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Bellezza Orsini. Il limes fra la saggia e la strega

di Isabella Moroni

La figura di Bellezza Orsini è, ancora oggi, una vera calamita di interessi, immaginari, sogni, equilibri e disequilibri tipici della narrazione della stregoneria.

Di lei ci resta il famoso libro di 180 carte che si conserva nell’Archivio di Stato di Roma; di lei e della sua storia (ma in parte leggenda, visto che come fonte accertata ci sono solo gli atti del processo) si sono occupati letteratura, giornalismo, storia e teatro… forse perché quella scrittura minuta, che a un primo sguardo sembra composta di segni magici, geroglifici di incantesimi e pozioni, rievoca quello che sappiamo (o pensiamo di sapere) sulle streghe.

Anche art a part of cut(ure) ha pubblicato la recensione di una precedente messa in scena dello stesso testo, con la stessa attrice, ma con una regia diversa, proprio perché -nonostante tutto- Bellezza Orsini, da qualunque punto di vista la si guardi, è capace di innescare identificazioni, ricordi, tensioni, letture politiche…

Bellezza Orsini è il nuovo allestimento dello spettacolo interpretato da Maria Cristina Gionta, liberamente tratto dal libro Bellezza Orsini. La costruzione di una strega di Michele Di Sivo in cui viene ricostruito il processo alla figlia naturale di Pietro Angelo Orsini di Monterotondo, accusata di stregoneria per il suo sapere di guarigione con le erbe. Sapere che, con il sopraggiungere dell’Inquisizione, diventa accusa e prova di maleficio, grazie alle indicazioni del Malleus Meleficarum, una sorta di codice per l’istruzione dei processi contro i crimini eretici.

Riscritto da Adriano Evangelisti che ne cura anche la regia, lo spettacolo vuole raccontare una storia che, intrecciando la realtà delle donne guaritrici, erboriste, veggenti o conciaossa vissute tra il basso Medioevo e il Rinascimento, con le accuse di stregoneria, possa offrire una visione non conforme delle motivazioni e della simbologia della “strega malefica”.

Bellezza Orsini è stata realmente una “strega”? Oppure ha confessato le sue “nerezze” per evitare la condanna al rogo?

Con grande passione, ricerca e una capacità scenica davvero coinvolgente, Maria Cristina Gionta porta in scena il racconto della sua vita, le ricette erboristiche, le calunnie, la cella e la tortura, con uno sguardo che va oltre il dramma ed entra nei meandri del rapporto inscindibile fra potere e conoscenza.

L’attrice sperimenta oggetti, movimenti, effetti da grand guignol; lavora sul linguaggio fino a recitare in dialetto sabino medievale con inserti di latino e tutto questo permette allo spettatore di entrare a diretto contatto con l’epoca e con lo stupore della confessione.

Le musiche e i suoni dal vivo di Emiliano Ottaviani,che mescola le sue composizioni originali con le sonorità del Gruppo musicale Novalia riarrangiate per chitarra e voce, sottolineano i passaggi più forti del monologo creando continuità con la recitazione.

Quello che non è immediatamente chiaro, però, è il contesto. Nonostante venga dichiarato all’inizio dello spettacolo, le parole rischiano di perdersi nella reiterazione di quella che diventa la sola verità: Bellezza ha ammaliato e fatto le fatture, ha dissotterrato i neonati morti e i piccoli animali sepolti per togliere loro gli elementi vitali, bruciarli e farne polveri magiche.

Forse, il suo ininterrotto scorrere di parole, sarebbe stato di più ampio respiro se, all’improvviso, avesse pronunciato una nuova frase per ricordare, a se stessa e al pubblico, che sta confessando anche quel che non ha commesso, solo perché spera che, in questo modo, l’inquisitore la rimanderà a casa.

In questo modo la figura di Bellezza Orsini si propone come quella di una guerriera ribelle, quasi una femminista, qualcosa, in questi tempi, di riconoscibile e accettabile, anche se, storicamente, la strega così come ce l’ha raccontata l’Inquisizione non è mai esistita.

Si trattava di donne legate alla conoscenza delle erbe e delle pratiche mediche.
Erano gli unici medici a cui potevano rivolgersi i poveri, gli esclusi, i contadini.
Erano le residuali forme di autonomia che dovevano essere condannate perché il potere doveva realizzare una nuova e più pervasiva forma di dominio della società.

Bellezza Orsini non cederà alle torture né aspetterà la condanna, scegliendo di morire conficcandosi più volte in gola un chiodo trovato nella sua cella.

  • con Maria Cristina Gionta
  • ideazione e regia: Adriano Evangelisti
  • musiche e suoni dal vivo: Emiliano Ottaviani
  • lo spettacolo apre Amori Rubati 2026, il progetto dedicato al tema della violenza di genere a cura di Federica Di Martino
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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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