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Metamorphosis. La Performazione che libera e cattura. Intervista con Antonio Bilo Canella, Marco Fioramanti e Maria Borgese.

di Isabella Moroni

L’Estate Romana, nonostante tutto, c’è. Ma lo si vede soprattutto nelle periferie dove, in luoghi sconosciuti e belli, è possibile scoprire del Teatro capace di coinvolgere e di suscitare domande e stupore.

È il caso di Convergenze Urbane 2.0 che, fino al 13 agosto presenta al Parco Leonardo Sinisgalli (Ponte di Nona) dodici giorni di teatro, danza, musica e perfomance, ospitando pratiche artistiche del contemporaneo, promuovendo artisti emergenti, che sappiano coniugare l’innovazione nelle forme espressive e nei format proposti nonché nella presentazione di opere inedite.

Già l’idea di far vivere il parco dove il genius loci di un grande poeta vive sul declinare dell’agro romano è una bella sfida, se ci uniamo il fatto che questo quartiere è situato in una di quelle periferie satelliti fatta di condomini e sterrati che s’approssimano ad un grande Centro Commerciale, allora non resta che essere riconoscenti all’Associazione Beat 72 che ha fatto questa scelta.

Fra i diversi spettacoli in programma, ce n’è uno che colpisce per il grande lavoro e condivisione che c’è al suo interno. Si tratta di Metamorphosis, proposta come una “Ritual Spettacol¬Azione basata sulla Performazione” ed ispirata ad Ovidio che andrà in scena nei giorni dal 9 all’11 agosto alle ore 21.15.
Autore del progetto è Antonio Bilo Canella che, assieme ad altri dieci artisti che rappresentano diverse forme d’arte, mette in scena uno studio dei fantastici racconti di Ovidio, suddivisi in tre macro incontri: Del Cielo e della Terra, Creazione ed Estinzione; I Rapimenti e le Rinascite, Eleusi e l’Amore; L’Eroe in Comunione, nascita della scrittura ed altre nefandezze.

Fra gli artisti che hanno lavorato a questo progetto abbiamo scelto l’ideatore e regista Antonio Bilo Canella, l’artista di arti visive Marco Fioramanti (che qui propone una personale scenografia e scenotecnia) e la danzatrice Maria Borgese per un’intervista a tre sui temi della metamorfosi e della creazione. Con una domanda in comune.

Antonio Bilo Canella:

Nel tuo percorso e nella tua ricerca la parola “Metamorfosi” è stata più volte indagata e, io credo, anche amata. Quando e perché hai scelto di incontrati con Ovidio?

Le Metamorfosi vengono dopo l’Odissea e l’Eneide. Una logica prosecuzione di un processo di riacquisizione del nostro passato fondativo e culturale. La sua forza, la forza di tutti questi testi, è nei Miti, cioè in quelle strutture archetipiche da cui tutti siamo più o meno posseduti…i miti sono l’argilla di cui è fatto il nostro essere psico-culturale.

Con la Performazione (neologismo da me creato con cui descrivo la specificità del mio lavoro), a causa della sua natura autopoietica, non c’è niente di meglio che incontrarsi con un mito. Ti lasci possedere da essi in scena e li riforgi, metamorfosandoli ogni volta. Fu così che Atena divenne una Puttana.
Ma attenzione, ciò non viene mai pre-deciso concettualmente, accade, in ascolto, ogni volta, e ogni volta in maniera diversa.

In ogni caso, per rispondere biograficamente, la metamorfosi è l’elemento fondativo del Teatro, il Teatro magico, non quello di rappresentazione. Quando un tempo l’uomo compensava la sua nostalgia frammentata metamorfosandosi in tutto ciò che “appariva” separato da lui: questo è quello che ho sempre cercato, riportare il Teatro alla sua sacralità reale, non solo simbolica. Io pratico i Misteri.

Da quali esperienze vengono gli artisti scelti per questa performance multipla (e molteplice). Hai già lavorato con loro? Che apporto hai chiesto e come si è evoluto lo studio? Testo? Concetti? Immaginario? Associazioni di idee?

