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Santa Sara degli Zingari sulle rive di Les Saintes Maries de la Mer

di Isabella Moroni

Saintes Maries de la Mer
Saintes Maries de la Mer

Di nuovo in viaggio, verso le Saintes Maries de la Mer. La festa dei gitani.
La festa di Santa Maria Salomè e Santa Sara una nera e l’altra bianca, approdate sulla riva del mare selvaggio della Camargue portando con sè il santo Graal.

E seppure la ricerca storica ha deciso diversamente, è dal 1343 che il 25 maggio i gitani vengono qui in pellegrinaggio, è dal XII° secolo che esiste la splendida chiesa romanica che s’erge come una fortezza, nelle cui fondamenta vennero trovate le reliquie delle due sante, è dal 1448 che gli zingari sono autorizzati ad avere il loro culto, a discendere nella cripta della Cattedrale, ad assistere alla Santa Messa come in un momento magico dove, sospese persecuzioni e discriminazioni, gli uomini si rendono tutti uguali davanti alla loro fede.

Il lungomare è stipato di camper e roulottes da cui s’affacciano e s’affaccendano gitani da ogni dove. Un tumulto di occhi, mani, seni di donne, corpi massicci di uomini, bocche che parlano, occhi scuri che guardano, cercano, indagano o si perdono fra l’orizzonte e la risacca di quel mare che sembra quasi entrare nella terra, fecondarla con la sua spuma, intriderla d’acqua, fino a ricongiungersi con le paludi che la circondano alle spalle dove vivono miriadi d’uccelli che al tramonto si mettono in volo.

I Rom pranzano lungo la strada, intenti in cotture collettive nelle grandi  pentole che ricordano la tradizione di calderai o in padelle giganti e poi via lungo le strade della città, piene di fiori, panchine, ristoranti che propongono immensi trofei di bouillabaisse o paella, fin sul sagrato della cattedrale dove suonano violini e crepitano nacchere e puoi trovarti invitata a danzare, da uno zingaro vestito a festa, un ritmo quasi diabolico per cui, le tue scarpe impazzite, ti portano lontano lontano come zoccoli di cavalli fatati.

E cavalli nervosi, chiari, selvatici attraversano la città lanciati al galoppo fin sulla riva del mare dove s’abbandonano a corse spossanti e sollevano schizzi d’onda che chiazzano di sale i sorrisi dei cavalieri rinchiusi nella loro corazza di cuoio.

La notte scende un silenzio sospeso. I gitani sono tutti lì nell’immensa cattedrale illuminata con luci ondeggianti che fanno apparire le alte pareti romaniche come ricoperte d’oro fuso.
S’alzano cori e preghiere, una cerimonia che sembra non avere fine mentre va sciogliendosi con i grandi ceri.

Adieu Les Saintes. La festa dei gitani, dicono tutti, non è più come una volta, lo dicevano già vent’anni fa…
La festa dei gitani è piena di turisti sbadati ed impertinenti, les Camarguises in costume che seguono la processione con i loro ombrellini ricordano le rime poetiche delle canzoni di Brel.
Si torna verso Arles le cui mura che sembrano nascere dalla terra su degli speroni di roccia basaltica.
E poi tutti quei papaveri… sterminate distese di papaveri, davvero come in un quadro di Van Gogh, immersi nel grano ancora verde.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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