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Questo trenino a molla che si chiama il cuore. Sulla soglia per mano al nostro doppio.

di Isabella Moroni

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Questo trenino a molla che si chiama il cuore, cover

Se il cuore è -come dice Pessoa– un trenino a molla che “in tondo gira, per intrattenere la ragione” allora questo libro, che da questi versi prende il suo titolo è il percorso più magico, e reale, e profondo che si possa intraprendere per capire che spesso, quelle che consideriamo sfumature, in realtà sono i pilastri della nostra vita.

Tutto sta ad avere il coraggio di accorgersene.

Questo trenino a molla che si chiama il cuore (Laterza, Contromano) di Loredana Lipperini è un libro che racconta molteplici soglie.  E lo fa scandagliando un sentire che si dipana attraverso una storia che è sì quella personale dell’autrice, ma anche una storia più vasta, la storia di un territorio che pochi conoscono e che, più di altri venerati luoghi di bellezza e di mistero, porta con sé una sapienza ancestrale fatta di acqua e di donna, ma anche fatta di eventi che, in qualche modo hanno cambiato il senso della storia.

Ma non basta. Navigando fra la literary non fiction, l’inchiesta, il memoir ed il romanzo vero e proprio, Loredana Lipperini varca la prima soglia e ci porta nel cuore di un confine: quello fra Marche ed Umbria, la Valle del Chienti. Luogo del cuore. Del cuore buono e del cuore affatturato; del cuore ribelle e di quello, forse, infine pacificato.

“Tornerò lì”, sembra dire da ogni pagina l’autrice. Tornerò lì perché ci sono le Sibille, perché c’è il lago che induce alla scrittura, perché il guaritore ha toccato anche le mie ossa liberandomi dalla sciatica. Tornerò lì perché è il paese di mio padre che, con mio infinito dolore e con una mai doma rabbia e colpa, non ho potuto accompagnare nel suo passaggio; tornerò a Serravalle del Chienti perché è il paese del cambiamento, della mutazione e perché questo ritorno l’ho costruito nel corso di alcuni decenni, caricandolo di valori e di sentire, ma anche di sentimenti e di coraggio.

Eppure la Valle del Chienti, impotente e squarciata, sta tradendo tutto questo amore, tutta la sua storia. E lo fa perché ormai l’hanno smembrata (e continueranno a farlo) per la costruzione della superstrada che collegherà velocemente al mare quelle terre dalla storia antica che nessuno ricorda più.
E, come tutte le grandi opere, anche questa è luogo di soprusi e di violazioni: dell’ambiente, dei diritti, della storia e della buona fede. Perché è facile ingannare le persone dopo averle tenute sempre in bilico sulla paura, dopo averle rapinate, aver fatto accettare soprusi e ruberie.

È qui la seconda soglia, il confine fra il prima ed il dopo: la gente di Serravalle, un tempo, raccontava storie antiche, gareggiava nel rivelare leggende (di qui è passato Casanova e ogni abitante giura che abbia dormito fra le mura di quella che è la sua casa…), aveva il suo scrigno di saperi da tramandare, era quasi immune dalle brutture, dalle mafie, dalle lunghe unghie del denaro.
Forse non era un paese moderno. O forse non voleva esserlo. Era un paese che elogiava la lentezza perché gli dei lo avevano posto al centro di una valle lontana dai porti e dalle strade, ma con il fiume e i laghi che non impedivano movimento e crescita.
Poi è arrivato il terremoto, nel 1997, che ha divorato il paese e la gente di Serravalle, quella che è rimasta, quella che non ha riempito le bare allineate, ha cominciato a fare i conti con l’inganno e la manipolazione, ha cominciato a farsi prendere dalla prescia, dalla fretta di essere qualcos’altro, come se la frattura profonda con il passato esigesse nuovi pensieri e nuovi cinismi.
Fino al progetto della Superstrada che ha mangiato per sempre la valle, le sue montagne e le sue tradizioni fingendo di portare benessere e lavoro e una vita più semplice (“a me serve come il pane per arrivare presto al lavoro a Foligno” dice una donna e come darle torto quando la sua vita è scandita da ritmi e da doveri  impensabili fino a qualche decennio fa? ).

