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Alla scoperta di ((MO!)) – Il Corpo Futuristico attraverso gli occhi visionari di Giacomo De Luca

((MO!)) – Il corpo futuristico è un progetto di performance ideato da Giacomo De Luca danzatore e artista, formatosi presso l’Accademia del Teatro La Scala di Milano e attualmente fellow presso il Troubleyn Jan Fabre Laboratorium ad Anversa.

È stato lui il vincitore della tredicesima edizione di Residanza – La casa della nuova coreografia, bando di residenza coreografica indetto da Movimento Danza – Organismo di Promozione Nazionale, realizzato nell’ambito del progetto Dance Ecosystem – Supporting Artists Under 35 – 2025/2027, con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Campania.

Il progetto, scelto all’unanimità dalla giuria composta da: Elisa Barucchieri (Direttrice artistica ResExtensa – CdP Porta d’Oriente); Raphael Bianco (Direttore Fondazione Egri | Compagnia EgriBiancoDanza – Centro di Rilevante Interesse per la Danza); Marzia D’Alesio (Responsabile Produzione e Programmazione del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale); Valentina Romito (Direttrice artistica Residenza HOME e Umbria Danza Festival) e Elisa Sbaragli (Coreografa), ha debuttato a Napoli nella scorsa primavera.

Ma questo lavoro proviene da una lunga ricerca e sperimentazione di cui parliamo con Giacomo De Luca.

immagine per Foto di Vincenzo Cositone. Residanza _ Teatro Nazionale di Napoli 12 maggio 2026
Foto di Vincenzo Cositone. Residanza Teatro Nazionale di Napoli 12 maggio 2026
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Foto Tommaso Accalai. Giacomo De Luca, BASE Milano – Erbacce CIMD

Cosa ha significato per te la vittoria della tredicesima edizione di “ResiDanza – La casa della nuova coreografia”?

Residanza è stata un’opportunità significativa, che mi ha dato tempo, spazio e risorse per sviluppare un lavoro di ricerca che porto avanti dal 2024. Esperienze come questa mi fanno riflettere su quanto, oggi, essere un’artista indipendente, richieda visione e un investimento mentale, fisico ed economico costante per poter realizzare le proprie idee.

Il premio, sostenuto da Movimento Danza, dal Ministero della Cultura, dalla Regione Campania e dal Teatro Nazionale di Napoli, rappresenta in Italia un bando di residenza artistica di riferimento per coreografi e coreografe. Essere il vincitore tra centinaia di candidature significa poter contare su un sostegno concreto alla produzione artistica.

È un incentivo a credere in un mio modo di lavorare, che privilegia il tempo della ricerca, della riflessione e della maturazione di un processo creativo denso. Collaborare con professionisti della danza, del teatro e delle arti visive è stato fondamentale per definire con maggiore chiarezza il lavoro drammaturgico e coreografico.

La vittoria ha rafforzato un approccio collettivo e una pratica transdisciplinare che accompagna la mia ricerca degli ultimi anni. È gratificante sapere che il progetto è stato selezionato per l’esplorazione di nuovi linguaggi coreografici, per l’innovazione, la qualità interpretativa e le sue potenzialità di sviluppo. È un riconoscimento che conferma l’importanza di lavorare su sé stessi e in dialogo con un team, per definire e sviluppare con maggiore consapevolezza il proprio lavoro artistico.

Come è nata l’idea de “Il corpo futuristico” e cosa rappresenta per te questa performance?

L’idea è nata da un’urgenza: quella di esplorare quanto il mio corpo sia un campo di trasformazione, tensione, immaginazione e relazione. Sentivo la necessità di dedicarmi a un lavoro che non si limitasse in modo convenzionale alla danza, ma che potesse muoversi tra performance, teatro fisico, pratiche somatiche e arti visive. Un’esperienza totalizzante, sia per il performer sia per il pubblico.

