ultimi articoli dell'autore

Tutti non ci sono. La storia di Dario D’Ambrosi e del Teatro Patologico

di Isabella Moroni

Tutti non ci sono. Con questo libro, breve e intensissimo, Dario D’Ambrosi racconta una storia fuori dal comune, ma lo fa offrendola come se fosse la storia di ciascuno di noi, la storia di tutti.

Dario D’Ambrosi è il fondatore del Teatro Patologico, un teatro che abbiamo imparato a conoscere in 30 anni di attività.

Un teatro che ha elaborato le sperimentazioni e le ricerche degli anni più fervidi, per realizzare spettacoli dirompenti; un teatro che è diventato funzione sociale, perché capace di integrare persone con malattie psichiatriche e diverse abilità fisiche o, come si diceva prima della correttezza a tutti i costi, matti e disabili.

immagine per Tutti non ci sono. La storia di Dario D'Ambrosi e del Teatro PatologicoTutti non ci sono. La storia di Dario D'Ambrosi e del Teatro PatologicoIn questo libro, edito da Le Commari, e presentato qualche giorno fa all’Isola del Cinema da Alma Daddario, c’è la storia avventurosa di D’Ambrosi, c’è il cuore della sua poetica e la poesia del suo cuore.

C’è la sua infanzia di ragazzino terrone, immigrato in un quartiere capace di produrre soprattutto malavita e povertà; c’è il suo tentativo di volare altrove attraverso il calcio (era nel Milan primavera); ci sono i lavori e lavoretti fatti fin da bambino (all’epoca l’infanzia era meno idolatrata e, il più delle volte, quasi per nulla rispettata); c’è l’incontro con il teatro negli spazi di una parrocchia solo per poter essere vicino ad una ragazza.

C’è la scelta di essere rinchiuso in manicomio, prima dell’arrivo della legge Basaglia, per comprendere, per arrivare al nocciolo dell’orrore, che spesso, poi, è il nocciolo della vita.

E poi c’è il primo spettacolo: Tutti non ci sono, sì, come il titolo del libro che riprende le parole scritte sul muro del manicomio di Aversa: “Tutti non ci sono (in manicomio), tutti non lo sono (davvero matti)” nella palestra della scuola elementare.

Per proseguire arrivando in America fino all’incontro con Ellen Stewart del Café La Mama. Un’incontro edificante nel vero senso della parola, perché è riuscito a edificare e a codificare un nuovo modo di fare teatro.

Dal 1992 Dario D’Ambrosi mette in scena spettacoli con ragazzi disabili psichici e fisici e lo fa mettendo in pratica le tecniche teatrali, non lo psicodramma o tecniche terapeutiche.

La vera meraviglia del suo lavoro, infatti, è scoprire che la stessa azione teatrale, la coordinazione di senso, voce, movimento o immobilità, testo, contesto, responsabilità e sostegno, sono capaci di curare la persona e le consentono di integrarsi.

immagine per Dario D'Ambrosi
Dario D’Ambrosi

A sentir raccontare le storie di questi giovani e guardando, poi, gli spettacoli sembra di assistere a un miracolo, sembra di essere dei miracolati.
Siamo così incapaci di vedere l’altro e di credere che possano ancora esistere espressioni non costruite, fatte di carne e sangue e non solo di parole e immagini, che davanti all’evidenza non sappiamo trovare il senso o la voce per dirlo.

Il teatro di Dario D’Ambrosi in primo luogo è Teatro. Quello vero, fatto di prove, ripetizioni, scelte, poesia, testi difficili da dire anche per chi ha fluidità di linguaggio.

Gli attori, anche quelli più soggetti a fragilità e crisi, seguono lo stesso percorso di qualsiasi altro attore. Non ci sono sconti nel rapporto con il regista. D’Ambrosi non “annacqua” le sue indicazioni per essere delicato; lui ascolta, vede in prospettiva, sa dire no, sa rinunciare, ma sa trovare anche altre soluzioni.

Anche questo è racchiuso nelle 100 pagine di Tutti non ci sono. Poco più di sessanta anni di vita offerti con poche parole, episodio dopo episodio, umanità dopo umanità, attraverso aneddoti, incontri, ricordi, ognuno carico dell’energia che ha portato Dario D’Ambrosi ad essere riconosciuto in tutto il mondo: dall’America al Sudafrica, dalle Nazioni Unite al Parlamento Europeo.

Eppure in Italia manca ancora quel riconoscimento istituzionale ed economico che potrebbe far vivere il Teatro Patologico non solo di donazioni e FUS, ma quale elemento strutturale della politica culturale e sociale del nostro Paese.

Perché, come dice lo stesso D’Ambrosi: “i politici sono ignoranti” nel senso che ignorano non avendo a cuore, non ritenendo utile, né economicamente o politicamente valido, tutto quello che è cultura (e che non ha un riscontro visibile immediato).

Silenziosamente, però, in collaborazione con l’Università di Tor Vergata è nato il primo Corso di formazione sperimentale “Il teatro integrato delle emozioni” con il doppio intento di consentire ai partecipanti di integrarsi nel mondo teatrale e, di qui, nella società, anche offrendo un supporto psicologico diretto ai familiari e di offrire, grazie allo svolgimento di una attività di ricerca “sul campo”, una nuova preparazione di operatori esperti nel campo della riabilitazione neuropsichiatria.

“Con i deboli arriverai lontano” dissero a Dario D’Ambrosi all’inizio di questa avventura e così è stato. Almeno in parte.

Ma ci vorrebbe molto di più.

Ci vorrebbe, intanto, che tutti leggessero questo libro che riesce a parlare a ciascuno nella lingua che sa intendere.

+ ARTICOLI

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

2 risposte

  1. Grazie Emilia, e negli anni il lavoro di D’Ambrosio si accresce sempre più di bellezza, bravura e coinvolgimento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *