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Bianco. L’anima e l’arte di Jackson Pollock e Lee Krasner rese teatro. Intervista con Serena Borelli

di Isabella Moroni

Una visione totalizzante dell’arte come forma di vita è quello che ci racconta Bianco il volto di Jackson Pollock e Lee Krasner, lo spettacolo tratto da un testo di Marco Buzzi Maresca e fatto diventare teatro dalla regia di Gianni De Feo.
In scena lo stesso Gianni De Feo nei panni di Jackson Pollock e Serena Borelli in quelli di Lee Krasner, grande artista, moglie e motivo di ispirazione per il pittore del gesto e del colore.

Bianco è il pieno e il vuoto, il principio e forse la fine. Bianca è la tela nuda che fa da sfondo alla danza dei due personaggi. Bianchi sono i volti che disegnano la mappa dei loro fantasmi.
Di come questo testo così forte e coinvolgente sia diventato reale sul palcoscenico di Teatrosophia, ne parliamo con la protagonista Serena Borelli.

immagine per Bianco il volto di Jackson Pollock e Lee Krasner - Serena Borelli
Serena Borelli

Chi era Jackson Pollock e come viene raccontato nel testo di Marco Buzzi Maresca?

Jackson Pollock è stato un grande pittore che con molta fatica si è conquistato una fama internazionale con opere che spaziano da un lirismo se vogliamo più fluido ad altre che esplodono con forza più impetuosa. Possente nel fisico quanto lavico nella sua dirompenza, Pollock ha spianato la strada alla prima generazione di pittori americani. Ma è stato un uomo anche noto per le sue metamorfosi: un “adolescente ribelle”, in preda all’alcool, al mutismo, alla depressione, e un “bambino indifeso” per la purezza, la fragilità del suo animo e per il suo sentimento assoluto verso la natura.

È stato un artista che con i suoi quadri ha espresso il proprio mondo interiore – con i suoi movimenti e la sua forza dirompente – il proprio infinito e irrisolto dramma interiore e che ha lasciato sulle sue tele i gorghi della sua anima.

La danza intorno alla tela, quel gesto liberatorio del e con il colore, ha spesso avvicinato l’atto creativo di Pollock alle pratiche delle popolazioni dei nativi americani, quasi un atto sciamanico. Le opere di Pollock sottolineano una fisicità del gesto pittorico mosso dall’anima, un gesto come forma estenuante di indagine interiore, psichica non casuale. Un artista che ha penetrato se stesso, in perenne stato di tensione, e che ha espresso se stesso in uno stato al confine tra conscio e inconscio diventando una cosa sola con il suo atto creativo.

E questa è la direzione in cui procedono le parole di Marco Buzzi Maresca. “Jackson Pollock, figlio bastardo di me stesso, dall’eternità mi guardo, eternamente morire nelle mie tele”. Pollock non riesce a “reggere” la tensione con sè stesso, con l’arte, con le richieste del successo: risucchiato dal richiamo del dover essere, dal gigantismo in cui viene proiettato. Marco mette in luce un’artista totalmente interessato allo scavare nel proprio inconscio, per tornare a essere connessi con sé stessi e recuperare la parte più pura dell’essere umano. Con le sue parole liriche ci racconta la complessità dell’uomo artista.

E Gianni De Feo si è fatto carne in questa direzione. Ha dato corpo e voce al tormento di Pollock, al suo disagio, alla sua ribellione verso tutto ciò che è imposto, condiviso e nei confronti di un’America fintamente democratica. Gianni, che non è solo interprete di Jackson ma è il regista di BIANCO, ha mosso i suoi primi passi partendo da una radicata idea di ribellione del personaggio Jackson verso tutto ciò che è rassicurante. Per ricadere anche la ribellione dei teatranti, di questo mondo che divora, che non aspetta ma fagocita.

Incontrare questo artista così complesso ha cambiato la tua percezione della pittura e della creatività?

È stata la prima volta che mi sono avvicinata a questo artista così complesso con talea intimità. Lo conoscevo ma non avevo mai afferrato la potenza dei suoi abissi. E c’è stata una sorta di innamoramento. Mi sono avvicinata a lui con la discrezione di una persona curiosa che osserva, che cerca di entrare in contatto, dapprima con il suo volto, il suo sguardo, la sua fisicità, poi nelle sue opere la più pura espressione di sé.

Per me questo graduale approccio di avvicinamento “all’artista Pollock” ha rappresentato l’ingresso in una stretta porta…apertura di una porta: uno squarcio sulla sua vita, un affaccio nella sua anima. Il suo incontro, come credo ogni incontro con una persona così forte e allo stesso tempo così estremamente fragile ti fa vibrare l’anima. Ti fa vivere sulla pelle la necessità dell’atto creativo. Ti fa entrare in contatto con il suo silenzio, in particolare riferito a Pollock, e più in generale alla solitudine dell’arte.

