Del sesso della donna come campo di battaglia, di Matei Vișniec, che potremo vedere sabato 28 giugno alle 21,30 all’Accademia di Romania nell’ambito del Festival teaTRomania è uno spettacolo interpretato da Irina Bodea Radu e Bianca Holobuț con la regia Muriel Manea che racconta di un dramma spaventoso, quello delle donne durante la guerra di Bosnia, donne che faticano a conciliarsi con la propria condizione.
Una situazione che forse va persino oltre il concetto di guerra etnica e diventa argomento di riflessione per l’intera questione femminile.
Ne parliamo con le interpreti Irina Bodea Radu e Bianca Holobuț.
Quando e come nasce l’interesse per il testo di Matei Vișniec?
Il testo di Vișniec è uno molto accattivante per due attrici che amano il proprio lavoro e cercano nuove provocazioni in ciascun progetto, sicché ci ha attirato fin da principio. Le due partiture offerte dal drammaturgo non ci hanno fatto smettere di pensarci su per più di un anno. Abbiamo proposto il testo alla direttrice del teatro, Nicoleta Bolcă, che ha creduto in questo nostro sogno e ha dato un’opportunità a questo progetto, mentre Muriel Manea è stata invitata dal teatro “I. D. Sîrbu” [di Petroșani] per fare la regia dello spettacolo. Il nostro incontro non è stato casuale, anche se può apparire tale. Ci siamo accorte lungo le prove che l’impegno profuso era per ciascuna di noi una vera “terapia”. Anzi, potremmo dire che è stato un tocco della “mano del destino”.
Quale linguaggio avete utilizzato per una narrazione così forte e coinvolgente?
Il linguaggio teatrale usato dalla regista Muriel Manea è vasto, carico di simboli e metafore, che scalfiscono le ferite degli spettatori, coinvolgendo le emozioni che essi sono capaci di provare, per offrire loro, nel finale, la catarsi tanto attesa.
La donna, o meglio il femminile come un campo di battaglia è una metafora che va oltre la guerra di Bosnia e arriva fino alla condizione delle donne in questo nostro periodo storico?
Il sesso delle donne diventa un campo di battaglia non solo nelle guerre etniche. Non solo in simili confronti i combattenti vi si scaraventano sopra per darsi a vicenda il colpo di grazia. In tutte le belligeranze, ricorda Vișniec, lo stupro è una forma di guerra lampo. E in tutte le guerre la realtà è molto più atroce di quella immaginata o descritta teoricamente, così come ogni incontro col reale determina convulsioni interiori dalle quali puoi uscire vincitore o sconfitto. Anche sconfitto a vita. Quando sullo schermo della tivù passano notizie su quanto sia frequente lo stupro e quanto frequentemente la donna sia aggredita sessualmente, ci si rende conto della barbarie quotidiana che si consuma in Paesi, città o luoghi tra i più benedetti e coccolati dalla civiltà postmoderna. Del sesso della donna come campo di battaglia nella guerra in Bosnia ci appare tutt’ora una pièce attuale. Un’attualità spaventosa per il semplice fatto che parla, in fin dei conti, dell’incapacità del genere umano di arginare, in qualsivoglia momento della storia, la proliferazione delle fosse comuni, intese nella loro realtà fisica e psicologica.
C’è nello spettacolo una chiave di lettura che consente una comprensione, una inversione di rotta, una rinascita?
Sì, lo spettacolo è una metafora, una trasposizione dell’essere umano (non solo della donna), e la chiave è nella rinascita – e nella speranza nella forza della rinascita –, poiché senza queste cose non ci sarebbe la gioia di fare teatro.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.













