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William Kentridge. Pensieri fuggitivi a Palazzo Collicola di Spoleto

di Daniela Trincia

In questa calda estate, non solo Palazzo Collicola è all’insegna di William Kentridge, ma un po’ tutta la città di Spoleto. Soprattutto durante il Festival dei Due Mondi.

Perché è proprio l’artista sudafricano a tessere una stretta connessione fra le diverse discipline -arte, spettacolo, musica- che animano la città umbra durante la rassegna.

Suo è Six Heads, il manifesto del Festival, dove campeggiano, per l’appunto, sei teste, di vario genere. Suo è The great yes, the grat no, lo spettacolo messo in scena nelle giornate del 12 e 13 luglio nel quale, come sua pratica, ha rappresentato il mondo composto da differenti culture e identità.

Suo è Mayakovsky (lavoro che fa parte del più ampio progetto The Centre for the Less Good Idea, fondato dallo stesso Kentridge, col quale promuove progetti interdisciplinari e supporta giovani artisti africani), presente nella mostra Unhappen Unhappen Unhappen – Pepper’s Ghost Dioramas, con la quale, la Fondazione Carla Fendi, presenta, nell’ex Battistero della Manna D’Oro, quattro diorami animati, appunto, con la tecnica illusionistica del Pepper’s Ghost.

Sua è Pensieri Fuggitivi, la mostra che si sviluppa in tutte le sale del Piano Nobile di Palazzo Collicola.

immagine per 11. William Kentridge, Fugitive Words, 2024. Still da video
William Kentridge, Fugitive Words, 2024. Still da video

Curata da Saverio Verini, direttore dei Musei Civici di Spoleto, in strettissima collaborazione col William Kentridge Studio e la galleria Lia Rumma, e co-prodotta dal Festival dei Due Mondi, attraverso una cinquantina di lavori, sono ripercorsi gli ultimi venticinque anni della prolifica e ricca attività dell’artista, nato a Johannesburg nel 1955.

Ciò che maggiormente si apprezza dell’intera esposizione (in corso fino al 2 novembre 2025) è il fatto che presenta una concisa, ma esaustiva, panoramica dell’intera attività artistica di William Kentridge; riassume, con una equilibratissima e straordinaria sintesi, le diverse declinazioni con cui l’artista si esprime. Dalla scultura, al video, al disegno, dagli arazzi, all’installazione, al teatro, alla performance.

Perché, alla fine, principalmente sono due le anime che Kentridge ha armonizzato: l’arte visiva e la recitazione. E, attraverso le diverse tecniche, da sempre la sua ricerca è lucidamente incentrata sul trauma coloniale, sulla stratificazione della storia e sulle derive politiche, che si fondono con la sua memoria personale.

Come per gli scrittori, materiale dei propri romanzi è il mondo e le sue storture e le proprie esperienze, così, per William Kentridge gran parte della sua lettura e riflessione è partita da un “trauma” infantile, che lo stesso artista rievoca in ogni occasione. Allorquando, all’età dei sei anni, credendo che la colorata scatola di latta, sopra la scrivania del padre, contenesse caramelle, aprendola si ritrova tra le mani non dolci bonbon, ma le agghiaccianti fotografie dell’orribile Massacro di Sharpeville, sulla cui inchiesta il padre, avvocato (come anche la madre), lavorava.

È proprio questo primo contatto con tali forme di violenza che cambiò radicalmente il suo modo di percepire il mondo, avvertendo quel senso di precarietà, transitorietà e contraddizione, insite anche nella vita dell’essere umano. Prendendo coscienza di come il racconto dell’apartheid, fosse manipolato e contraffatto.

Un senso di transitorietà posto alla base dei suoi lavori video-animati: disegni che hanno la durata di un frame, per essere immediatamente cancellati per una diversa postura o forma.

Lo stesso che si avvertiva nel lungo fregio, di cinquantaquattro figure, realizzato a Roma, nel 2016, in un tratto degli argini del Tevere. Triumphs and Laments, ottenuto mediante idropulitura, attraverso, quindi, un processo di sottrazione, congenitamente destinato a svanire: cinquecento metri di figure effimere che rimarcavano quello stato di provvisorietà insito in qualsiasi cosa.

Come la serie filmica Self-Portrait as a Coffee Pot (2020–2024), il bronzo Pour (2022), presente in mostra, incarna il suo pensiero: fonde, o, meglio, sovrappone, la sua ricerca artistica al suo universo personale: i suoi pensieri, le sue parole, ribollono nella sua mente come il caffè ribolle nella moka; da qui una macchinetta del caffè come suo autoritratto.

immagine per 10. William Kentridge, Pour, 2022. Bronze, 124 x 119 x 66,7 cm (approx). Courtesy dell’artista e Galleria Lia Rumma Milano/Napoli. Foto: Sebastiano Pellion di Persano.
William Kentridge, Pour, 2022. Bronze, 124 x 119 x 66,7 cm (approx). Courtesy dell’artista e Galleria Lia Rumma Milano/Napoli. Foto: Sebastiano Pellion di Persano.

Agli oggetti comuni, prelevati dal quotidiano, dal domestico, conferisce un significato simbolico, trasformando l’intimo spazio personale in qualcosa di totale, mediante immagini e sculture ibride, dove forme umane si fondono ad oggetti quotidiani, perché “i bronzi sono parole e frasi non dette, inarticolate o incerte”, afferma lo stesso Kentridge.

Apron, che apre il percorso espositivo spoletino, ben esplicita tutto ciò: un ordinario grembiule, sormontato dal riconoscibile megafono, per proclami o per amplificare la musica (l’altra grande passione di Kentridge).

immagine per 01. William Kentridge, Apron, 2021. Bronze, 122x80 cm approx. Courtesy dell’artista e Galleria Lia Rumma Milano/Napoli.
William Kentridge, Apron, 2021. Bronze, 122×80 cm approx. Courtesy dell’artista e Galleria Lia Rumma Milano/Napoli.

Altro apprezzabile elemento della mostra, sottolineato da Saverio Verini, è la volontà “di aver voluto creare una sorta di legame tra la collezione del museo e le opere di Kentridge, allestendo determinati lavori in specifiche sale”, affinché si potesse creare una silenziosa e impercettibile coralità.

Una connessione attuata anche all’interno della stessa esposizione: i trenta Quaderni di studio (History on One Leg, 2024), approntati sui classici leggii dei musicisti (messi a disposizione dal Festival), infatti, si dislocano nelle quattordici sale impegnate nella mostra.

È, perciò, di sicuro impatto, la prima sala, in cui si disperdono altri leggii che, come proclami o cartelli, lapidariamente Kentridge ha dipinto, con quella vena di ironia che lo caratterizza in ogni sua opera, concisi motti (God’s Opinion is Unknown, Beware The Age of 73, Darkness Gossips About No One, per segnalarne alcuni).

immagine per 02. William Kentridge, Blue Rubrics (Beware The Age of 73), 2019. Pure Afghan Lapis Lazuli water color pigment on found pages - hand painted multiple, 48 × 56,5 × 4 cm (framed). Courtesy dell’artista e Galleria Lia Rumma Milano/Napoli.
William Kentridge, Blue Rubrics (Beware The Age of 73), 2019. Pure Afghan Lapis Lazuli water color pigment on found pages – hand painted multiple, 48 × 56,5 × 4 cm (framed). Courtesy dell’artista e Galleria Lia Rumma Milano/Napoli.

Ugualmente di grande impatto, oltre a quella col bellissimo video, eccezionalmente in stop motion, con la colonna sonora di Beethoven (Andante cantabile ma però con moto, del Trio op. 97), Fugitive Words (2024), che ha fornito lo spunto per il titolo stesso della mostra, e quella ospitante Processione di Riparazionisti (2019), senza dubbio sono la Galleria e la Cappella.

La prima, invasa dalla calda luce proveniente dalle ampie finestre, ospita, tra i già accennati leggii con i notebook, la grande simbolica scultura Pour. Mentre, nella Cappella, ai lati dell’altare, sono due splendidi carboncini, rispettivamente Archangel Michael e The Pope-Ass, entrambi del 2015, disegnati, come prassi dell’artista, su pagine riusate, in questo caso su un registro.

Pagine anche strappate in irregolari striscioline, con cui ha composto stravaganti figure trasformate nelle splendide sculture di alluminio di Paper Procession.

immagine per 09. William Kentridge, Paper Procession IV, 2023. Steel, Aluminium sheets and Oil paint, 117 × 100,5 × 39 cm. Courtesy dell’artista e Galleria Lia Rumma Milano/Napoli. Foto: Danilo Donzelli.
William Kentridge, Paper Procession IV, 2023. Steel, Aluminium sheets and Oil paint, 117 × 100,5 × 39 cm. Courtesy dell’artista e Galleria Lia Rumma Milano/Napoli. Foto: Danilo Donzelli.

Un incedere, quello delle processioni (altro tema a lui caro), che ben incarna il concetto della mutevolezza, della mobilità, dello scorrere, del tempo come dei pensieri, che non riescono a fermarsi e, irrimediabilmente, fuggono.

 

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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