Roma. Anni di altre vite e altra politica (chissà). È in questa città sfuggente che si articola il reportage narrativo di Loredana Lipperini Roma dal bordo.
Una città vista nel corso di alcuni decenni, quelli in cui si è sviluppata dapprima la contaminazione fra i bordi e il centro e poi la successiva estromissione della città dal suo centro storico.
Faccio un po’ di fatica a parlare di questo libro, perché uno dei primi personaggi in cui mi imbatto a pagina 32 è la me stessa della seconda metà degli anni ’70.
Ci siamo conosciute nel 1976 nella redazione di Notizie Radicali Loredana e io. Era la mia direttrice ed io imparavo che per fare giornalismo non bastava saper scrivere, ma anche telefonare, curare i rapporti, ciclostilare e consegnare le agenzie fresche di stampa alle redazioni prima che cominciassero le riunioni.
Venivamo da due bordi distinti lei e io, Pietralata e Cinecittà, unite fra loro dalla Subaugusta (che proprio in quell’anno aveva cambiato nome in Viale Palmiro Togliatti).
A quei bordi eravamo approdate da due quartieri più “nobili” dove avevamo trascorso l’infanzia: il Quartiere Africano per Loredana e Prati per la sottoscritta. Ma ci eravamo subito sentite a nostro agio nella periferia che aveva spessori luminosi e possibilità di mettersi alla prova.
Nel suo libro che unisce, con la straordinaria capacità narrativa dell’autrice di rievocare storia e memoria componendo quadri analitici della città e della società che nessuno, prima, era mai riuscito a vedere con tanta prospettiva, Loredana Lipperini racconta gli anni in cui tutto era possibile, ma ben poco era pronto ad un cambiamento tanto profondo.
Per scoprire o ricordare com’era questa Roma che oggi ci sembra tanto ostile nonostante il suo incanto struggente, Lipperini ci conduce attraverso le metamorfosi della città.
Gli anni ’60 della prima infanzia quando la città si poteva ancora narrare, così come i suoi abitanti, i suoi negozi, gli artigiani, le officine e i prati su cui degradavano i margini delle ultime costruzioni, probabilmente delle prime speculazioni edilizie.
La conquista del centro da parte degli studenti degli anni ’70, quando il sogno di tutti i giovani romani era di andare ad abitare in una topaia (a Roma si chiamano bacarozzare) a Campo de’ Fiori o nelle stradine che circondano il Pantheon, arredarla con mezzeri indiani e luci aranciate, ascoltando dal piatto Thorens Atom Earth Mother dei Pink Floyd o Trespass dei Genesis.
Ma divago. Invece Roma dal bordo è molto più specifico e meno sognante. C’è l’analisi di come “l’invasione” dei borgatari, paventata dagli intellettuali, diventi realtà con l’apertura della linea A della metropolitana.
Ci sono gustosi stralci di articoli e conversazioni, ci sono reminiscenze di prese di posizione, denunce e querele, sempre in difesa della purezza del centro storico dallo scalpiccio e dal vociare di quelli di Torpigna (che non erano solo gli abitanti di Tor Pignattara, ma il nome collettivo in cui erano accomunati tutti coloro che venivano da oltre le mura aureliane).
Loredana Lipperini racconta con una maestria appassionata la sua città e, più va avanti nel tempo e più si trova a parlare della trasformazione di una società abituata a orizzonti più semplici, privata del suo essere immediata, schietta, costretta all’antagonismo sociale e politico che, forse, altrove avevano deciso che dovesse essere la leva con la quale scalzare alcuni poteri e confermarne altri.
Roma, sempre più priva di specificità, è pian piano divenuta un contenitore di possibili passatempi, ma più cambiano i rapporti economici e più il paese di Bengodi perde pezzi, si sgonfia, mentre tutto s’appiattisce.
Le periferie, i bordi, diventano isole che non formeranno mai un arcipelago. Il degrado diventa accettabile e assurge a motivo e giustificazione della furia contro i più deboli, i diversi, i poveri. Furia spesso omicida, furia che appicca fuoco alle baracche o ai giacigli dei senzatetto, furia che, in nome del decoro a sua volta massacrato dalla noncuranza, distrugge con violenza, sentendosi giustiziera e pretendendo riconoscimenti e medaglie.
Roma, però, non smette mai di farsi perdonare: con il suo fiume, i platani, i palazzi del centro, i Fori, le piazzette di Monti, ma anche i tramonti fra le torri di Tor Bella Monaca o dietro gli acquedotti allo Statuario.
Roma, oggi, è conquista di conoscenza da parte dei più giovani che tentano il loro futuro aprendo attività creative nelle stradine che dal Pigneto vanno alla Prenestina o fra le casette abusive a due piani di Centocelle e, a volte, anche fra i casermoni della Pisana, di Spinaceto, o fra le case popolari del Tufello tramutate in hub culturali.
Così, quasi cinquanta anni dopo essere fortunosamente scampate alle pallottole che il 12 maggio 1977 vagavano per il Lungotevere (solo grazie alla scelta di dirigersi dall’altro lato), sento un grande turbamento di bellezza e paura leggendo la frase che conclude questo libro così passionale e appassionante:
“Per questo tornare ad amare Roma è un esercizio di volontà. Che va fatto giorno dopo giorno, sperando che altre notti felici vedano ragazze e ragazzi di ogni provenienza attraversare il centro ignorando chi li definisce barbari, e vorrebbe confinarli altrove, anche se oggi non avrebbe, forse, il coraggio di dirlo e di scriverlo. Ma farebbe, magari, di tutto perché accada ancora.”
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.










2 risposte
Grazie per questa recensione che fa venire voglia di ripensare a tutte le contraddizioni che viviamo noi romani tra degrado e bellezza ineguagliabile, e magari, invece di viverle come conflittuali provare a farle coesistere pacificamente.
“Roma non smette mai di farsi perdonare” è la frase chiave che capisco senza essere riuscita a dirla per prima. È così, e non si potrebbe dire meglio.
Grazie Rita, è anche un po’ quello che hai sottolineato tu nella recensione al libro su Nicolini, d’altronde.
Più si va avanti con questa ostruzione del futuro e più mi rendo conto che la tendenza (voluta, sentita o, peggio, imposta) è quella della negatività, del lamento, della denuncia. Come se denunciare ci facesse cittadini migliori, furbi, ligi.
Quando ascolto incentrarsi ogni narrazione su due o tre tematiche, sempre buie, sempre cupe, ho la netta sensazione che stiamo perdendo la fantasia o, peggio, la capacità di fantasticare.
So bene che ci sono tante cose che non funzionano, ma so anche che, forse solo 20 anni fa, non ci avrebbero annichilito o fatto infuriare così.
Erano una delle tante facce della collettività; erano spunti per provare a chiedere di più e meglio.
Ora non c’è più niente da chiedere, c’è solo la furia.