Il Minotauro. A Spoleto la musica di Silvia Colasanti libera l’umanità dell’Essere.

61° Festival dei Due Mondi. Apre Spoleto 2018 Il Minotauro, opera lirica contemporanea su musica di Silvia Colasanti, libretto René de Ceccatty e Giorgio Ferrara, basata sulla omonima ballata” di Friedrich Dürrenmatt.

Il Minotauro di Friedrich C, però, ha un cuore laico. Ha una visione dell’io e del tu che va oltre la psiche e s’addentra nelle strade tortuose del doppio, della diversità, della reclusione, dell’esclusione.

Il Minotauro di Friedrich Dürrenmatt scopre sé stesso istante dopo istante creando e aizzando le parole verso la sua interiorità e riuscendo, in questo modo, a delineare anche il resto del mondo che, dal potere, gli è nascosto e negato.

Il Minotauro di Friedrich Dürrenmatt non assomiglia a quello della storia che tutti conosciamo. Nessuno dei protagonisti di questo racconto assomiglia agli eroi e ai traditori così come ci vengono tramandati. Prova a porre delle domande, a scolpire dei gesti, a iniziare dei movimenti che non sono mai quelli che ci aspetteremmo. In questo testo non ci sono né buoni né cattivi, ma solo esseri che danzano con la loro evoluzione. Sia che si chiamino Asterione, o Arianna, o Teseo.

Il Minotauro che abbiamo visto a Spoleto, invece, tutta questa visione non ce l’ha. Di Dürrenmatt recupera l’inquietante ambientazione nel labirinto di specchi, la ricerca della verità, forse una sorta di evoluzione che, però, lo porta al sacrificio e non al cambiamento si stato interiore, come intendeva Dürrenmatt e come da millenni intende la stessa simbologia del labirinto.

Colpisce questo libretto così poco laico e umanista, così intriso di carità e rimprovero, così arreso di fronte ad un peccato che non è neanche dell’Essere, ma degli dei. Colpisce anche la scelta precisa e innegabile di non sviluppare né il mito, né la sua iconografia. Né di prendere spunto dalla ricerca spirituale, psicologica o anche solo letteraria che, nei secoli, si è legata alla figura del Minotauro.
Il Minotauro – si afferma nel testo, forse in sintonia pedissequa con la Divina Commedia, ancor più che con Ovidio – è una creatura mostruosa, che uccide, spaventa e provoca ribrezzo in tutti, anche nel suo stesso sangue, come tuona Arianna che non sembra neanche più figlia di una dea e divinità ella stessa, ma una povera, piccola mortale imbambolata dall’amore e, in nome di questo, pronta ad ogni più turpe inganno.

Che il Minotauro sia un mostro lo afferma il libretto, lo affermano i costumi e le maschere che interpretano il mito con segnali e simboli più da carnevale veneziano che da tragedia antica; eppure il nome di quell’essere è Asterione, lo stellato e ed anche lui è un dio. Non a caso Dürrenmatt non usa mai la parola mostro, né mai lo chiama per nome. Per lo scrittore svizzero è sempre e solo “l’Essere”, non c’è nessun giudizio nella sua descrizione, solo empatia, riflesso, somiglianza.

Peccato. Perché la musica è potente ed evocativa, grazie alla ricchezza di contrasti si fa elemento capace di edificare significati e di determinare linguaggi non sempre esplorati. Una partitura così poteva sorreggere un ben altro castello di parole, avrebbe sostenuto perfettamente una scrittura capace di tenere testa agli dei, di osare lo splendore della conoscenza che si va conquistando.
Invece resta confinata alla solitudine e all’inganno; ricalca narrazioni di colpe e di peccati, di bene e di male, di sangue e tradimenti e rassicura nel ritrovato equilibrio: ora che tutto è finito, che nessuno più insidierà fanciulle e divorerà giovanetti, possiamo concederci la pietà e forse anche un brivido d’amore per un escluso.

Ma non basta a riprendere il senso della conquista della propria anima, il finale che mescola compassione e rimorso, che s’affida al pur meraviglioso e soavissimo “coro degli uccelli” (invenzione autoriale poiché il racconto di Dürrenmatt non evoca gli uccelli che nella frase conclusiva del racconto) che innalza una preghiera per il mostro del quale solo gli astri  conoscevano l’angoscia incredibile, e redarguisce gli umani mentitori predicendo per loro il giorno in cui rimpiangeranno i sogni e le grida del Minotauro.

Dunque musica appassionante ed interpreti giovani ed ineccepibili (Minotauro: Gianluca Margheri – Baritono; Arianna: Benedetta Torre – Soprano; Teseo: Matteo Falcier – Tenore); nel ruolo delle vittime ateniesi un gruppo di attori diplomati dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma che forse mancavano di una coreografia, di una partitura fisica che avrebbe potuto rendere esponenziale il moltiplicarsi delle immagini specchiate nel labirinto. Curiosi, decontestualizzati, onirici e flamboyant i costumi di Vincent Darré; interessantissimi gli uccelli dai tratti micenei che abbracciavano il coro (diretto da Gea Garatti) scendendo a volte lievi, a volte rapidi sul palcoscenico. Vertiginosamente verticale la scenografia firmata – come anche la regia – da Giorgio Ferrara, nel cui vuoto s’alternavano un sole e una luna, simili a scudi d’oro e d’argento.

Ascoltando quel finale dalla musica quasi sospesa sulla voce del coro che ammonisce:

… e scoprirete che la crudeltà di un mostro senza cuore è più dolce, in verità dell’amore che finge; e scoprirete che la crudeltà di un mostro senza cuore è più dolce, in verità dell’amore che vi sfugge

non ho potuto fare a meno di pensare ai brividi che da anni provo ascoltando il finale di Dürrenmatt che, pur senza la soavità della partitura musicale, ci regala l’umanità di tutti gli Esseri:

… e quando il Minotauro si gettò tra le braccia aperte dell’altro, confidando di aver trovato un amico, un essere come lui, e quando le sue immagini si gettarono tra le braccia delle immagini dell’altro, l’altro colpì e colpirono le sue immagini, l’altro piantò con perizia tale il pugnale tra le spalle che il Minotauro era già morto quando si accasciò a terra.
Teseo si tolse dal volto la maschera da toro e tutte le sue immagini si tolsero dal volto le maschere da toro, Teseo riavvolse il filo rosso di lana e scomparve dal labirinto, e tutte le sue immagini riavvolsero il filo rosso di lana e scomparvero dal labirinto che non rispecchiava altro ormai, senza fine, che l’oscuro cadavere del Minotauro.
Poi, prima del sole, vennero gli uccelli“.

Isabella Moroni

Isabella Moroni

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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