La creazione diventa un atto romantico, di scoperta di sè, di quel sé così potente ma altrettanto pieno di vulnerabilità, di pieni e di vuoti.

Beh, io trovo affascinante, magnetica la pittura. La sua pittura, così potente: come se pretendesse di essere. È segno espressivo, spontaneo, identificativo, e compie una danza su uno spazio bianco. Quel gesto pittorico, è necessario, è traccia del momento creativo allo stato puro, diviene un momento poetico, intimamente intenzionale e quasi di culto ma senza essere rituale. Anche un puro gesto di protesta, come realizzare linee, macchie senza un’apparente direzione, genera un’emozione molto forte. La forza dell’artista non è più solo nell’opera, ma consiste nell’atto stesso del creare, in virtù del mutato atteggiamento dell’artista di fronte all’oggetto della sua ispirazione, cioè il mondo dei sentimenti, i moti della vita interiore.

Perché la pittura è necessaria, l’arte è necessaria in virtù di quel patto di indissolubilità della vita di un uomo e della sua arte….di una vita che, come è stata per Pollock ha danzato capolavori.

Raccontaci il tuo personaggio: Lee Krasner è stata un’artista importante con un’impronta personale, oltre ogni rapporto con Jackson Pollock. Come hai lavorato per entrare nel suo profondo?

Compagna, schiava, ancella musa… di Jackson Pollock”: sono solo le prima parole utilizzate dall’autore per far emergere dal bianco della carta il personaggio Lee Krasner.

Anche qui, servirebbero tante parole per raccontare la Lee artista, una delle più importanti esponenti dell’Espressionismo astratto e autrice di un’opera che ha influenzato l’evoluzione dell’arte contemporanea, e la donna Lee: una grande donna in un’epoca in cui essere artista donna non era facile in una lotta discriminata alla sua identità, sia come donna che come moglie di Pollock.

La pittrice Lee Krasner si fonde con la forza della sua personalità: ribelle, scandalistica, provocatrice, coraggiosa … “Sono stata educata per essere indipendente. Non ho fatto richieste economiche ai miei genitori quindi a loro volta mi hanno lasciato stare… non avevo pressioni da parte loro, ero libera di studiare arte. Era la cosa migliore che potesse succedere”. Queste sono parole di Lee che nel corso della sua vita attraversò periodi di lotta in cui avrebbe sperimentato nuovi stili che avrebbero soddisfatto i suoi mezzi di espressione e criticato, rivisto o distrutto duramente il lavoro che aveva prodotto. A causa di questa autocritica, ci sono periodi di tempo in cui esiste poco o niente del suo lavoro, in particolare la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50.

Nel diventare moglie di Jackson Pollock mise in ombra la sua arte per dedicarsi alla carriera del marito. Lee accettò il lato oscuro di Pollock, conquistata da quello più gentile, innocente e giocoso. Pollock aveva un carattere difficile.

Ma Krasner e Pollock ebbero un immenso effetto sugli stili artistici e sulle carriere dell’una con l’altro: ognuno adottò approcci diversi al proprio lavoro. La vasta conoscenza di Krasner dell’arte moderna aiutò Pollock poiché lo mise al corrente di ciò che l’arte contemporanea avrebbe dovuto essere. Inoltre, Krasner fu responsabile dell’introduzione di Pollock al mondo pubblico dell’arte: collezionisti, gallersiti, critici.

Di contro Pollock aiutò Krasner a diventare meno trattenuta quando realizzava il suo lavoro. La ispirò a smettere di dipingere modelli umani e nature morte per liberare le sue emozioni interiori e diventare più spontanea e gestuale attraverso il suo lavoro. Ma non di questo ci parla Bianco.

O perlomeno non a me, non nelle parole di Marco. Per me Bianco è stato dare vita a tante opportunità insieme.

Quella di interprete, nel dare corpo, voce ed emozione a un personaggio così enigmatico, a una donna che di fronte alla potenza dell’arte di Pollocksi si tace, decide di sostenere, fare luce, aspettare. E quella di attrice… nel lavorare finalmente con Gianni, attore che amo per il suo modo di essere attore, la sua generosità, e per il suo modo di essere regista, per la sua visione così chiara del proprio progetto artistico: “Un concerto d’anime” come lui ama definirlo.

Ma tornando al personaggio Lee e a come ho lavorato per entrare nel suo profondo: ho cercato di ascoltarla e di essere un mezzo per parlare alle donne per le donne.
Schietta, indipendente e forte. Sono questi gli aspetti della donna Lee da cui sono partita. Cercando di far passare attraverso la mia pelle le sue parole, i suoi quadri, e la sua vita trascorsa difendendo se stessa, la sua pratica e il lavoro di suo marito contro un mondo dell’arte spesso crudele.