Ho lavorato tanto con Maria Borgese, di meno con Marco Fioramanti, Giovanni Greco lo conosco da una vita e ormai sono un po’ di anni che spesso lo invito a Performare con me. Con Dr. Lops ci lavoro da un anno ormai, in particolare con le Performaction Rooms fatte a Radio Kaos Italy.
Ma tutti sono scelti con grande ponderazione. Le qualità che debbono avere i performers per partecipare ad una Performazione sono uno straordinario Ascolto, tanta Follia e un Coraggio estremo; e devono essere andati oltre il Virtuosismo.

Maria rappresenta il necessario Femminile, la conosco e ci lavoro da una vita, ad oggi è l’unica danzatrice con cui potrei Performare in scena. Marco è l’Immagine e la provocazione scenografica-scenotecnica (Marco immetterà elementi scenotecnici senza che noi lo sappiamo, volta per volta).
Poi c’è Giovanni Greco, performer e scrittore, con il quale riesco a scatenare la dialettica narrativa; le sue qualità di scrittore e poeta sono molto feconde per la parte più teatrale della Performazione: inoltre tra noi c’è un’intesa e una stima enorme che ci permette facilmente di creare universi grotteschi e surreali, che io amo molto e che senza un alter ego fanno fatica a scaturire.
Dr. Lops è un musicista straordinario; ha una formazione come pianista, con una tecnica eccezionale, ma poi ha virato verso l’elettronica e il suono artificiale: il risultato è un artista aperto, moderno, con un Ascolto superlativo ma con il rigore di studio sui materiali che io apprezzo particolarmente. E’ vero che improvvisiamo tutto e sempre ma il “prima” richiede uno studio grosso e focalizzato di grande limpidezza Apollinea. Prima Apollo, poi Dioniso.

Le basi per tutti sono le Metamorfosi, o meglio le sezioni che ho scelto: io li chiamo Universi di riferimento. Lo studio approfondito, intrecciando traduzioni, analizzando fonti e riferimenti di vario tipo, serve a sedimentare una base apollinea. Poi, questa base deve essere tradita e dimenticata necessariamente in scena, durante la vera e propria Performazione: nessuna citazione (orrore) ma solo deviazioni e contaminazioni folli. Dioniso.

Rispetto alla tua visione iniziale del testo e dei suoi significati, cosa è cambiato nel corso della creazione collettiva? Il testo si è ampliato, (de)strutturato, snaturato? Siete arrivati ad un altro significato? O ad un altra narrazione del senso primario?

Come già detto, il testo per una Performazione non esiste.
Nella fase di preparazione usiamo il testo come morbido universo di riferimento. Ma sorridendo maliziosamente: sappiamo essere quel grumo di parole, per quanto belle siano, il tentativo di ingabbiare qualcosa che è il nostro reale obbiettivo, e che va aldilà delle forme.
Perciò la Performazione crea mille altre narrazioni, vere quanto il testo originario, a volte più belle a volte meno, ma tutte referentesi, non al testo ma all’Archetipo di quello esistente in un Altrove.

Quanto c’è, per te, di doloroso e quanto di divertente nella creazione di un nuovo immaginario?

“Doloroso” e “divertente” dipende da dove vado a finire durante la Performazione, dove Dioniso mi/ci trascina. Ovviamente io sono “vocato” a ciò, quindi a prescindere da ciò che succede durante, io godo sempre infinitamente nel frequentare questo non-luogo delle infinite potenzialità.

Poi, c’è da dire qualcosa sul dopo: ho verificato che la frequenza di questa condizione, dove abiti il Vuoto, e ti apri al Tutto, ti lascia indiscutibilmente più vivo dopo, più forte; e questo succede pure al Pubblico, quando è Pubblico Partecipante.
Quindi soffro come un cane se, per esempio, sperimento la morte durante una Performazione, ma ad un livelllo più profondo godo, godo immensamente.

Marco Fioramanti:

Cosa significa per un artista la parola Metamorfosi? Come si rappresenta? Ed in particolare proprio queste, le Metamorfosi di Ovidio che sono favole e raccontano la grandezza e la piccolezza dell’uomo e della natura…

L’artista si TRASFORMA in ogni momento, segue le proprie intuizioni che sorgono all’improvviso. Un suono, una voce, ci stimolano un ricordo, un’azione ed ecco che il mondo ti cambia in un istante. Il passaggio è quello dalla superficie delle cose a un’atmosfera sconosciuta che ti si forma davanti agli occhi. La metamorfosi si rappresenta con lo stupore, con un risveglio, è un fermarsi per accertare il cambiamento. Queste “Metamorfosi” in particolare permettono un’infinità di trasformazioni all’interno dei tre regni animale, vegetale e minerale. Si trasmette comunque di continuo il senso del pericolo, della sfida, della punizione.