Da tempo porto avanti una ricerca sul corpo come archivio e dispositivo sensoriale, e sul modo in cui tutto ciò che ci attraversa — sensi, immagini, relazioni e memorie — modifica la nostra percezione e il nostro modo di stare al mondo. ((MO!)) esplora questa condizione psicofisica, lavorando sul movimento, andando all’essenza del gesto e all’origine del sensorio.

Lo spettacolo nasce dal dialogo costante e complesso che ho con il corpo e il mio vissuto. In scena, installazione, luce e video diventano agenti drammaturgici che aprono immaginari e guidano l’azione, mettendo il pubblico in una relazione diretta con l’immagine e il mio alter ego.

In questo lavoro è importante lasciarsi attraversare dalle percezioni, in una continua oscillazione tra presenza e dissolvenza, fragilità e resistenza, reale e virtuale. Il “mo’”, avverbio radicato nell’identità del Sud Italia, me lo porto dentro e mi incita ad agire con urgenza nel presente. Per me racchiude il senso stesso del lavoro: una presenza porosa e futuribile del corpo, e che nell’istante in cui si proietta un’intenzione, si è totalmente nel presente e già nel divenire.

Questa performance è un tentativo di interrogare la condizione del corpo contemporaneo, mettendolo in relazione con la tecnologia, il pubblico e la sua stessa vulnerabilità.

Per questo progetto hai collaborato con artiste e ricercatrici internazionali, tra cui la Prof.ssa Floriana Conte, per la consulenza a drammaturgia e scenografia. Com’è nato il vostro rapporto professionale e cosa hai imparato lavorando insieme a lei?

La collaborazione con Floriana è nata in Belgio, durante la più importante masterclass dell’anno al Troubleyn / Jan Fabre nel 2024. Ero stato invitato da Fabre come performer, sostenuto tutt’oggi con una full scholarship per proseguire la mia formazione nel teatro, mentre Floriana era stata invitata come visiting scholar per osservare dall’interno i processi del laboratorio, basati sulle linee guida per il performer del XXI secolo, approfondendo un sistema creativo di Fabre a cui aveva già dedicato saggi e studi.

La sua esperienza, profondamente radicata nella storia dell’arte, della performance, del teatro e del cinema, ha reso il suo contributo al mio lavoro prezioso fin dall’inizio.

Attraverso le residenze artistiche tra Milano e Lecce, la sua consulenza a iconografia e drammaturgia ha contribuito a sviluppare una ricerca filologica sui temi della mia indagine artistica, legata alla sinestesia, attraverso Il Corpo Sensoriale (2024) e Il Corpo Futuristico (2024–26).

Il lavoro mi ha permesso di approfondirne l’influenza nelle arti e di analizzare l’incidenza che ha avuto nei processi creativi di Boccioni, Abramović, Fabre, Cocteau e Artaud. Questo studio teorico ha sostenuto una mia pratica basata sulla sperimentazione, in una dimensione cross-sensoriale.

In particolare, abbiamo osservato il dinamismo, traendo spunti da tecniche cinestetiche dalla quasi perduta cinematografia futurista, da cromie, tecniche pittoriche e scultoree del Futurismo, affinando uno sguardo cinematografico dall’universo onirico di Jean Cocteau, con Il sangue di un poeta e Orfeo.

La regia del mio lavoro video è segnata da un uso istintivo della camera, che mi ha spinto a riflettere sull’interazione tra corpo e macchina da presa, guidando riprese live e montaggi con avvicinamenti e accelerazioni, generando anche effetti psico-sensoriali e vibrazioni dello zoom.

Ho sperimentato anche la parola, ispirato da Giornale notturno e Il potere delle follie teatrali di Fabre, dal suo rapporto diretto e interrogativo con il pubblico e con il corpo. Le prime regie di Carmelo Bene negli anni Sessanta e le condivise radici salentine, così come la sua vocalità, hanno influenzato il mio rapporto con il movimento, verso un linguaggio virtuoso e una forte tensione interpretativa. Invece, Intellettuale di Fabio Mauri, con la presenza di Pier Paolo Pasolini, ha contribuito a orientare la mia presenza scenica come una poetica dell’ascolto e dell’attesa: una forma di autoriflessione e resistenza fisica, una ricerca intima e libera da ansie di confronti possibili.

