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Una giornata fatale del danzatore Gregorio Samsa. Lorenzo Gleijeses e Eugenio Barba immaginano Kafka

di Isabella Moroni

Una giornata fatale del danzatore Gregorio Samsa è il lavoro tanto scarno nell’allestimento, quanto infinitamente ricco nel susseguirsi di suggestioni e ispirazioni, che Lorenzo Gleijeses immagina e mette in scena grazie al confronto con le musiche originali e con le partiture luminose di Mirto Baliani, alla coreografia di Michele Di Stefano, ma – soprattutto – grazie allo scambio ideale e ideativo con Eugenio Barba e Julia Varley che, assieme al danzatore, hanno firmato regia e drammaturgia.

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Una giornata fatale del danzatore Gregorio Samsa. Lorenzo Gleijeses

Dieci anni di lavoro e ora di nuovo in scena a Teatro India. Una costruzione minuziosa e scandita della reiterazione del gesto che accompagna ogni danzatore e ogni attore che ha fatto della partitura fisica la sua cifra espressiva e narrativa.

Dieci anni e un’evoluzione continua dello spettacolo che, nel tempo, ha anche cambiato nome o, meglio, aggettivo che designa la giornata di Gregorio Samsa (prima di diventare “fatale”, la giornata di Gleijeses è stata “qualunque” e “particolare”).

È  la prima (e unica) regia di Barba al di fuori dell’Odin Teatret, ma questo progetto Gleijeses (che ha iniziato il suo percorso a Holstebro nel 2002) lo ha presentato al maestro nel 2013 ed è stato proprio Barba a cogliere, nella gestualità del danzatore, un’affinità con il racconto di Franz Kafka La metamorfosi e a spronarlo a lavorare in quella direzione.

Così, in occasione del Centenario della morte dello scrittore praghese, lo spettacolo di Gregorio Samsa torna in scena e apre anche altre celebrazioni: quelle dei 60 anni dell’Odin Teatret.

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Una giornata fatale del danzatore Gregorio Samsa

Non è facile raccontare uno spettacolo che da così tanti anni continua ad evolversi, presentandosi a pubblici sempre diversi: di certo, dal primo istante, l’inquietante rapporto fra il movimento e la luce regala la sensazione di mutamento e di fermento.

Ossessivo ed elastico, silenzioso e musicale. Sono gli aggettivi che s’impongono mentre si cerca di scoprire se questo Gregorio Samsa sia davvero lo stesso personaggio destinato da Kafka a risvegliarsi scarafaggio.

Seguiamo il danzatore, sempre più prigioniero della sua partitura fisica, nella sua casa; scopriamo, attraverso messaggi vocali inanimati, i rapporti con suo padre, con la sua fidanzata, con la sua psicoanalista. Tutti ulteriori inneschi del suo assillo.

Ogni più piccolo gesto quotidiano diventa parte della sua coreografia. La ricerca della perfezione e la dedizione alla sua arte lo alienano sempre di più dalla vita.

Sono diversi i nuclei narrativi che si susseguono e, a volte, si intersecano: le prove dello spettacolo, il privato tumultuoso fatto di incomprensioni e tensioni. Con il padre, con la fidanzata, anche con la psicoanalista. I racconti filtrati dal cellulare, unico ponte con l’esterno, o dal televisore che – fra notizie e telenovele – rompe l’equilibrio di una casa vissuta con lo stesso ritmo della sala prove.

È in questo sovrapporsi di realtà differenti che il confine tra reale e immaginario si confonde e la ripetizione prende forma di passi di insetto, di trascinarsi di ali spezzate, del sondare il terreno di zampe angolate. Così, il danzatore Gregorio Samsa si trova accomunato al suo omonimo commesso viaggiatore in una metamorfosi.
Lui la racconta come un sogno alla segreteria telefonica della dottoressa assente. Ma non può concludere la storia perché la segreteria è piena e interrompe il messaggio.

E si interrompe anche il patto con lo spettatore che si trova a non riuscire più distinguere quale sia la storia e ad assistere alla corsa distruttiva verso un’alba che forse vedrà il debutto dello spettacolo. O forse no.

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Una giornata fatale del danzatore Gregorio Samsa

Lorenzo Gleijeses è straordinario. Il suo lavoro sul corpo e con il corpo è ricchissimo di intensità espressiva, è lo strumento di una narrazione trascinante. Ogni movimento, ogni intuizione, ogni esplorazione caricano lo spettatore di nuove emozioni.

La sua dedizione ci martella e ci turba quasi quanto la ripetizione del gesto tormenta lui. Comprendiamo che c’è qualcosa di profondo, che va oltre ogni intuizione. Forse è la cifra del mondo in cui pian piano ci siamo trovati a vivere e che ogni giorno ci allontana un po’ dall’arte, dal dialogo, dall’accoglienza, dall’ascolto, o forse è il futuro che ci prevede scarafaggi furbi e impotenti.

Resta un sentimento di irrisolto, una mancanza di continuità narrativa nell’incombente continuità gestuale.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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