Quali sono stati i tuoi interventi scenografici e scenotecnici per le tre diverse serate? Qual è il concetto che le accomuna (se c’è) o quale quello che le differenzia? Colori, forme, luminosità?

La prima serata è dedicata alla creazione e ho pensato di simulare la nascita del mondo con una sfera costituita da tre circonferenze in acciaio lavorate a foglia d’oro (utilizzando i tondini tipici da cemento armato) legate tra loro secondo i tre assi cartesiani e collegati internamente da bende rosso-brune ben visibili. Questa sfera cava ha la capacità di rappresentare il mondo urbeterracqueo e sarà presente sulla scena con i tempi che i vari artisti sulla scena decideranno di far intervenire rotolando. La seconda serata è dedicata in particolare ai rapimenti e quella stessa sfera, perdendo una dimensione, diventerà terreno fertile per la fantasia di Maria Borgese la quale potrà utilizzarle come fossero ali giganti. Sempre all’interno della seconda serata, molti saranno inoltre i cambi di costume che la danzatrice sarà costretta a indossare nei vari ruoli metamorfici. La terza e ultima serata è incentrata nel ruolo di Cadmo, fondatore di Tebe e portatore dell’alfabeto, ma non posso qui esprimere apertamente i vari interventi, in virtù del fatto che è l’autore stesso, Antonio Bilo Canella, secondo le regole della Performazione, a non dover sapere più di tanto prima dello spettacolo e quindi devo astenermi dal rispondere sapendo che lui leggerà quest’intervista. Per quanto riguarda la scenotecnica, un parco luci di 12 elementi organizzati secondo un avvolgimento a 360 attorno al pubblico, mi consente di calibrare e “aggredire” ogni momento emotivo della scena.

Poichè uno scenografo (ma anche un artista visivo tout court) deve confrontarsi con la materia, secondo te quanto è possibile riuscire ad essere visionari; mantenere il sognato confrontandosi conil concreto? Come si sviluppano, si mutano, si coinvolgono/stravolgono le solidità degli oggetti?

Il mio lavoro performativo nasce con la pittura tout court, l’opera veniva creata “a mia insaputa” sotto gli occhi del pubblico. L’aspetto visionario era legato proprio a quell’energia istantatea, fluida e irripetibile che si formava come un vento magico, un ardimento d’azzardo, un rischio che ogni volta veniva ripagato con la qualità dell’opera che lentamente nasceva. Più che il rapporto sognato/concreto, si trattava di avere un solo impulso intuitivo, cromatico o segnico che fosse, il filo di Arianna legato alla caviglia… Nel settore specifico della scena metamorfica, parto dal mio pregresso, dai tratti pertinenti che hanno caratterizzato in passato le mie forme, flessibili che mi riportano sempre al concetto della “sezione aurea”, del cerchio, dei frattali adattabili dimensionalmente a seconda dei dinamismi che lo spazio volta per volta mi concede.

Quanto c’è, per te, di doloroso e quanto di divertente nella creazione di un nuovo immaginario?

Normalmente vivo le impennate della “pre-sveglia”, quegli attimi quando stai per aprire gli occhi e tutta la scena ti scorre davanti come in un film. Spettatore/attore, vivo l’immalinconirsi e il gioire delle azioni, scopro il materiale che andrò ad usare, ne vivo il disorientamento e i fallimenti dei tentativi iniziali,così come le impennate emotive nel momento in cui capisco quale sarà la realizzazione finale. Una sorta di meditazione attiva che parte da dentro, ancora una volta “a mia insaputa”, che si rivela fedele alleata nel compimento a tutto tondo della bolla progettuale.

Maria Borgese:

Niente di più vicino alla metamorfosi della danza. Ogni gesto ne ricorda, ne anticipa o ne commenta l’altro. Come sei entrata nei racconti di Ovidio con la tua danza sempre così assoluta e scarnificata?

