Anche in questa edizione di Frieze London 2026, la pittura fa da padrona. Proposta in pratica dal 98% delle gallerie, dalle più piccole fino ai mostri sacri.

Gagosian, con una personale di Albert Oehlen. La Lisson Gallery, con un allestimento che sicuramente spicca rispetto al bianco di tutti gli stand, si presenta ugualmente con una personale di Dalton Paula.
Mentre Sadie Coles, oltre alla pittura e a proporre i raffinati collage di Isabella Ducrot (presente ovviamente anche da Galerie Gisela Capitain), mostra i muscoli con la monumentale scultura Princess Daffodil (e gli accattivanti Matchboxes) di Alex Da Corte e con la bellissima serie di Self Portraits di Sarah Lucas.
Ovviamente, una pittura che va dall’astratto al figurativo al monocromo o pseudo tale.
È il caso della norvegese Ann Iren Buan da Apalazzo Gallery, i cui monocromi nascono da un lungo processo di stratificazione di pigmenti e pastelli su fogli di carta combinati con il gesso, che crea studiate fratture.
Ciò che è stato altresì interessante notare è la ricorrente presenza di una pittura di piccolo e medio formato, che fa il verso alla fotografia, concentrandosi sui dettagli domestici, industriali, del corpo, del quotidiano.
Lo sono Quantin James McCaffrey da Alison Jacques con True Veil, Aubrey Levinthal col suo Dried Tulips on the Radiator da Ingleby; i dettagli di macchinari e dell’industria di Altoon Sultan da Hollybush Gardens; quelli del corpo di Gideon Rubin dalla Anat Ebgi Gallery; del corpo e del quotidiano di Katelyn Eichwald da Cob Gallery.
Un discorso a sé sono i quadri di Jane Bustin da Jane Lombard Gallery, che combina una composizione astratta con materiali e dettagli pittorici. Una pittura che generalmente si tiene ben lontana dal calarsi nei temi sociali che attraversano i nostri anni.
All’interno di tale panorama, maggiormente emergono quei lavori che escono dal coro.
Fa quindi doppiamente piacere ritrovare l’ironico finanche poetico lavoro Paper Planes di Robin Rhode nella Lehmann Maupin.
Come lo fa anche la delicata immagine First Days of Spring di Wolfgang Tillmans da Maureen Paley; il braccio meccanico (Untitled/a bitter pill) di Rirkrit Tiravanija da David Zwirner (che quasi sembra essere un secondo atto alla straordinaria Pharmacy di Damien Hirst) e lo straordinario “nastro” di Juan Uslé da Frith Street Gallery. Entre Pasos, un’installazione room-sized che include ben 120 fotografie, scattate a Londra, New York e Saro (Santander) -la città natale dell’artista- che catturano i dettagli di passeggiate e osservazioni quotidiane, e 12 dipinti, che traducono la cadenza del respiro umano, disposti in maniera ritmica al di sopra e al di sotto di una data linea di orizzonte.
Sorprendono per il loro staccarsi dalle rispettive sigle stilistiche, i lavori di Kara Walker (Vanitas #8 – pastello su carta) senza sagome nere, e Anne Imhof (Untitled – olio e grafite su tela), senza performance, da Sprüth Magers.
Straordinario è A Logo for America il lavoro fotografico di Alfredo Jaar da Galeria Francisco Fino: quattro fotografie in b/n che attestano il lavoro digitale del 1987, compiuto su un cartellone elettronico di Times Square, mediante la proiezione di un video di 42 secondi e col quale contestava il monopolio esclusivo degli Stati Uniti sul nome “America”, sebbene includa anche il Centro e il Sud America.
Lo stesso vale per The Russian Ending, venti fotografie in b/n di Tacita Dean da Borch Editions, che individuano dei punti salienti della parabola russa.
Riscalda il cuore ammirare Sophie Calle da Perrotin; Ana Mendieta (con la celebre performance della barba, del 1972) e Gordon Parks da Alison Jacques; Robert Rauschenberg e Antony Gormley da Thaddaeus Ropac Gallery; Marisa Merz da Thomas Dane Gallery; Do Ho Suh da Unique.
Un capitolo a sé è quello della galleria White Cube che si è distinta sia per il tipo di esposizione che, soprattutto, per come l’ha presentata.
Ha, infatti, presentato una monografica di Ilana Savdie con tele dai colori vividi e lavori su carta con i quali indaga il corpo umano, i suoi limiti materiali e psicologici, installando i lavori su una griglia metallica, in dialogo con opere storiche di Leonor Fini, Salvador Dalí, Hans Bellmer e Louise Bourgeois.
Se l’oceanica pittura, perlopiù disimpegnata, rischia di appiattire lo sguardo, sono certi cortocircuiti a generare potenti e radicali eccezioni che, seppur guardano al mero mercato, non languono ai suoi piedi.
Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

























