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Aminta. L’opera pastorale di Torquato Tasso rivive nell’Arcadia urbana

di Isabella Moroni

Quale delicatezza e quale piacere assistere alla messa in scena “ecologica” di Aminta, l’opera pastorale di Torquato Tasso nell’anno del suo quattrocentocinquantesimo anniversario, ma non per questo passata di moda od obsoleta.

Lo spettacolo, inserito nella rassegna Arcadia Urbana, parte della programmazione dell’Estate Romana 2023,  ha riproposto nella capitale il significato e le tematiche della Festa del Teatro Eco Logico che da 10 anni di svolge a Stromboli, in una forma site specific che sfrutta la relazione fra la città e l’area verde, grazie all’Associazione di Promozione Sociale fluidonumero9 in collaborazione con 369gradi e con il patrocinio dell’Ambasciata di Svezia e del Circolo Scandinavo di Roma.

Aminta. L’opera pastorale di Torquato Tasso rivive nell’Arcadia urbana

La storia è quella del pastore Aminta, innamorato della ninfa Silvia che, dedita al culto di Diana, rifiuta ogni profferta amorosa e di come Dafne e Tirsi, rispettivamente amici  dei due giovani, cerchino, in ogni modo di farli incontrare confidando nelle frecce del dio Eros.

Aminta si reca dunque presso la fonte dove si bagna di solito la ninfa e vede Silvia aggredita da un satiro che vuole violentarla; il pastore interviene e la salva, ma la fanciulla scappa senza degnarlo di un grazie. Nel seguire la sua fuga, Aminta trova uno dei veli di Silvia sporco di sangue e pensa che sia stata sbranata dai lupi.

Addolorato per la presunta morte dell’amata decide di suicidarsi gettandosi da una rupe. Silvia, che in realtà non è morta, ricevuta la notizia del suicidio di Aminta, viene presa dal rimorso si avvicina al corpo del ragazzo piangendo disperata e scoprendo, in  realtà, di amarlo. Ma Aminta è ancora vivo perché un cespuglio ha attutito la caduta e riprende i sensi, così la vicenda si conclude con il coronamento dell’amore tra i due.

Aminta è un dramma pastorale che, pur calato nella realtà della corte ferrarese degli Estensi, riecheggia il mito dell’età dell’oro quell’idilliaca epoca di equilibrio, nella quale si immaginava che i doni della natura bastassero a saziare gli appetiti degli uomini e l’amore era vissuto in maniera libera da moralistici sensi di colpa, un’era di felicità.

Lo spettacolo, con la regia di Alessandro Fabrizi guida e inventore del progetto, è andato in scena di pomeriggio, con il sole che cominciava a calare, in una radura alberata del Parco delle Valli. Un giardino pubblico attrezzato, molto frequentato, ma capace anche di offrire angoli ancora selvaggi e ancestrali.

La trama e l’allestimento, dunque, riportano l’esperienza unica di Stromboli dove il teatro stesso si fa natura perdendo ogni filtro: niente illuminazione, niente amplificazione, nessuna struttura: solo l’ambiente, gli attori e il pubblico che deve fare silenzio, un silenzio interiore che gli possa permettere di ricevere e comprendere le parole del testo. Un testo antico, in rima. Un testo a volte disturbato, altre esaltato dal sottofondo naturale.

In scena Maria Vittoria Argenti, Francesco Buttironi, Alessio Esposito, Alessandro Fabrizi, Giuseppe Lanino, Laura Mazzi, Amedeo Monda e Maurizio Rippa che si sono douvuti confrontare con l’ambiente e hanno saputo, con molta perizia, modulare le loro voci  nella vastità di un palcoscenico di terra e erba.

Tutti hanno dato un’ottima prova attoriale, riuscendo a “giocare” con il testo in rima e il linguaggio antico; confrontandosi con l’assenza di quinte, di fondali, di luoghi convenzionali per le uscite e le entrate; intessendo l’interpretazione poetica con piccoli spunti ironici sia nella voce, sia nel movimento; a volte esagenrando nella caratterizzazione, ma sempre in modo da mostrare la corda, il “retro” del teatro, la sua finzione che pur sempre resta realtà.

Interessante l’uso della musica grazie alle musiche originali di Gianluca Misiti eseguite dal gruppo Fabrica Ensemble e al canto che, nelle sue modulazioni barocche, ha contribuito a rendere tangibile – per tutti i sensi – le infinite espressioni dell’ambiente.

Evocativi come sempre i costumi di Marina Sciarelli nati per rendere l’idea, l’emozione, l’immaginario di un’epoca o di un contesto. Quasi sempre fatti con materiali che prendono nuova vita, portatori di simbologie palesi o segrete.

Il mondo – si legge nella presentazione del progetto del Teatro Eco Logico – è il palcoscenico e tutti gli uomini sono protagonisti insieme alla Natura.

Il senso della scoperta, del cercare e forse trovare la bellezza dell’irripetibilità dell’evento o dell’incontro in natura è il punto di forza di questa iniziativa, un’esperienza, e lo sa bene chi vi ha partecipato, che rimane per sempre nel ricordo e nell’anima.

E così è stato: un lavoro profondamente integrato con la natura, uno spettacolo piacevole e coinvolgente come non se ne vedono facilmente.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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