Con I’ve grown roses in my garden, la personale (o, più correttamente, la piccola antologica) della fotografa Shadi Ghadirian, curata da Silvia Cirelli, la Galleria Anna Marra punta di nuovo un faro sulla delicata questione della condizione delle donne mediorientali.
Tematica, sì circoscritta a una specifica area geografica, ma che, per alcuni stereotipi e circostanze, è purtroppo comune a molte donne dell’intero globo, per il perseverare di una cultura di impronta ancora smaccatamene maschilista.
Con tinte sature, di medio e grande formato, il gruppo di fotografie esposto, oltre a ripercorrere alcune tappe salienti della carriera artistica di Shadi Ghadirian, dagli esordi nel 1998, con la famosa e bellissima serie Qajar, agli ultimi lavori, con la serie Seven Stones (2023 e, nel mezzo, Like Everyday – 2000; Be Colourful, 2002; Nil, Nil – 2008; Miss Butterfly – 2011), mostra l’attento sguardo che l’artista rivolge alle tradizioni e contraddizioni, anche e soprattutto sociali, del suo Paese.

Nata a Teheran nel 1974, dove tuttora vive e lavora, oltre ad aver esposto in numerose collettive in importanti musei e partecipato a prestigiose esposizioni (tra tutte la Biennale del 2015), vanta un piccolo, ma prezioso e importante, primato personale: è una tra le prime donne a conseguire la laurea in fotografia presso l’Università di Azad di Teheran.
Contrariamente a quanto si potrebbe facilmente pensare, l’attività artistica iraniana è molto vivace e l’indicazione della questione femminile condotta dalle artiste è molto forte: le numerose mostre allestite in diverse gallerie della capitale attestano tale orientamento, nonché quest’intensa attività e particolare attenzione riposta all’intero contesto.
Gli scatti del lavoro più recente appartenenti alla serie Seven Stones (2023), sono scatti realizzati con particolare cura e attenta ricostruzione dei diversi set fotografici con i quali ha poi ricostruito, attraverso l’utilizzo di programmi digitali, ambienti sospesi e estranianti.

Seppur evochino da molto vicino sia i lavori di Gregory Crewdson che quelli di Tracey Moffat, anche per il sapiente utilizzo delle luci e per la creazione di atmosfere bloccate, irreali e ambigue, finanche paradossali, la serie, immediatamente, suscita quel senso di impossibilità, di congelamento in situazioni asfissianti e (forse) con poche vie di fuga: il macigno (come non pensare a quelli che Sun Yuan & Peng Yu, realizzano in Teenager, Teenager?) che incombe, blocca, sicuramente a livello psicologico, ogni occasione di scappatoia, perfino di rivalsa, anche se in una sorta di torre d’avorio, pur sempre imprigionati.
Ma, nello stesso tempo, trasmette quell’eterno essere in bilico per l’incessante precarietà, per la continua minaccia di conflitti bellici. Quella stessa impossibilità di scampo denunciata nella bellissima, e fortemente esplicativa, serie Like Everyday. Realizzata nel 2000 con grande capacità, sintetizza tutto un mondo di convenzioni e tradizioni.

Donne, delle quali è impossibile vederne il volto, rese anonime proprio dall’omologazione culturale che le vuole trasparenti e invisibili, anche attraverso l’abbigliamento, che ne nasconde forme e identità, paratatticamente ritratte con diversi oggetti della vita domestica quotidiana.
Ma, già dal chador, Shadi Ghadirian semina il primo elemento di scarto: ogni stoffa è diversa e coloratissima, con vivaci stampe floreali, contrariamente a quanto, invece, avviene nella vita corrente delle donne. Questa varietà, non solo mira a sottolineare la vitalità presente nell’animo delle donne, ma, altresì, a mostrare una contenuta varietà tessile, peculiare della tradizione.
La presenza degli utensili richiama immediatamente un’altra usanza del Paese: alle giovani donne, al momento delle nozze, è usanza regalare utensili da cucina, a sottolineare, e rimarcare, sin da subito, il loro ruolo, tanto familiare, quanto (e soprattutto) sociale.
Altri diretti riferimenti alla tradizione sono palesati anche nella serie Miss Butterfly (2011). Però, come ormai chiaro della pratica di Shadi Ghadirian, traslati in un significato altro, spinto a denunciare limiti e condizioni fondamentalmente femminili.

Mediante l’asciutto bianco e nero, e riprendendo un’antica favola iraniana, che narra la storia di una farfalla, la quale, volendo incontrare il sole, resta imprigionata nella tela di un ragno, ritrae donne intente a tessere esse stesse la rete della propria prigione.
Così, a rendere particolarmente interessanti i suoi lavori, oltre alla fusione di suggestioni differenti e contrastanti, come l’ironia, la sofferenza, la serenità, è la capacità di riuscire, anche attraverso l’uso di riferimenti e richiami autobiografici, a comporre una narrazione largamente estesa e collettivamente compresa, in grado di toccare la sensibilità di una memoria condivisa.
Info mostra Shadi Ghadirian | I’ve grown roses in my garden
- a cura di Silvia Cirelli
- fino al 9 novembre 2024
Galleria Anna Marra – Via di Sant’Angelo in Pescheria 32, Roma
- contatti:: 06 9761 2389
- info@galleriaannamarra.it
Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.














