“I mostri stanno in fondo ai pensieri”: è quanto si ripete Arsa.
Tuttavia, seguendo le immagini, viene da pensare che i mostri possano stare anche in fondo al mare. Oppure all’interno di una “capsula spaziale”. O travestiti da giovani turisti. Ma i mostri sono quelli che Arsa crea nel suo mondo, isolato da tutti, in un’isola amena (la più lontana delle isole Eolie, dalle bellezze incomparabili nominata tra le righe per la presenza del vulcano); in una riserva naturale, come un essere prezioso o da preservare. Mostri buoni, che esorcizzano il male e il dolore e che prendono corpo attraverso quanto è dimenticato, lasciato, abbandonato.
È quanto mettono, nei 96minuti dell’omonimo lungometraggio, i Masbedo (al secolo Nicolò Massanza e Iacopo Bedogni).
La fotografia è densa e, sebbene lo mostri, non fa mai avvertire il caldo opprimente di quelle latitudini, né il sole cocente che investe le spiagge sassose e gli alti arbusti. Quella vegetazione arsa fa da sipario, da séparé, da protezione, da guida.
Una distesa di mare di intenso blu (cristallino liquido amniotico?) gradualmente emerge da una morbida foschia e segna il confine, ma anche l’orizzonte, e apre il racconto, per poi passare alla delicata e sensuale carezza che percorre la figura della giovane Arsa, addormentata nella sua spartana casupola; un’adolescente che vive tra l’astratto presente e il determinante passato.
Guarda tutto da lontano, attraverso un binocolo che le consente di rimanere in contatto con i tempi e con il mondo.
Un passato cullato dal tenero ricordo di un padre aspirante artista, ma costretto a mero esecutore di sculture apparentemente belle, ma miseramente vuote e banali, che rasentano il kitsch, con un loro mercato e per questo prodotte (denso è il peana sul vero significato della bellezza e dell’arte enunciato dal proprietario della fonderia).
E, quando la sua passione prende il sopravvento, a riportarlo duramente alla rigida realtà è proprio il suo datore di lavoro che, senza scrupoli e senza anima, non si frena nel distruggere anche quello che lei ha creato, proprio per ribadire il concetto che nulla deve essere lasciato al caso, perché quello che conta è solo il meccanico lavoro, proiettato esclusivamente allo stretto ritorno economico.
I veloci blitz di Arsa nella vita reale sono altrettanto estremi.
Con un anziano che, con la sua piccolissima imbarcazione, ritira i grandi sacchi riempiti di rifiuti raccolti lungo le spiagge da Arsa e le porta alcuni beni indispensabili.
Con i villeggianti bambini, che l’accolgono nei loro giochi fanciulleschi.
Con i tre giovani turisti che, casualmente, incappano nella sua abitazione mentre sono alla ricerca della casa affittata per qualche giorno di vacanza.
Incontri che, però, in qualche maniera, si rivelano sempre deludenti, rafforzando l’estrema scelta di solitudine della ragazza. Soprattutto quando Andrea, uno dei tre giovani villeggianti, definitivamente, infrange quel sogno che Arsa accarezzava da tempo, nel quale aveva impegnato tutto il suo corpo per realizzarlo.
Costantemente in bilico, su una invisibile linea di demarcazione, Arsa è, però, sempre in grado di trovare quel giusto equilibrio per affrontare novità e cambiamenti, senza ulteriori lacerazioni.
Quell’equilibrio che dovrebbe esserci tra la società del consumo e l’ambiente, profondamente sofferente per la larga produzione di rifiuti. Che, se guardati con occhi diversi, possono ancora essere utili e trasformarsi in una nuova risorsa.
Sebbene i dialoghi siano ridotti all’essenziale, come essenziale è il modo di vivere di Arsa, i suoni/silenzi del paesaggio raccontano universi interi. Nel continuo flusso del vivere.

Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.


