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Mariana Ferratto. Libertà clandestine

di Daniela Trincia

Libertà clandestine di Mariana Ferratto da The Gallery Apart di Roma è una mostra che travalica il mero display espositivo di lavori realizzati dall’artista. Perché, in esso, ha concentrato numerosi e diversi concetti e valori. Dichiara, infatti, l’artista stessa.:

«È una mostra che parla della creatività come mezzo di resistenza».

Ma è anche una mostra che parla di relazioni, di Storia, di memoria, della sfera personale, delle proprie radici, del riappropriarsi del proprio passato. Attingere dal personale trasformandolo in modo delicato e leggero, in concetti universali, è una capacità molto radicata nella pratica artistica di Mariana Ferratto. Riappropriarsi del proprio passato e, quindi, delle proprie radici, per lei ha avuto, altresì, il significato di fare i conti con la Storia che ha attraversato la sua famiglia.

Nata a Roma, nel 1979, e da qualche anno trasferitasi a Firenze, Mariana Ferratto ha origini italo-argentine. I suoi genitori sono fuggiti dall’Argentina e rifugiati in Italia, hanno vissuto sulla propria pelle le terribili conseguenze della dittatura militare (1976-1983) di Jorge Rafael Videla, che rovesciò il governo di Isabel Martinez de Perón.

Quella dittatura che vede in chiunque non la assecondi e non l’abbracci nella sua totalità, nemici da isolare, eliminare, incarcerare (il film nelle sale cinematografiche in questi giorni Io sono ancora qui di Walter Salles, seppure ambientato in Brasile, ben racconta quanto le dittature militari abbiano compiuto -e purtroppo compiono- negli stati in cui si insediano).

Molti degli oppositori politici vennero incarcerati, per lo più, detenuti in isolamento, senza alcuna possibilità di comunicare con l’esterno, e senza alcun tipo di conforto e oggetto.

Molti di loro hanno iniziato a realizzare oggetti, utilizzando i materiali più disparati, per superare le lunghe e interminabili ore di prigionia. Tutto, ai loro occhi, poteva diventare materiale da usare e trasformare: dall’osso della carne, ai fili degli asciugamani, alla mollica di pane.

immagine per Costellazioni, 2023, book pages on lighboard, 20×30 cm, photo Eleonora Cerri Pecorella
Costellazioni, 2023, book pages on lighboard, 20×30 cm, photo Eleonora Cerri Pecorella

Così, un osso ben levigato e scolpito poteva essere trasformato in un ciondolo. I fili degli asciugamani potevano diventare quelli della trama e dell’ordito della tessitura di piccole stoffe o i fili per il ricamo di piccoli quadri. La mollica del pane, ben lavorata, poteva diventare una piccola scultura degli scacchi. E tutto questo è raccontato dalle voci di alcune vittime di quegli insensati provvedimenti.

Seppure l’insieme di lavori sia stato realizzato per il progetto Memoria de la materia e la relativa residenza al MAD – Murate Art District, ovvero l’ex convento delle Murate, cioè il vecchio carcere cittadino, di Firenze, e per la prima volta esposto proprio nel centro d’arte fiorentino, l’intero impianto è stato fedelmente riproposto nella galleria romana.

La serie di fotografie di medio formato, immediatamente, trasmette quel senso di distanza, di distacco, di dentro e fuori, dove dentro equivale a rinchiuso e fuori indica quella pseudo libertà vissuta dagli altri cittadini, perché “le ciel est par dessus le toit”.

Quale miglior luogo per Mariana Ferratto per affrontare quella tragica storia che ha direttamente coinvolto i suoi più cari familiari se non il MAD? È con i video che, in veste di tutorial, i protagonisti raccontano come realizzavano i loro manufatti e, tra le righe, testimoniano le loro privazioni e la loro precarietà accompagnate alla speranza e alla creatività, piccoli gesti di pacifica ribellione che infondevano vitalità e fiducia.

Creatività che, in modo puntuale, è tracciata nei disegni (Archivio dell’artigianato clandestino). I quali appaiono simili a libretti di istruzione ma, in realtà, evidenziano la lentezza, o meglio, il tempo dilatato vissuto dai prigionieri.

Nel modo in cui Nicolai Olaf, nel 2003, aveva riproposto negli spazi di Fondazione Volume! di Roma, con la sua omonima opera la scena saliente del film Un Chant D’Amour, così Mariana Ferratto attesta come, seppur segregato e rinchiuso, l’uomo cerca sempre di comunicare con il suo simile.

Dei grandi fiori in ceramica, camuffano altrettanti altoparlanti, che riproducono lacerti di brani del libro Memorie del buio, composto dalle lettere, dai diari e dalle testimonianze di 112 donne prigioniere nel carcere di Devoto. Anche per mezzo di un originale alfabeto Morse, mediante impercettibili buchi sotto le lettere stampate su pagine di libri, riuscivano a inviarsi messaggi.

Oppure con l’invenzione di un linguaggio inedito, fatto di gesti (L’abbecedario del linguaggio carcerario riprodotto attraverso disegni a matita a ricoprire un’intera parete dello spazio espositivo), come un alfabeto muto (Tumbero). Ed è con le lettere di questo silenzioso alfabeto che una performer ripropone i versi di una poesia:

«ho un appuntamento/pericoloso?/sì/che loro non lo vengano a sapere/è con la vita!».  

immagine per Libertà clandestine, installation view, ground floor, photo Eleonora Cerri Pecorella
Libertà clandestine, installation view, ground floor, photo Eleonora Cerri Pecorella

 

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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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