Le Metamorfosi di Ovidio raccontano miti, archetipi, essenze. Gli stessi che albergano nella memoria del corpo, prima ancora che nella mente. Lavorare su Orfeo e Euridice, ad esempio, significa affrontare le storie personali di ognuno di noi, certo; ma anche la nascita e la natura del gesto e dello sguardo. Riproporre i miti antichi, per noi moderni, e in chiave moderna; significa, per me, indagare l’umano, l’esistente e il significato dell’esistenza, senza fornire risposte a priori, ma cercandone altre che vadano al di là del qui e ora. È qui che nasce il mio bisogno di raggiungere l’assoluto attraverso la sostanza, spogliandola di tutti gli orpelli. Scarnificato dall’innecessario e dalle risposte di comodo, l’essenza della mia indagine si centra nella tensione tra domanda e ricerca, qui incontro la vita, l’assoluto, il mistero, in una parola: il rito dove l’insondabile resta il fulcro di ogni mio movimento. La mia, in fondo, è una poetica dell’ineffabile.

Come è avvenuta la scelta delle musiche, su quali immagini, ricordi, evocazioni hai lavorato?

Nella Performazione la scelta delle musiche e delle immagini avviene in scena attraverso il dialogo tra noi artisti, tra noi artisti e lo spazio, e tra noi artisti e il pubblico. Quindi nulla è prefissato e nulla è uguale a se stesso e ripetibile. Tuttavia, proprio per facilitare il nostro dialogo in scena, ci sono state varie riunioni-studio preliminari oltre a sopralluoghi dello spazio e riunioni tecniche che faciliteranno in scena la messa a punto di un linguaggio comune da parte di artisti che comunque provengono da ambiti disciplinari diversi.

La tua danza è fortemente legata alla poesia ancor prima che alle armonie sonore. Come hai lavorato sulla poesia così descrittiva che caratterizza Le Metamorfosi? Hai superato il testo originale? Per quali mari hai fatto vela?

Nel mio lavoro, il gesto o la danza sono sempre molto vicine alla parola o alla poesia. Un esempio su tutti, la mia collaborazione con il poeta Antonio Veneziani per D’amore e di libertà e Brown Sugar. Poesia, parola e danza, per me, infatti, sono legate non alla razionalità ma all’emozione e all’inconscio, per questo abitano un territorio comune. Le parole suscitano un fremito, che si traduce in movimento. Da un simile movimento nasce la mia necessità di cristallizzarlo in un’immagine (la mia danza oltre che poetica è anche molto pittorica…).  In questa dialettica tra parola e immagine che transita dal corpo avverto un continuo passaggio dal dionisiaco all’apollineo; tale passaggio o transito è per me, come per Doris Humprey, la radice profonda e insondabile della danza. Questo mio percorso di studio, artistico e performativo si presta, quindi, a essere messo in relazione nella Performazione con artisti visivi, musicisti e attori; almeno così come è stata concepita e messa a punto da Antonio Bilo Canella. Il risultato di un simile dialogo (nell’evento al parco Sinisgalli con Marco, Antonio, Giovanni e il Dottor Lops) sarà un unicum inscindibile maggiore della somma delle parti. Per questo evento, noi tutti abbiamo letto e riletto le Metamorfosi perché il testo di Ovidio, più di altri, motiva la ricerca dell’essenza, dell’archetipo. Credo che noi tutti, oggigiorno, abbiamo bisogno di verità profonde che vadano oltre la contingenza e la banalità del quotidiano.

Quanto c’è, per te, di doloroso e quanto di divertente nella creazione di un nuovo immaginario?

È un vero parto con le paure, i sogni, il piacere, i desideri, le fragilità della gestazione. Ovviamente, la creazione di un nuovo immaginario mi fa sentire viva, in carne e ossa. Certo, adesso sono ancora nella fase della preparazione, della gestazione appunto; ma in scena, normalmente, quello che mi pervade è un senso di stupore. Infatti, paradossalmente, come diceva Borges a proposito della poesia, nell’arte c’è sempre qualcosa che sfugge al controllo dell’artista. Si tratta di una strana alchimia, di un afflato divino, di un duende, un demone, un dymon che emana dallo spettacolo. “Calato il sipario”, quello che domina è un senso di vuoto, come se io con tutta me stessa fossi rimasta sulla scena, a palco smontato, accanto al mio dymon. E quando provo per un altro spettacolo, la domanda che mi pongo, con una certa ansia, è se lui, il mio dymon si ripresenterà di nuovo. E rimango in attesa, un’attesa che esula dalla mia volontà, ma che può risolversi solo in scena e che ogni volta stupisce, almeno me stessa.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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