Una donna, che nell’idea che mi sono fatta di lei, ha vissuto i propri cambiamenti emotivi, psicologici, artistici, senza filtri, con estrema autenticità e dolore, ma coerente a se stessa, fino in fondo. Fino a trascinarsi nell’abisso con il suo compagno di vita, fino a toccare quel fondo che l’ha poi fatta rinascere. È di questo che Bianco mi ha parlato: di una lotta necessaria interiore per sentire, a fondo, la propria identità e il proprio bisogno di risoluzione.

Bianco è un titolo forte e quasi definitivo. Qual è il ruolo di questo non colore, nel racconto di una coppia di artisti che nella loro espressività prediligeva i colori?

Bianco è il punto di partenza. Bianco è il primo tra tutti i colori e anche il colore dell’anima. Rappresenta la libertà ma anche la distesa accecante di solitudine. È il sudario ma anche la tela. Bianco è la catarsi ma bianco è anche oltre….
Bianca sa essere la luce accecante.

Il bianco non è un colore, dal punto di vista scientifico, fisico e ottico non lo è. Piuttosto è quella materia che ha la capacità di riflettere quasi per intero la luce così da non avere colore, ha tutti i colori in sè e non ha tinta, è da questo che siamo partiti.

Il bianco è stato anche per noi una possibilità di esprimersi… ma anche un’assenza, un limite.
E come per il nero, altro e unico elemento materico presente sulla scena, anche questo colore può essere interpretato come assenza di colore e al tempo stesso l’insieme di tutti gli altri. Nero e bianco hanno molto in comune in questo senso, più che essere l’uno l’opposto dell’altro.

Le sensazioni del bianco rimandano alla purezza, incoraggiano l’ordine, la chiarezza mentale dei colori l’annotazione severa di un’assenza o di un limite

Sono ancora possibili, oggi, rapporti così simbiotici, distruttivi eppure così fortemente generativi?

Il sodalizio tra Lee e Jackson giocò un ruolo importantissimo nel percorso artistico e umano di Pollock, ma è estremamente vero il contrario. Se quelli passati insieme furono anni di grande creatività di Pollock (moglie, consigliera e guida fu lei ad appoggiarlo nella sua ricerca artistica e fu lei ad aiutarlo ad uscire, almeno per un periodo, dall’abisso dell’alcolismo e della depressione), Lee, senza il lavoro di Jackson, senza il senso di uno sforzo condiviso, il piacere non era quello che avrebbe dovuto essere.

Sebbene molti credano che Lee abbia smesso di lavorare negli anni ’40 per nutrire la vita familiare e la carriera di Pollock, in realtà non ha mai smesso di creare arte o quanto meno nutrire il suo bisogno di fare arte.

Spostò la sua attenzione dalla sua creazione a quella di Pollock per aiutarlo a ottenere più riconoscimento, poiché credeva che lui avesse… “molto di più da dare con la sua arte di quanto lei avesse con la sua. Jackson mi ha sempre trattata come un’artista… ha sempre riconosciuto, era consapevole di quello che stavo facendo… ero una pittrice prima di conoscerlo, e lui lo sapeva, e quando eravamo insieme, non avrei potuto restare con lui per un giorno se non mi trattasse da pittrice”.

Lee si fece incantare da Pollock… Lee adorava la bellezza di Pollock, la sua vitalità, la sua presenza fisica. “La sua bottiglia, la sua droga” come Marco Buzzi Maresca ci racconta…

Pollock beveva molto era arrogante, e poteva diventare molto sgradevole addirittura infernale. Ma Lee vedeva in lui dei lati angelici. Era come un animale in trappola. Sensibile, timido, insicuro…caratteristiche che lui mascherava con spavalderia. La sua inquietudine era aggravata dalla depressione e dalla pressione dell’arte e dal suo bisogno interiore di esibirsi e mettersi in mostra. Ma Lee diceva che il lavoro di Pollock è proprio così… è una specie di spazio senza cornice.

Il talento di Pollock è vulcanico. Ha fuoco, è imprevedibile, indisciplinato. È lavoro, esplosivo, caotico. E che lui aveva bisogno di autocontrollo. Lee si innamorò di Pollock attraverso la sua arte.

E non c’è un tempo per questi amori così totalizzanti. “Tutto è possibile: Ieri oggi domani. Perché no alla simbiosi a questi rapporti eterni, necessari” Così Gianni parla del nostro amore in un caffè dopo le prove al TeatroSophia. Non c’è un tempo per una qualità dell’Amore c’è il tempo dell’Amore nelle sue forme mutevoli, cangianti. Ma assolute.

immagine per Bianco, il volto di Jackson Pollock e Lee Krasner
Bianco, il volto di Jackson Pollock e Lee Krasner. Foto di Manuela Giusto

Cosa ti ha lasciato questa interpretazione e cosa volete lasciare allo spettatore con questo spettacolo?

