
Più passa il tempo e più, quando apro in libro, non riesco a togliermi di dosso quell’abito sgualcito del critico. Non riesco quasi più a vedere la storia, ma solo la scrittura, l’uso degli aggettivi, la buona o la cattiva fede dell’autore, insomma tutto quello che serve per fare una buona recensione. Meglio se intellettuale.
E di tempo ne è passato così tanto che, ad un tratto, mi sono resa conto che leggevo senza più trovare strade, e percorsi, ed uccelli, e acqua e sogni dentro i libri, ma solo mancanze o opulenze, bellezze od orrori (ed errori).
Sarà anche “colpa” degli scrittori, ma il viaggio, il viaggio verso l’ineffabile, dov’è finito?
Il viaggio è nei libri che non ti aspetti, è in quelle storie camuffate da una copertina sconsiderata e da un titolo finto accattivante che, dicono, servono per vendere; per carpire l’interesse del lettore semplice… mentre credo che il giorno in cui smetteranno di pensare alle persone come ad una poltiglia incapace di ragionare e di scegliere ne vedranno delle belle.
Il viaggio è in una storia che è d’amore ed anche no, di sorrisi e di bambini, di Parigi e di altri libri. Qualcosa che somiglia al vero amore (Tre60 Editore) di Cristina Petit è proprio questo: un libro bello, positivo, romantico, ma forti come le infinite possibilità della vita.
È la storia di Clémentine e della sua casa d’incanto a Parigi dove lei riesce a dar vita ai libri grazie ad un’idea che la accompagna da sempre: aiutare i bambini in difficoltà attraverso la lettura. E sono proprio i libri il fulcro ed il senso di questa narrazione: la biblioteca di Clémentine, quella della Nonna di Remy; le parole che formano nuove storie; i personaggi di questa storia che, pagina dopo pagina si moltiplicano, si legano, si ritrovano, si animano, s’inventano, si librano.
La stessa Clémentine è l’involontaria protagonista di un best seller mentre un altro libro, la favola di Hansel e Gretel racchiude i segreti, il passato e le emozioni di chi, nel finale silenziosamente dolce, si troverà a (ri)conoscersi da sempre.
Ma non è tanto la trama a scolpire questo romanzo in un territorio che prima o poi tutti dovremo ricominciare ad affrontare. Quanto la natura delle psicologie (e dei sentimenti )che muovono i personaggi. C’è bene e stima, c’è scoperta e gioia e stupore. C’è magia, sì. Forse.
Perchè mentre leggevo mi domandavo: ma in questa casa oltre ai libri e le tisane nessuno spazza mai per terra? Nessuno rompe un bicchiere o riceve una notizia sgradita? E mentre leggevo mi rispondevo che, anche se Cristina Petit non ne ha parlato, in questa narrazione c’è spazio per qualsiasi cosa, bella o brutta che sia. Perchè c’è lo spazio della vita unito alla certezza che al mondo non ci può essere solo rabbia.
È questo il territorio nel quale mi auguro che prima o poi tutti ci troveremo di nuovo a camminare. Un territorio rinascente, che sa essere positivo nei suoi racconti e nelle sue memorie, che è stufo di debordare di autoaffermazione e di preconcetti, stereotipi, idee tanto vuote quanto incrollabili, di pensieri unici e di durezze scambiate per asserzioni. Un territorio dove poter usare le parole per quello che significano e per quello che potrebbero significare se le lasciamo posare liberamente sulla nostra anima, per potersi permettere infiniti punti di vista ed anche un po’ di bene.
Una delle frasi che accompagnano questo libro dice: un libro che cambia la vita. E in realtà è così.
Basta volersela far cambiare.
E se poi volete anche lo sguardo del critico sgualcito allora il libro ha una scrittura breve e densa, ogni capitolo è uno scrigno in cui trovare le chiavi per il capitolo successivo, a volte il ritmo è più pacato, forse lento, altre, invece, brulicante di sorprese e specchi che ci riportano la nostra immagine e la nostra vita all’interno delle pagine.
I dialoghi sono fluidi e articolati, le tematiche, anche le più ardue, sono affrontate con un approccio letterario rispettoso e profondo.
Se devo proprio fare un appunto direi che quando racconta una negatività, Cristina Petit indulge nella speranza che questa sia sempre figlia del destino (una malattia, una morte…) e mai opera di una scelta personale.
Dicevamo del viaggio. Ecco questo è un biglietto aperto per un viaggio che non avete mai immaginato di poter fare.
Leggetelo. Sarà tutto diverso il giorno dopo.
Cristina Petit è nata e cresciuta a Bologna dove ha conseguito la laurea in Lingue e Letterature straniere e dove insegna in una scuola primaria. Ha viaggiato molto, sia per piacere che per cause umanitarie, e ha vissuto a lungo all’estero.
Sposata, ha tre bambini che le hanno spalancato orizzonti nuovi e inimmaginabili. È molto conosciuta in rete grazie al suo blog MAESTRAPICCOLA; ha scritto numerosi libri per bambini e con questo romanzo esordisce nella narrativa femminile.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.









