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Una figlia, di Ivano De Matteo

di Daniela Trincia

Una figlia di Ivano De Matteo (2025)

#lascenapiùbella: quando Pietro, all’interno dell’abitacolo della sua macchina, sfoga tutta la sua rabbia, la sua impotenza, il suo dolore.

Anche se la scena all’interno dell’abitacolo dell’auto, durante il lavaggio con le spazzole rotanti, ormai è quasi un topos (e tra l’altro mi domando come mai, dal momento che raramente ti fanno stare dentro la macchina mentre passa dentro le spazzole, e perché sono pochissimi gli autolavaggi che hanno ‘sti benedetti rulli), indubbiamente riesce ad esprimere bene la solitudine, in questo caso del padre (Stefano Accorsi), in cui si ritrova qualcuno a cui, in un batter di ciglia, tutto il proprio mondo crolla.

immagine per Una Figlia di Ivano De Matteo

Seppure, per il regista si sostiene che sia sua prassi realizzare opere che sospendono il giudizio, in realtà non si può rimanere indifferenti e assumere una posizione non arbitraria. Perché il giudizio scatta, eccome se scatta. Scatta, anche, a sentire tutto il dolore che può provare un genitore di fronte a qualcosa di molto più grande delle proprie forze, della propria comprensione.

E scatta nei confronti della figlia (Ginevra Francesconi) per la quale, all’ultimo, non ho potuto non affibbiare la medaglia di “grande egoista”, pur comprendendo appieno le sue motivazioni e le ragioni delle sue scelte. Scatta, nonostante una frase di Pietro, quasi da manuale, ma di grande verità, illumini la propria posizione e le relative scelte.

A me è piaciuto molto.

 

Sul film: qui >>>>

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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