Lavorare con Floriana mi ha permesso di aprire una conversazione multidisciplinare che analizza il modo in cui ogni scelta visiva influenza il lavoro, traducendosi in un corpo performativo che vive di per sè nel dissesto del sapere, e lo rigenera in nuove forme di conoscenza.

È lavoro in continua trasformazione, un pensiero fisico consapevole, attraverso cui continuo a sviluppare la mia poetica.

Il tuo percorso formativo è molto ricco: dall’Accademia del Teatro La Scala, il College Danza de La Biennale di Venezia, l’ICK Amsterdam, al Troubleyn Jan Fabre Laboratorium di Anversa. Queste esperienze hanno influenzato la tua ricerca artistica? Hai avuto modo di confrontarti con artisti e linguaggi diversi e di arricchire la tua formazione e la tua visione?

Il mio percorso è stato, ed è tutt’ora un processo di crescita, una stratificazione di esperienze che lasciano tracce nel corpo. Mi sono formato artisticamente a Milano, e culturalmente tra l’Italia e l’estero, in Olanda e Belgio. Ho iniziato con la danza classica a cinque anni. Sognavo di diventare un ballerino e avevo fame di formarmi, e l’opportunità non tardò ad arrivare. Il talento è nulla senza lo studio.

La determinazione mi portò ad essere ammesso in Accademia, già a 12 anni capii che solo lì avrei realizzato il mio sogno, ma tutto ha un costo. Cambiò la mia vita in meglio, ma vivevo in collegio ed ero distante dalla famiglia. Dopo un lungo percorso, a 19 anni mi laureai.

La disciplina rigorosissima vissuta nel quotidiano con il corpo è stata fondamentale, così come l’esperienza alla Scala, dove ho lavorato con registe come Liliana Cavani. I miei maestri mi hanno formato al dialogo con me stesso, sviluppando la tecnica ed una forte resistenza fisica-mentale, oltre una precisione nel dettaglio che restano.

Oggi, preservo questo sapere, mettendo in discussione l’archivio attraverso la sperimentazione. Il confronto con artisti/e e con linguaggi diversi mi ha fatto comprendere quanto il corpo sia virtuoso, ma anche un campo di battaglia e un manifesto politico.

Scoprii Jan Fabre per la prima volta a La Biennale di Venezia. Ero lì come danzatore selezionato da Sir Wayne McGregor e, durante un incontro con Mikhail Baryshnikov, si parlò del suo nuovo lavoro con Fabre. Poco dopo lo risentii in Olanda mentre lavoravo con Emio Greco, che era stato suo danzatore, dalle straordinarie qualità interpretative. Da Emio percepii subito una poetica visionaria, che richiamava qualcosa di sorprendentemente autentico e viscerale. Decisi allora che, per approfondire il suo movimento, che sentivo affine, dovevo conoscere il lavoro di Fabre.

A Milano, mi selezionò per la masterclass e poi mi invitò a proseguire. L’incontro con Fabre e la sua compagnia è stato per me una rivelazione, e continua a essere un’esperienza totalizzante per la mia crescita artistica.

È un lavoro che mi permette di definirmi come artista. Mi spinge all’equilibrio nel caos, a scavare nella ripetizione, a seguire l’urgenza di ciò che mi muove, e a disinnescare automatismi per affidarmi a impulsi reali, a reazioni fisiologiche primarie. È un lavoro che riguarda chi sono io in scena, e chi divento nel mentre. Il mio corpo si trasforma in una scena cambia con me.

Hai creato il team Visionary Artist for Change, una rete di idee per l’arte e la cooperazione attiva che coordini da due anni. Quali sono gli obiettivi che ti sei posto nell’ideare questo progetto e pensi che sia il percorso giusto per contribuire al cambiamento nel mondo dell’arte e della danza?

