La rosa non ci ama. L’incredibile storia di Gesualdo da Venosa e Maria D’Avalos

A volte il Teatro va oltre la magia, si libera degli artifici e delle tecniche e diventa la quintessenza della narrazione, ovvero la creazione del piacere dell’ascolto e della scoperta.

La rosa non ci ama è il racconto della cruenta storia che, alla fine del XVI secolo ebbe come protagonisti il Principe Carlo Gesualdo da Venosa, eccellente compositore e innovatore del linguaggio musicale e sua moglie, la bellissima e appassionata Maria D’Avalos.

Una storia di tradimenti e potere, di orgoglio e vendetta che vide l’assassinio di Maria e del suo amante, il Duca d’Andria, Fabrizio Carafa. Un delitto terribile e violentissimo che avvenne nel Palazzo nella notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1590 e di cui la storia riporta minuziosamente persino la descrizione delle ferite, fatte dai medici legali.

Da questa leggenda, Roberto Russo, intigante e acutissimo autore del testo, fa iniziare la storia della Rosa, il fiore che simboleggia l’amore, che affascina col suo profumo e il suo colore,  ma che può uccidere con la punta delle sue spine.

Piazza S. Domenico Maggiore, questa notte ed ogni altra notte.
Chi sono quei due straccioni che vestono abiti per metà storici e per metà spazzatura che s’incontrano e si parlano, tesi e appuntiti, di fronte alla Basilica angioina?

La donna usa la lingua napoletana come una spada; lui para i fendenti nel suo spagnolo avvolgente che lo fa sentire più forte e più scaltro. Sembrano conoscersi e provare l’un l’altra un rancore misto ad un antico sentimento.

Chi sono ce lo diranno loro stessi, facendoci tornare indietro di quasi cinquecento anni a quella maledetta notte d’ottobre quando, nella camera della principessa, si diedero appuntamento manipolazioni, orgoglio, vendetta, inganno, rabbia, sangue, sicari, gesuiti, infidi prevetielli, fino al pugnale del Principe Gesualdo che diede il colpo di grazia e rimase conficcato nel sesso della donna, memento dell’inguaribile offesa.

Eppure, se non fosse stato aizzato dalla sua famiglia, se la sua mano non fosse stata armata dalle convenzioni sociali, Gesualdo avrebbe forse preferito continuare a nutrirsi di musica e, chissà, avrebbe lasciato a Maria la gioia di un amore.

D’altronde egli aveva avvertito il Duca d’Andria di non incontrarsi più con sua moglie: se avesse smesso di frequentarla – parola di Principe – non avrebbe subito alcun male.
La signora D’Avalos, invece, voleva Fabrizio per sé: per amore, o forse solo per protervia, lo sfidò a raggiungerla comunque.
Fu in questo modo che entrambi si consegnarono alla morte.

Cloris Brosca e Gianni De Feo interpretano, con grande intensità e straordinaria maestria, Maria D’Avalos e Gesualdo da Venosa e, al contempo, si sdoppiano e si moltiplicano in altri personaggi che tessono, ognuno a suo modo, la trama della caduta: le serve, il prete, l’inquisitore.

La presenza, l’attenzione, la modulazione della voce, la passione di Brosca rendono lo spettacolo quasi unico nel panorama attuale delle messe in scena teatrali come, del resto, le variazioni di intensità, di azione, l’atto inaspettato ed il distacco di De Feo, che ne firma anche la regia.

La vivacità del testo s’accompagna a quella della regia che riempie la scena con cambi improvvisi, trasformazioni d’abito, veli, piedi inquieti, legàmi, scioglimenti ed una danza di leggii.

Il godimento puro, per lo spettatore, è però anche nella mescolanza delle lingue: dallo spagnolo rinascimentale al napoletano antico denso, quest’ultimo, di sapore e di ricordo; capace di evocare la nostra storia collettiva, la fucina di tutte le nostre nascite e quella della Storia.

Su tutto domina l’arrendersi dei protagonisti alla mistica del colore innescata da quel vecchio giocattolo fra le mani della stracciona di Piazza S. Domenico: un Cubo di Rubik impossibile da ricomporre che contiene tutte le gradazioni della loro anima.

Un fato giallo come il limone, verde come l’invidia, blu, viola, o rosso come l’amore che è ancora più rosso del sangue: un destino che spiega e giustifica ogni assenza, ogni ambizione, ogni espiazione.

Ma che lascia incorrotte la passione, l’entusiasmo e la necessità di non smettere mai di ascoltare i sentimenti.

“La rosa non ci ama”
Carlo Gesualdo vs Maria D’Avalos

  • di Roberto Russo
  • regia Gianni De Feo
  • con Cloris Brosca e Gianni De Feo
  • Scene ecostumi Roberto Rinaldi Musiche Fabio Lombardi
  • violino solista Juan Carlos Albelo Zamora
  • consulenza storico-musicale Adriana Caggiano
  • disegno luci Matteo Fasanella
Isabella Moroni

Isabella Moroni

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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