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No Other Choice. Non c’è altra scelta, di Park Chan-Wook

di Daniela Trincia

No Other Choice. Non c’è altra scelta, di Park Chan-Wook (2025)

#lascenapiùbella: quando Man-su, nell’inseguire nel bosco, uno dei possibili rivali, come la pantera rosa, cerca di nascondersi dietro gli alberi.

In effetti, in questo caso, la traduzione del titolo è al quanto utile, perché, quello originale, Eojjeolsuga Eobsda, non solo non riesco a pronunciarlo, ma neanche a leggerlo. Ma, a parte l’impronunciabile titolo originale, il film è qualcosa di veramente unico. Per le idee. Per la sceneggiatura. Per le inquadrature. Per le situazioni. Per i dialoghi. Per i temi che, neanche tanto tra le righe, escono prepotentemente fuori da ogni sequenza.

Il lavoro e la sua importanza, oltre che economica, anche di definizione dell’individuo, a livello personale ma, soprattutto, a livello sociale. Le relazioni tra i lavoratori, tra i familiari, tra i figli, tra gli animali, tra la natura, tra la tradizione. La denuncia forte di come il guadagno calpesti dignità, esperienza, professionalità, tradizione, qualità, cultura. E di come, pur di non perdere quella dignità e professionalità, si sia disposti a piegarsi, a trovare disumani compromessi.

C’è molto dell’impianto di quei cartoni animati che hanno invaso i nostri canali televisivi dagli anni Ottanta e, per questo, molti atteggiamenti ci sembrano familiari. Che estremizzati, seppur paradossali, strappano un sorriso per la loro ironia (lui che dalla terrazza prende le misure di come lanciare un vaso di fiori e che viene laconicamente apostrofato dall’inquilina del piccolo palazzo, forse proprietaria dei vasi). C’è anche quello splatter che Tarantino ci ha fatto amare. Ma la scena conclusiva, seppur catartica, lascia un profondo senso di amarezza.

Molto bello.

Sul Film, un nostro approfondimento QUI

 

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No Other Choice. Non c’è altra scelta, di Park Chan-Wook
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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