sabato 11.00-19.00 (verificare anticipatamente gli orari) – ingresso gratuito
  • info: contact@materiagallery.com
immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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