Visionary Artists for Change fin dall’inizio è stata una rete di artisti/e, curatori/trici, dramaturg, ricercatori/trici e docenti universitari/e, con l’obiettivo di aprire un dialogo e collaborare allo sviluppo dei miei nuovi progetti. Negli anni si sta definendo sempre di più come un Dipartimento Indipendente di Ricerca, formato da un team di personalità che condividono le mie necessità, lavorando per sviluppare una visione corale attraverso le residenza artistiche.

All’interno del progetto si porta avanti una ricerca scientifico-artistica anche per rileggere il modo in cui alcuni temi e linguaggi sono stati affrontati nel passato e nel presente. Si sperimenta mettendo in discussione modalità, strumenti e sistemi produttivi legati alla creazione contemporanea, alimentando idee e sviluppando progetti attraverso una pratica transdisciplinare.

Attraverso laboratori, seminari in archivi storici mi incuriosisce osservare come teoria e pratica possano intrecciarsi. Credo che questo approccio rappresenti un percorso fondato sulla cooperazione, sull’interculturalità e sull’intergenerazionalità, promuovendo una pratica orizzontale, capace di contribuire a produzione culturale indipendente, e tentando di far luce sulle sfide del contemporaneo.

Il tuo lavoro si muove tra ricerca coreografica, arti visive, innovazione e nuovi linguaggi del corpo. Come definiresti il tuo approccio alla danza e all’arte contemporanea?

Il mio approccio alla danza sempre è più controverso e non lineare. Sono orientato verso una mia personale ricerca, sviluppando una pratica transdisciplinare. Per me la danza non è solo danza, non lo è mai stata, e non è per me intrattenimento. Sento sia qualcosa di radicalmente esistenziale. Danzare per me è un’esperienza sinestetica, vulnerabile e condivisa con se stessi e con gli altri. È un’intelligenza istintiva, per lo più catartica, che coinvolge tutto il corpo, mente, organi e anima.

Il linguaggio del corpo riflette chi siamo, ed è per questo che, quando si danza, si è se stessi, si ascolta e si è ascoltati. La voce del corpo, anche nel silenzio di un non-movimento rivela molto. È la passione con mi relaziono a qualcosa e a qualcuno che rende quel momento interessante. Ed è per questo che, quando si incontra una persona totalmente coinvolta nella sua danza o in un’altra azione, ne siamo come sedotti, al punto da sentire che la sua anima stia danzando.

Credo che ogni corpo che danza abbia una propria liturgia e una propria ragione, che vanno esplorate. Il corpo deve essere ascoltato, ma è un rapporto complesso. Il linguaggio va nutrito e la tecnica va praticata. Allo stesso tempo, credo che la pratica vada azzerata e riletta continuamente, e questo richiede conoscenza e curiosità, per poter ideare e tentare di innovare. Mettersi in discussione per me è sperimentare, spingersi oltre. Credo la sfida sia essere in un ascolto, seguire l’intuito, comprendere il sistema in cui viviamo, cambiarlo e difendere quest’arte.

In che modo la sperimentazione e il confronto con altre discipline artistiche influenzano il tuo processo creativo?

La sperimentazione, per me, non è qualcosa che si aggiunge al processo creativo: è una condizione primaria, è un fare istintivo. Ogni lavoro nasce da una necessità profonda.

Il confronto con le altre arti influenza notevolmente il mio processo, perché cerco sempre qualcosa che mi stupisca e faccia riflettere; Non considero danza, scultura, video o performance come arti separate, ma come organismi vivi che esistono già in uno stato di contaminazione reciproca.

La scultura, ad esempio, mi impiega in un rapporto di riverenza verso la materia e verso il trascorso e il mio vissuto.

C’è qualcosa di profondamente meditativo e sacrale, nell’attendere che una forma emerga da se stessa. Il video, invece, altera la mia percezione del tempo e del corpo: porta l’immagine catturata, ad essere quasi eterna in un’eco virtuale, la guardi ma non materica.

Mi interessa creare un lavoro in cui il corpo possa attraversare differenti stati percettivi, fisici ed emotivi. La sperimentazione diventa quindi un atto di ascolto e si fa pratica di trasformazione, dove ogni cosa, come la società, contribuisce a influenzare nuove possibilità di percepire e generale il lavoro.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Ci sono artisti con cui ti piacerebbe collaborare? Hai già in programma qualche progetto condiviso che vorresti realizzare nei prossimi anni?

