Errichetta Festival 2018. Tutti i poteri della musica.

Il Festival Errichetta possiede tutti i poteri della musica, ma le emozioni e l’aggregazione che è capace di creare, vanno oltre il coinvolgimento e lo scambio.

Ascoltando i musicisti che vi partecipano si entra in mondi antichi, in sonorità che accomunano la nostra anima più profonda, in sospensioni dalla realtà. E quel che è più straordinario è che ci si diverte. Moltissimo.

Quest’anno Errichetta Festival è giunto all’ottava edizione. Nato come iniziativa di una comunità di musicisti, uniti dalla passione per la musica tradizionale, ed in particolare per quella balcanica e mediorientale, il Festival si propone come il luogo dove riunire e celebrare questa passione che “divora”.

E divora davvero gli organizzatori che, ogni anno riescono a trovare location suggestive e aggregative per ospitare i musicisti che vengono da tutto il mondo.

Quest’anno si è cominciato a Villa Medici, dove il pubblico che, nonostante la giornata di pioggia, ha raggiunto l’Accademia di Francia era molto più di quanto la sala potesse contenere. Così, coloro che non hanno potuto conquistare un posto a sedere, si sono sparsi nelle sale vicine pur di restare ad ascoltare la Musica del Mazandaran, regione dell’Iran del nord, che riecheggia di questo mondo racchiuso tra montagne, foreste e mare.

E si è proseguito al Teatro Italia, in una serata in cui a molti è sembrato di essere tornati indietro di vent’anni; dove si sono rincontrati amici dispersi in India o nel quartiere, ma tutti approdati in luoghi fisici o del cuore diversi da allora e che, come per un richiamo potentissimo, erano ritornati, vivi e luminosi nonostante gli anni, proprio qui, ad ascoltare quella musica che avevano scoperto in passato.

E poi c’erano tutti i giovanissimi, quelli che il Festival lo organizzano, lo vivono e lo suonano ed era straordinario anche questo incontro generazionale senza ruoli né gerarchie di alcun genere. Tutti presi, attenti, con l’anima ritorta dalla musica.

Il primo ad avvicendarsi sul palco è stato Luigi Lai che le launeddas le ha fatte conoscere al mondo intero, le ha costruite, le ha modificate, ne ha tratto suoni innovativi ed altrettanti tradizionali e ha composto musica per questo strumento ancestrale che, un tempo, era l’unico usato in terra di Sardegna, per i momenti importanti: accompagnare i fedeli alla Messa, sottolineare i passaggi salienti della celebrazione, ma anche per ballare, per permettere, nella danza, ai ragazzi e alle ragazze di potersi conoscere “da vicino”.

Le launeddas sono sempre state, per me, uno strumento pieno di fascino: il suono polifonico che riescono a produrre a volte sembra quello di un organo, altre quello di una piccola orchestra di fiati e la loro storia simbolica si nutre delle sonorità che accompagnavano rituali magici o di guarigione ed erano presenti in moltissimi luoghi del Mediterraneo, fino a concentrarsi in Sardegna, terra madre e teca delle nostre origini mitiche.

Nella serata Luigi Lai ha impostato un dialogo musicale con il pubblico: fra parole e, soprattutto musica, si è creata una corrente continua che ha lasciato tutti sospesi sull’orlo di una meraviglia.

Al placarsi degli applausi per le launeddas, entrano in scena, annunciati con molta emozione, i musicisti iraniani che portano nelle nostre orecchie stupite, la musica epica del Mazandaran.

Per la prima volta in Italia e finalmente riunitosi a suoi nipoti ed allievi Pouya, Mani e Nima Khoshravesh che vivono in Francia, il Maestro Abolhassan Khoshroo, simbolo del patrimonio musicale di quella regione, canta con una voce capace di attraversare una serie di stati, dalla morbidezza alla forza, dalla profondità alla soavità; con un andamento quasi circolare e la modulazione del narratore, le storie dei mitici guerrieri Hozjar Sultan, Hossein Khan e Rashid Khan, considerati i primi bardi di quella letteratura.

La musica persiana racchiude sempre in sé la grazia e la potenza, l’amore e la lotta, il bene e il male: ogni nota, ogni strumento, ogni battito delle percussioni riporta a questi dualismi e il ney, l’antichissimo flauto cantato anche da Rumi, ne è la parte dialogante.

Un intervallo breve che consente agli spettatori di rincontrarsi e raccontarsi sorprese e dubbi. Una musica così dirompente deve essere per forza amplificata? Chiede qualcuno che teme distorsioni o, forse solo, di non poter godere appieno del potere dello strumento acustico; altri continuano a parlare della meraviglia delle launeddas in attesa di scoprire o di ritrovare la zurna, strumento a fiato che dai Balcani all’Asia centrale caratterizza la musica popolare dell’Anatolia.

Ce la porta il Samir Kurtov dalla Bulgaria con il suo Trio e coinvolge immediatamente tutta la sala con il ritmo scandito dal davul, il grande tamburo suonato da Ognyan Fetov che accompagna e addolcisce il suono acuto della zurna.

Sembra di stare in una grande parata di giannizzeri, così come ce l’ha mostrata l’esotismo di alcune opere liriche del ‘700 non solo italiano, quando i Turchi facevano davvero paura anche se si provava sempre a buttarli in macchietta; oppure all’interno di un bazar al momento in cui arrivano gli acrobati o fra la folla di un matrimonio con la sposa vestita di rosso e di oro, e via sognando. È tutto estremamente coinvolgente e divertente. Viene, inconsapevolmente, da essere allegri.

Samir Kurtov, considerato “il re della zurna”, è un musicista itinerante che si sposta di villaggio in città, in tutto il mondo suonando ai matrimoni, nelle feste tradizionali, o nei concerti dove può, ancora una volta, raccontare la storia per cui fu il suono di una zurna a dare l’anima ad Adamo, il primo uomo, forgiato nella terra.

Il che significa, forse,che l’anima dell’essere umano è davvero fatta per sorridere.

immagine per Errichetta Festival

www.errichettafestival.it
www.facebook.com/errichettafestival

Isabella Moroni

Isabella Moroni

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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