Ogni pagina, in questo libro, porta in nuovi luoghi. Un’altra soglia, questa volta puramente letteraria, ci lascia scoprire che l’autrice, la bambina che copiava dal Libro dei Temi, la giornalista che ha scritto molti saggi insoliti e potenti, intelligenti e innovativi è soprattutto una scrittrice. Una narratrice.
Lo spunto per entrare in questo mondo nuovo è la memoria. Bellissima, vivissima, esoterica, popolare, sacra. Un mondo di interezze poco conosciute e di segreti che è venuto il tempo di far brillare. Madri, Sibille, Madonne, Diavoli, Dee, Dii, Aquile e Negromanti. Discese in sacri ipogei e salite su monti verdi, anche loro al confine di cieli; carbonai e donne affogate, soprannomi, doppi, santi, martiri e fantasmi.
Non elenca, Loredana Lipperini, le loro storie: le fa vivere, nuove e incisive, in racconti che non ti aspetti, racconti capaci di annidarsi nell’anima di tutti. Come deve essere. Quando lo scrittore arriva al centro delle cose. Sa ricordare. Sa guardare.

La quarta soglia è il doppio. Se ne trovano numerose tracce lungo le pagine: soprannomi, cambi di identità, mutamenti di luoghi. E la storia di Lara Manni.
Lara Manni ha scritto una trilogia urban fantasy che, nel metatesto e non solo, illustra tre stati della vita delle donne, Lara Manni ha tenuto un blog ed è stata a lungo presente in rete coinvolgendo nel dibattito soprattutto giovani e cambiando, in qualche modo, alcuni stereotipi. Lara Manni è l’eteronimo dell’autrice e tale doveva rimanere perché non si trattava di un esperimento, né di una strategia di marketing. Lara Manni è una soglia interiore, quella che, ad un tratto, diventa necessario attraversare per ricongiungerci con la nostra parte esiliata, con quella parte che abbiamo dovuto dimenticare per restare in equilibrio nei più intollerabili agguati della vita.
Tutti abbiamo chiusa in noi una Lara Manni, ma davvero pochissimi hanno il coraggio di farla nascere. Su un sito di fanfiction o, ancora prima, nelle lunghe passeggiate sull’Isola, quando Loredana mi raccontava per filo e per segno tutte le avventure di Inuyasha, il demone metà uomo e metà cane che sembrava stregarla.
Lara Manni è un viatico. Il viatico che tutti dovremmo riuscire a portare nella nostra bisaccia per non perdere mai la nostra essenza. E chi ha distrutto Lara Manni, per mera invidia, o solo perché incapace di confrontarsi con il proprio doppio, ha commesso un errore:  le ha dato la vita reale. E si è disintegrato, frantumato al suo posto.
D’altronde è così. Le storie di magia e di amore lo raccontano da sempre.

Ed infine l’ultima soglia, la più insidiosa. Quella della morte. Insidiosa perché nessuno ci ha mai insegnato a farci i conti, perché abbiamo perso tutti gli strumenti per poterla comprendere ed accogliere; perché rischiamo che sia una soglia che affaccia su un baratro piuttosto che su una nuova esperienza di vita.
È così: non sappiamo cosa sia la morte, ma in questo libro una risposta c’è. C’è il racconto di molte morti (la più struggente è quella di Chiara Palazzolo) che, in qualche modo, ci appartengono tutte. C’è la certezza che i morti sono lì sulla soglia, su quei confini che ora possiamo attraversare e,  anche se pian piano ci sembra che scolorino, loro restano pronti a suggerirci un consiglio: ri-unirci con il nostro doppio.
Solo così si passa la porta fra i mondi.
Chi lo ha già fatto lo sa.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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