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Ma Banksy lo sa?

di Daniela Trincia

Ma Banksy lo sa? È quanto viene da domandarsi di fronte alla grande manovra espositiva messa in campo dalla Fondazione Terzo Pilastro, capitanata da Emmanuele Emanuele, nell’irrequieto (si perde il conto dei cambi di denominazione) Palazzo Cipolla. Perché, seppure non si conosce direttamente Banksy, si sa tutto su di lui, o meglio, circolano talmente tanti racconti sui suoi modi di agire sempre fuori dagli schemi e sopra le righe, che a tutti sembra di conoscerlo. Pochi non si sono stupiti all’annuncio della mostra dagli accattivanti titolo e locandina da maghi della comunicazione. Come una sorta di slogan, il titolo Guerra, Capitalismo & Libertà (cioè i principali temi affrontati in questa esposizione, curata da Stefano Antonelli e Francesca Mezzano di 999Contemprary Roma e Acoris Andipa di Andipa Gallery di Londra) si accompagna con l’immagine, anche un po’ inquietante, di un cupo e scuro cappuccio di una felpa, altresì richiamo del mistero che aleggia intorno al più noto street artist, da cui ovviamente non emerge alcun tratto fisionomico, uno di quei cappucci portati con estrema disinvoltura non solo dai ragazzi ma anche dai black bloc. Che in fondo è lo spirito che persegue il nostro Banksy: colpire velocemente con … un disegno. E tornare a confondersi nel mistero.

Ma probabilmente non lo sa Banksy, se gli organizzatori in tutta fretta sottolineano a caratteri cubitali in calce al comunicato: L’ARTISTA NOTO COME BANKSY NON È ASSOCIATO NÉ COINVOLTO IN QUESTA ESPOSIZIONE MUSEALE. TUTTE LE OPERE PRESENTI IN MOSTRA PROVENGONO DA COLLEZIONISTI PRIVATI INTERNAZIONALI E NESSUNA OPERA E’ STATA SOTTRATTA ALLA STRADA.

Di lui, del quale non si conosce con certezza praticamente niente, neanche il luogo e la data di nascita, largamente si accetta che sia nato a Bristol nel 1974. Per tale segretezza, ciclicamente sono pubblicati articoli che affermano di averne scoperto l’identità, immediatamente seguiti dall’altrettanto ciclica smentita. L’ultima, e sicuramente non l’ultima, infatti, è di qualche mese fa, con la subitanea sconfessione.

Dicevamo, tutti stupiti all’annuncio non solo di una sua mostra, ma addirittura di una sua mostra in uno spazio ufficiale, qual è Palazzo Cipolla. (Attenzione però che non è la prima esposizione di suoi lavori, che invece risale al 2000 nel locale Severn Shed di Bristol.) Proprio lui, che della disobbedienza ha fatto la sua personale bandiera? E, quindi, alla notizia della più grande mostra sul gigante Banksy, la sorpresa è stata forte: lui, che accetta di entrare in un museo, negando e rinnegando lo spirito portante di ogni street artist che si rispetti? Lui, proprio lui, che si china al commerciale? Leggendo, si viene a conoscenza, che è una mostra costruita con i bozzetti in mano a collezionisti privati.

Allora, lui, proprio lui, che si china ugualmente al commerciale, vendendo i suoi bozzetti? Lui, proprio lui, che si rifiuta di essere rappresentato in modo esclusivo da una galleria, lascia poi i suoi disegni ad una galleria?

A parte che ci crogioliamo nella polemica e ci ingrassiamo nel voler vedere comunque del marcio, ricordiamoci sempre che non si campa di aria. Però, a parte questo, ricordiamoci ugualmente che circolano così tante voci anche sulla sua prassi di vendita estemporanea dei suoi disegni, che di certo c’è ben poco. Tra cui quella che lo vede nottetempo depositarli fuori di una galleria, sembrerebbe ogni volta una diversa, la quale provvede in un secondo momento a fargli trovare una busta con la relativa ricompensa. Fatto sta, che tutte queste chiacchiere sono utili ad ampliare la sua fama. Perché si sa: più c’è mistero, più la cosa è intrigante. Però, nel caso di Banksy c’è anche dell’altro: il mistero accompagnato da un’indiscutibile bravura, sotto tutti i punti di vista. Formale, tecnica, di attenzione. Perché, sono pochi i temi socio-politici sfuggiti alla sua graffiante bomboletta, perché “un muro è una grande arma. È una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno”. L’ultimo e di nuovo sicuramente non l’ultimo, è il suo blitz a Londra, a Knightsbridge, davanti all’ambasciata francese, con schietto riferimento alla Jungle di Calais (luogo dove sono ospitati i migranti) e tutto quello che ne è conseguito. La struggente Cosetta dei Miserabili in lacrime vicino a un candelotto di gas lacrimogeno, dice molto di più di centinaia di articoli sui respingimenti francesi. Tecnico perché ha fuso al graffitismo lo stencil, generando uno stile nuovo e unico (nonostante numerosissimi siano gli imitatori). Formale perché, con la rara abilità della sintesi e della semplicità, ha dato rappresentazione schietta e caustica di molti temi, in grado di raggiungere un vasto pubblico in modo diretto, univoco e chiaro. Temi, stile e modi di agire che in qualche modo evidenziano una profonda irrequietezza tradotta in una grande denuncia, la stessa che ha voluto esprimere con Dismaland, un parco a tema temporaneo (dal 21 agosto al 27 settembre 2015), a Weston-super-Mare, che ha richiamato ben 150mila visitatori e più di 6milioni visitatori del sito dedicato all’evento. Grafiti i suoi che sono stati spesso oggetto di cancellazione (come quello con i piccioni realizzato a Clacton-on-sea, ritenuto razzista, perciò eraso) o scriteriati interventi da parte di altri writer (come quello avvenuto a Napoli, sull’unico intervento dello street artist inglese in Italia). Di sicuro, è innegabile la strana sensazione che si prova nel vedere questi disegni incorniciati, alcuni con tanto di cornice baroccheggiante dorata. Tuttavia, la fascinazione della mostra è racchiusa proprio nella possibilità di vedere riuniti insieme circa 150 disegni della stragrande maggioranza dei suoi grafiti, quei disegni che lo hanno reso famoso nel mondo, dai topi alla bimba con palloncino, ai poliziotti mangiatori di banane, al ragazzo che lancia un mazzo di fiori (ricordando “Combatti i guerrafondai, non le loro guerre”), per citare i più noti. Ma i topi necessitano di una considerazione a sé, perché “loro esistono senza permesso. Sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in silenziosa disperazione tra il sudiciume. E tuttavia sono in grado di mettere in ginocchio intere civiltà. Se sei sporco, insignificante e nessuno ti ama, allora i topi sono il tuo modello”. Altrettanto suggestivo è osservare i supporti utilizzati, dal cartone ai fogli acetati, per tali bozzetti, quanto alcuni passaggi di elaborazione di determinati grafiti. E vedendoli tutti insieme, tra cui anche le copertine di alcuni cd musicali, si ha la conferma del perché della meritata fama internazionale di Bansky.

 

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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