Dopo 15 anni a Milano, esperienze all’estero, residenze artistiche e il confronto con artisti internazionali, ho maturato delle riflessioni sul mio futuro a Lecce.

Credo oggi sia importante decentralizzarsi dalle grandi città, che spesso si rivelano estenuanti e non sostenibili. Sento che al Sud ci si stia rendendo sempre più conto delle proprie potenzialità. Questo ha spinto a rivedere le mie necessità, ritornando a vivere nella mia città, con ambizione, continuando a ideare progetti da avviare.

Sul territorio, una delle più recenti collaborazioni avviate, è con PIA. È stato importante per me relazionarmi con un organismo così attivo di artisti/e che da tempo porta avanti con persistenza un’attenzione sulle pratiche sperimentali dell’arte contemporanea, concentrandosi sulla formazione di artistica e curatoriale. Da questi incontri sono nate collaborazioni e vere amicizie.

Come artista, contribuire a uno sviluppo culturale nella mia terra è importante. Tornato a Lecce, mi sono imbattuto in questa comunità di artisti/e, per me di riferimento, con il quale c’è un bel confronto sul sistema dell’arte, a partire dalle metodologie, che hanno rifocalizzato il mio lavoro come artista indipendente, anche con una presenza sulla scena internazionale.

Attualmente in Italia, è in programma la mia prima mostra personale a Lecce, dal titolo “Il Corpo Reliquia, tra resistenza, archivio e spiritualità nel contemporaneo”, nell’ambito della selezione a “Futuri Emergenti Italiani” di BCC Arte & Cultura a cura di Cesare Biasini Selvaggi. La mappatura internazionale di 100 artisti/e under 35 dell’arte contemporanea.

Con questo progetto sto portando avanti la mia personale come una mostra diffusa, con una curatela situata nella città e nel territorio. L’obiettivo per il 2026, è dedicarmi all’incontro con realtà locali, alla ricerca e all’esposizione dei miei lavori, tra scultura, video e performance. Il progetto porta anche in modo inedito l’arte contemporanea e la performance in luoghi sacri e non convenzionali.

L’anteprima è stata aprile scorso al MUST di Lecce, su invito del sindaco Adriana Poli Bortone, e del Museo Storico della città. Il secondo capitolo della mostra sarà presso il Museo Sigismondo Castromediano di Lecce, che con un intervento performativo e nuove opere in dialogo con i reperti archeologici, si inaugurerà uno spazio interno, restituito dopo un lungo restauro.

Un altro progetto, a settembre, mi riporterà in Olanda con Visionary Artist.

È una residenza artistica di due settimane presso l’ICK International Choreographic Arts Center di Amsterdam. Come vincitore del bando europeo Culture Moves Europe, dedicato alla mobilità individuale e internazionale di artisti/e, sostenuto dal Goethe-Institut e dall’Unione Europea.

Infine, cosa ti piacerebbe trasmettere ai giovani artisti che si affacciano ora al mondo della danza e dell’arte visiva?

Credo sia essenziale seguire la propria intuizione e fare sempre ciò in cui si crede davvero. Ai giovani che desiderano intraprendere questo percorso di vita, consiglierei di avere fame nel proprio cammino formativo e professionale: fare esperienze, osare, mettersi in discussione e credere nelle proprie idee.

È importante sviluppare uno sguardo critico su ciò che ci circonda, coltivare curiosità e non accontentarsi di risultati facili, ma orientarsi verso ciò che è più difficile. Credo che la crescita artistica passi anche dalla capacità di sfidare continuamente se stessi.

Penso inoltre sia fondamentale comprendere come le produzioni artistiche vengano ideate, sostenute, finanziate e programmate all’interno del sistema culturale italiano e internazionale.

L’arte è cultura, e deve tornare a occupare un ruolo centrale nella società: per questo va difesa e sostenuta.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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