ultimi articoli dell'autore

Nero Romano. Marco Proietti Mancini e il lato oscuro degli anni Settanta

Si apre con una disillusione Nero Romano. Una storia di sangue e sanpietrini, l’ultimo romanzo di Marco Proietti Mancini, edito da Fratelli Frilli.

La scoperta dell’ingiustizia, della violenza, della sopraffazione. Da quel momento in poi niente è più come sembra e si allarga lo spazio vuoto fra la bellezza e il buio.
Uno spazio che ognuno colmerà secondo quanto grande è stata la ferita.

Succede a Mirco, bambino nato in una famiglia modesta nel periodo in cui Roma si preparava – con le sue molteplici batterie di bassa lega -agli “anni di piombo”.
Mirco vede l’incuranza dei grandi di fronte all’ingiustizia e ai soprusi e, lentamente, svanisce in lui la voglia di credere che le cose possano andare altrimenti.

Già dalle prime pagine il lettore viene catapultato nel clima complesso degli anni Settanta. Chi li ha vissuti ricorderà, anche se forse in modo frammentario — perché quella Roma era fatta di quartieri, ambienti e legami che solo alcuni conoscevano. Per chi è arrivato dopo, la lettura sarà una sorpresa impressionante: poco del modo in cui si è evoluta la città ha memoria di quel passato.

immagine per la copertina del libro Nero romano di Marco Proietti Mancini
Nero romano di Marco Proietti Mancini

Ma il percorso di Mirco, dalle prime prepotenze, ai furti, alla scoperta di essere molto bravo a fare il corriere, risponde a un solo desiderio: avere tanti soldi da poter dimenticare la vita modesta dei genitori, i cappotti comprati alla Upim, la Fiat 850 che restava posteggiata sotto casa coperta dal telone chiaro, destinata a invecchiare senza essere stata abbastanza usata. Perchè era necessario fare economia.
Avere tanti soldi da potersi riscattare da quel limbo tanto perbene, quanto sopraffatto dal destino in cui era costretto a vivere.

Marco Proietti Mancini racconta senza prendere posizioni, senza dare giudizi, ricordando eventi e sistemi che non per forza avevano un colore politico.

Si dice sempre che, per molti ragazzi dell’epoca, la militanza dall’una o dall’altra parte degli schieramenti fu un caso: una sezione vicino casa dove poter passare il tempo, giocare a biliardino e ascoltare racconti di miti opposti.
Forse non è sempre stato così, o forse, davvero, a sedici anni avevamo le idee chiare. E, comunque, abbiamo fatto delle scelte.

Le scelte di Mirco lo portano sempre più lontano dalla realtà quotidiana. Il bar diventa la seconda casa, il consigliere della banda l’unica famiglia, la pistola il passaporto per essere riconosciuto invincibile, ma sempre con la diffidenza di chi, nel profondo, sa di essere solo.

Non è facile empatizzare con questo antieroe, eppure il suo percorso ci riporta a qualcosa che in qualche modo ci appartiene: la difficoltà di credere nel prossimo, lo sforzo di coltivare la speranza, la propensione alla rinuncia. Tanto che alla fine diventa parte di noi, quel personaggio difficile che, nonostante tutto, potrebbe riservarci qualche sorpresa. Di bene.

L’autore, in questo romanzo, usa un linguaggio scarno, freddo, quasi scolpendo le frasi.
Sbalzandole nel metallo di una lunga ricerca che lo porta alla scelta – questa volta molto meditata – di raccontare quello che generalmente si preferisce dimenticare. Il confine fra l’accogliere la vita e il rifiutarla è labile e non dipende dalla volontà.

Una scrittura ricercata, che parte dalla spontaneità, dall’immediatezza del ricordo. Una scrittura diversa da quella degli altri suoi libri dove spesso la vita comune si intrecciava ad una visione luminosa.
Qui è tutto nero, come i sanpietrini delle strade romane.
E non è solo un nero politico, anzi, pur se Mirco si ritrova schierato da qulla parte, non ha mai, nel suo agire quell’afflato romantico che giustifica tutte le azioni mosse dagli ideali.
È un nero profondo nel quale può continuare a piantare semi solo un amore antico e disinteressato come quello della famiglia.

Mirco ci sorprenderà e con lui si paleserà il desiderio dell’autore di non condannare un’epoca che troppo spesso liquidiamo come un “momento sbagliato” del Ventesimo Secolo, ma che, invece, ha dato vita alle più straordinarie e importanti conquiste della vita collettiva.

+ ARTICOLI

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *