All’uscita – Mistero profano è un breve atto unico scritto da Luigi Pirandello nel 1916 che, fin dalle prime battute, incarna il pensiero dell’autore e il suo perenne interrogarsi su vita, società e autenticità.
E qui lo fa dialogando con la morte, meditando sulla morte grazie agli spiriti che, in un cimitero, hanno appena lasciato il loro corpo e ora vagano, stupefatti, fra gli alberi del giardino.
Nel biancore freddo della scena, a tratti illuminato da sprazzi di luce calda, incontriamo l’Uomo Grasso e il Filosofo interpretati con maestria da Dario Garofalo e Raffaele Gangale che ragionano sui sentimenti umani, scoprendoli presenti e reali anche oltre la morte.
L’Uomo Grasso, tradito, non aspetta altro che sua moglie lo raggiunga. Sa già che lei sarà vittima del suo amante, perché conosce i meccanismi dell’anima e sa che l’equilibrio della serenità non è dato ai mortali. Eppure lo meraviglia il fatto che non sia dato nemmeno alle apparenze (così Pirandello nomina questi fantasmi).
Il Filosofo, invece, sembra essere davvero passato oltre, sembra – nel suo discorso – aver finalmente invertito i significati di aldilà e aldiqua e, sentendosi molto presente in questa essenza ultraterrena, si pone in attesa del definitivo oblio spiegando che la morte non cancella l’illusione .
L’arrivo della Donna Uccisa (Luna Marongiu) sovvertirà la quiete e i colori. Lei si sente ancora viva, si stupisce, ride, racconta di come è stata uccisa e sa che presto anche il suo amante si ricongiungerà a tutti loro.
Nella rarefazione della scena l’arrivo della Donna ha la stessa potenza di un taglio su una tela di Lucio Fontana; riconduce ciascuno alla propria identità, ai desideri e al gioco fra finzione e realtà.
La regia di Cinzia Maccagnano, come sempre essenziale e, con grande gusto di chi guarda, libera anche dai margini del testo (che pure in questa pièce è rispettato) mette in risalto due aspetti che Pirandello in parte cela fra le righe della sua costruzione drammaturgica: da un lato il palcoscenico diventa lo spazio medianico che permette il passaggio, ma anche lo stazionamento dei morti; dall’altro lo sguardo rituale sulle teorie teosofiche (che hanno permeato gli anni in cui questo testo è stato scritto), porta alla ribalta l’idea che, a tenere le anime dei defunti ancorate alla vita, non siano altro che il desiderio, il sentimento o la ricerca di una risposta.
Scandita, ironica, sorpresa, evocativa è la recitazione dei due interpreti principali che vestono i loro personaggi con un agio rigido, contrapposta a quella scarmigliata, veritiera e coinvolgente dell’attrice entrambi creatori di una fiaba quasi gotica dove ogni battuta separa un po’ di più la realtà dalla finzione.
A sottolineare questo divario l’apparizione, in chiusura, dei burattini che impersonificano il Contadino, la Contadina e la Bambina, personaggi immaginati da Pirandello.
La Bambina, però, sa vedere i fantasmi, così la porta fra i mondi continua a rimanere aperta e il Filosofo sa che non potrà mai passare oltre.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.
- Isabella Moroni
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