Guardandola, leggendo di lei, vedendo le sue opere, mi sono fatta di Lee un’idea di donna forte e ironica: un altro fattore chiave nel riconoscimento un po’ tardivo del suo lavoro è stata l’ascesa del femminismo su cui lei stessa ha scherzato: «È un peccato che la liberazione delle donne non sia avvenuta trent’anni prima nella mia vita. Sarebbe stato di enorme aiuto in quel momento».

Una donna che ha avuto pazienza, ha saputo aspettare per crescere dentro, per riempire il suo dire di senso, in attesa che altre cose avrebbero fatto il loro turno per tornare a essere, e di conseguenza tornare a dipingere. Lee ha nutruto la sua rinascita.

Le osservazioni fatte sul suo lavoro spesso commentavano come fosse diventata un’artista di successo solo uscendo dall’ombra di Pollock: la morte di Pollock è un’altra pietra miliare per la Krasner che si getta anima e corpo nella pittura, il suo personale antidoto al dolore.

Sono tante le cose che Lee mi ha lasciato…la sua forza, la potenza del suo sguardo, le sue mani interrogative ma più di tutto l’amore…. “Darei qualsiasi cosa per avere qualcuno che mi dia quello che io ho potuto dare a Pollock”, scriverà più tardi, molti anni dopo la sua morte. Lee che ha amato Pollock “per l’arte dell’amore, per l’amore come arte oltre l’arte” (Marco Buzzi Maresca) per amore di sé stessa rompe la gabbia di vetro per salvarsi.

Pollock, come Orfeo, fa il suo viaggio negli inferi, e Lee, come Euridice, si volta e guardandolo negli occhi per sempre gli dirà addio.

E se parlar d’amore non è mai semplice….parlare d’amore tra due artisti è ancor più complesso. L’amore è forse il sentimento più discusso, raccontato e frainteso nella storia dell’umanità. Ci mette di fronte alla parte più profonda e vulnerabile di noi stessi. È un rischio. Significa consegnare una parte di noi a un’altra persona, sapendo che potremmo perderci nell’altro fino a smarrire noi stessi.

È una scoperta continua, una danza tra chi sceglie di camminare insieme, pur sapendo che ogni passo è incerto. E Lee parla anche alle donne, per dire loro che alle volte non è necessario sopportare, alle volte è necessario lasciar andare. Perché ci sono cose che ti avvelenano…ma ci si sono cose che ti salvano.

Di qui la sua rinascita. Una parola che è stato un po’ il filo conduttore della sua esistenza. Nel lungo periodo di dolore che seguì la morte di Pollock, la produzione artistica di Krasner non tramontò mai e i dipinti realizzati in questo periodo furono descritti come una straordinaria affermazione di vita. “La pittura non è separata dalla vita. È uno. È come chiedere: voglio vivere? La mia risposta è sì, e dipingo”.

Lee è stata una donna che ha cambiato l’arte e la società americana, stracciando il codice sociale prevalente e sostituendolo con una dottrina di liberazione, perseguendo una carriera artistica nonostante le rovine della Depressione americana e della Seconda Guerra Mondiale e lavorando costantemente contro la misoginia della scena artistica di New York.

Lee Krasner ha dovuto affrontare molte sfide, pur continuando a creare opere nonostante tutti gli ostacoli. È stata una delle artiste più tenaci del ventesimo secolo e ci ricorda il ruolo fondamentale che lei, come altre donne d’avanguardia, hanno svolto nel plasmare il nostro panorama attuale e sono felice di darle voce.

E a chi parteciperà con noi a questo concerto d’anime vorrei solo ricordare quanto siamo umani, quanto siamo fragili e forti allo stesso tempo, e quanto abbiamo bisogno degli altri.

Ringrazio tutti i miei compagni…

Bianco il volto di Jackson Pollock e Lee Krasner

  • di Marco Buzzi Maresca
  • regia: Gianni De Feo
  • coreografie e aiuto regia: Maria Concetta Borgese
  • musiche originali: Theo Allegretti
  • drammaturgia musicale: Gianni De Feo e Roberto Rinaldi
  • scene e costumi: Roberto Rinaldi
  • disegno luci: Gloria Mancuso
  • assistente alla regia: Letizia Nicolais
  • video maker: Fabio Patrizi
  • sartoria: Giulia Balbi
  • foto e grafica: Manuela Giusto
  • tecnici: Sabrina Fasanella e Gennaro Russo
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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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