Dimenticate lo sceneggiato di Daniele D’Anza del 1971 quando aprirete il nuovo, prodigioso, libro di Loredana Lipperini Il segno del comando (Rai Libri).
Lo ritroverete più avanti, nella narrazione, ritroverete i personaggi, i luoghi, gli incantamenti, ma ora, per entrarci c’è bisogno di essere come gli iniziandi: puri e liberi, votati alla conoscenza e pronti a ricevere la trasmissione dei misteri della collettività.

Nella storia del professor Edward Lancelot Forster, della evanescente eppur realissima Lucia, di Olivia e degli altri inquietanti personaggi occulti che attirano, sconvolgono e condannano a morte il professore di Cambridge; nonché delle spie e dei doppiogiochisti che infestavano quel periodo storico ancora carico dei cascami della guerra mondiale e delle radicali soluzioni della guerra fredda, il romanzo di Loredana Lipperini si insinua portando nuovi personaggi, e, soprattutto, la visione di un mondo in trasformazione, di una divenire che sarebbe stato (per un tempo abbastanza lungo) portatore di libertà e di conoscenza per tutti.
Gli anni Settanta. Un leitmotiv dell’autrice, declinato – di libro in libro – in maniera sempre più appassionata, dando modo, a chi li ha vissuti, di rivederne il senso, di riabilitarne la straordinaria efficacia e, a chi approda sulla loro soglia con le idee mutuate dalla narrazione corrente, di trovare la chiave per scoprirne la meraviglia.
Ne Il segno del comando che vi apprestate a leggere toverete donne libere, cartomanti, streghe del bene. Ragazze giovani, semplici, con i vestiti lunghi e gli scialli, come eravamo noi tutte, sedute sui gradini di Trinità dei Monti o su quelli del basamento della statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori o della fontana di Santa Maria in Trastevere a parlare, suonare, cantare e immaginare un mondo privo di codici non più validi, un mondo nel quale tutto diventa possibile. E reale.
Troverete citazioni importanti e necessarie per affrontare la strada, quasi un pan di via che sostiene nella ricerca di misteri e segreti: Byron, Keats e Shelley, certamente, ma anche i Rosacroce, i Templari e la Golden Dawn; troverete scrittori, pensatori e alchimisti con le loro parole, William Wordsworth, Nicolas Flamel e Rudolf Steiner. Troverete, attraverso i secoli, John Dee, Ruggero Bacone, l’Imperatore Rodolfo, Cristina di Svezia e Madame Blavatsky.
Troverete, inutile dirlo, i nazisti e la loro ossessione per la ricerca della razza pura, anche attraverso la trasmutazione; la Porta Alchemica che a Roma è più di un patrimonio, è l’identificazione dell’anima esoterica della città; il Cimitero degli Inglesi con i suoi ospiti fantasma; l’Isola Tiberina, nave di Asclepio arenatasi in mezzo al Tevere e destinata dal suo dio fondatore alla cura e alla risoluzione del male.
E poi ci sono le strade di Roma: “una città segreta appostata dietro il velo della normalità, una città fatta di palazzi antichi, statue, lampioni, nicchie che sembravano nascondere punti d’ingresso ad altri mondi.”
Tutte tessere per un mosaico che ricostruisce una città diversa da quella che oggi conosciamo.
La città diversa di cui parla Lipperini nel suo libro ha già da tempo mangiato la città magica.
Nella psicogeografia (come direbbe Mariano Tomatis, a sua volta artefice di un’ulteriore visione di questa storia esoterica) de Il segno del comando, ci sono luoghi che abbiamo vissuto, nei quali abbiamo camminato percependo ogni volta il loro volto notturno, la loro carica di energia, il fascino del mistero, la spinta a creare storie e le possibilità di passare la soglia fra i mondi.
Prima la città parlava, ha parlato a lungo fino a quando è rimasta senza voce: le strade, i portoni, i cortili, le nicchie, le cascate di edera e rampicanti sono stati soffocati da destinazioni e motivazioni incompatibili con la sua storia mirabile, e allora ha scelto di nascondere a tutti quei varchi fra realtà, privandoci della possibilità di vedere e comprendere.
Un libro prodigioso, dicevamo, ovvero un libro che parla di prodigi capaci di cambiarci. Un libro che, attraverso le parole, ma ancor di più attraverso la musicalità del raccontare, della capacità luminosa di intrecciare passato, presente e futuro senza giudizio, ma con la grazia della passione letteraria, mescola le carte, offre visioni psichedeliche, risolve definitivamente il male con la crudeltà della generosità e della bellezza.
Scoprirete anche questo: un finale inaspettato, che accoglie le trasformazioni offerte dalla notte, dai fantasmi e dai segreti antichi e trasmuta il segno del comando, l’oggetto animato, gravido di potere in uno strumento di cambiamento e di conoscenza.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.










2 risposte
Scopro ora con piacere l’uscita di questo libro, che certamente leggerò perché ho molto amato lo sceneggiato degli anni Settanta, e sono curioso di immergermi in questa sua nuova declinazione.
Mi spiace però che, almeno nei pochi siti che ho avuto modo di consultare e che parlano del libro di Loredana Lipperini, non si fa cenno al romanzo di Giuseppe d’Agata, di cui lo sceneggiato ne era una trasposizione letterale.
L’autore di allora, e il suo romanzo, meritano qualcosa di più.
Gentile Marco,
mea culpa, faccio sicuramente parte di coloro che non hanno fatto cenno al romanzo di Giuseppe d’Agata, rielaborazione della sceneggiatura originale che non ho avuto modo di leggere.
Il Segno del Comando ha una’incredibile capacità di resistenza a tutti i rifaacimenti e di freschezza. In molti hanno lavorato sulla sua storia e altri stanno preparando nuove sorprese editoriali che non ci perderemo.
Il libro di Lipperini è un passaggio fra i tempi: una porta su quegli anni ’70 che sempre più spesso vediamo banalmente ridotti ad “anni di piombo”.
Questo è il suo pregio. Parlare di un’epoca che, fra l’altro, ha dato la possibilità al pubblico televisivo di incontrarsi con un genere e con una narrazione, mai visti prima.
Nel libro, LoredanaLIpperini si permette di stravolgere alcuni personaggi, di leggere altri secondo nuovi parametri, di colpire o salvare secondo una lettura personale delle psicologie.
Per questo, nonostante la storia sia sempre quella, questo romanzo è differente.
A lei resti il mio ringraziamento per avermi ricordato il lavoro di d’Agata che consiglio a tutti gli appassionati di leggere.