
Di nuovo in viaggio, verso le Saintes Maries de la Mer. La festa dei gitani.
La festa di Santa Maria Salomè e Santa Sara una nera e l’altra bianca, approdate sulla riva del mare selvaggio della Camargue portando con sè il santo Graal.
E seppure la ricerca storica ha deciso diversamente, è dal 1343 che il 25 maggio i gitani vengono qui in pellegrinaggio, è dal XII° secolo che esiste la splendida chiesa romanica che s’erge come una fortezza, nelle cui fondamenta vennero trovate le reliquie delle due sante, è dal 1448 che gli zingari sono autorizzati ad avere il loro culto, a discendere nella cripta della Cattedrale, ad assistere alla Santa Messa come in un momento magico dove, sospese persecuzioni e discriminazioni, gli uomini si rendono tutti uguali davanti alla loro fede.
Il lungomare è stipato di camper e roulottes da cui s’affacciano e s’affaccendano gitani da ogni dove. Un tumulto di occhi, mani, seni di donne, corpi massicci di uomini, bocche che parlano, occhi scuri che guardano, cercano, indagano o si perdono fra l’orizzonte e la risacca di quel mare che sembra quasi entrare nella terra, fecondarla con la sua spuma, intriderla d’acqua, fino a ricongiungersi con le paludi che la circondano alle spalle dove vivono miriadi d’uccelli che al tramonto si mettono in volo.
I Rom pranzano lungo la strada, intenti in cotture collettive nelle grandi pentole che ricordano la tradizione di calderai o in padelle giganti e poi via lungo le strade della città, piene di fiori, panchine, ristoranti che propongono immensi trofei di bouillabaisse o paella, fin sul sagrato della cattedrale dove suonano violini e crepitano nacchere e puoi trovarti invitata a danzare, da uno zingaro vestito a festa, un ritmo quasi diabolico per cui, le tue scarpe impazzite, ti portano lontano lontano come zoccoli di cavalli fatati.
E cavalli nervosi, chiari, selvatici attraversano la città lanciati al galoppo fin sulla riva del mare dove s’abbandonano a corse spossanti e sollevano schizzi d’onda che chiazzano di sale i sorrisi dei cavalieri rinchiusi nella loro corazza di cuoio.
La notte scende un silenzio sospeso. I gitani sono tutti lì nell’immensa cattedrale illuminata con luci ondeggianti che fanno apparire le alte pareti romaniche come ricoperte d’oro fuso.
S’alzano cori e preghiere, una cerimonia che sembra non avere fine mentre va sciogliendosi con i grandi ceri.
Adieu Les Saintes. La festa dei gitani, dicono tutti, non è più come una volta, lo dicevano già vent’anni fa…
La festa dei gitani è piena di turisti sbadati ed impertinenti, les Camarguises in costume che seguono la processione con i loro ombrellini ricordano le rime poetiche delle canzoni di Brel.
Si torna verso Arles le cui mura che sembrano nascere dalla terra su degli speroni di roccia basaltica.
E poi tutti quei papaveri… sterminate distese di papaveri, davvero come in un quadro di Van Gogh, immersi nel grano ancora verde.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.
- Isabella Moroni
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