Professor Bones. Blues from Underground. Non c’è musica più potente del Blues

Professor Bones Concert for piano e dead voice.
Quando giunge l’invito a questo spettacolo da parte dell’art director, l’artista e scenografo Cristiano Cascelli, la cosa che mi colpisce è la location: il Teatro di Documenti, meravigliosa creatura di Luciano Damiani, fucina dell’immaginario divisa in due “grotte”, una superiore ed una inferiore collegate fra loro da un gioco di specchi.
Immagino che non esista luogo migliore per ascoltare il Blues from Underground del pianista più sotterraneo tuttora in vita (o forse dovrei dire in morte?).

E Professor Bones non smentisce il gioco di machineries teatrali che il Teatro permette. Appare, avvolto in una luce aranciata, confuso dal fumo che rende la sala inquietante salendo dal sotterraneo attraverso una grande botola. Indossa una redingote, un panciotto e un cappello a cilindro. Il volto è un teschio che sembra ridere del mondo; le mani ossa sottili, ma non fragili.
Cammina con passo lento e quasi confuso nel trovarsi al cospetto di questo mondo.
S’avvicina al piano, si siede. Ed eccoci trasportati altrove.

Chi sia Professor Bones non è dato saperlo. L’artista, un compositore e pianista che vuole restare anonimo, ha scelto il personaggio di uno scheletro per nascondere la sua vera identità, trasformandosi in una creatura che, per sopravvivere, doveva prima morire e poi risorgere dalla tomba. 

Quando sono morto, ho trovato il senso della vita” è il suo biglietto da visita. Di sé dice di avere imparato a suonare il piano  3 anni senza riuscirsi a spiegare perché questa passione fosse nata così presto. “L‘unica ragione  – dice in un’intervista –  è il Blues un linguaggio con cui posso esprimere il mio meglio, e allo stesso tempola cura per tutti i miei mali,il motore che guida la mia creatività. È talmente terapeutico da poter anche dare un senso alla morte…” 

E il Blues ci guida in questo viaggio sotterraneo, che man mano, nonostante tutti i tentativi di confermare la certezza di essere al cospetto di morti, prende luce e vita.
E con la parola Blues, Professor Bones intende tutte le forme di questa musica afroamericana: RagtimeBoogie-Woogie ed altre ancora più arcaiche e primitive. Il Blues che nasce e si sviluppa nella schiavitù non è soltanto una metafora, è anche un auspicio, soprattutto in tempi in cui si è tutti schiavi di qualcuno o di qualcosa: ritrovare il Blues dentro la nostra anima, dentro i desideri, dentro il riconoscersi e l’essere uniti. Ritrovarsi la vita, dunque.
E il futuro.

Il pianoforte di Bones promette e inventa storie antiche: si alternano rapidi temi scanditi dal ritmo sincopato a discese profondissime nei dolori dell’umanità. La sua voce distorta e sgranata, quasi incomprensibile, non si limita a caratterizzare il personaggio, ma arricchisce di sfaccettature uniche alle composizioni dai titoli d’oltretomba (Caronte’s Lullaby, When I was living, Taranta Rag, etc.).

Nel corso del concerto appaiono due figure ad alta tensione drammaturgica: la Fanciulla Velata, vestita di bianco che con il suo violino accompagna le umanità perdute raccontate da Professor Bones e Gloria The Living Doll una straordinaria voce “nera” che propone, fra l’altro Gimme a pig foot, cavallo di battaglia di Bessie Smith.
Sono Suvi Valjus, violinista finlandese, componente del Quartetto Euphoria e Gloria Turrini, cantante blues, apprezzatissima per la sua vocalità dalle molteplici tonalità.

Nonostante l’Italia non sia mai stato un paese amante della musica afroamericana, il Blues ha saputo radicarsi soprattutto negli ultimi trent’anni e la presenza al Teatro di Documenti di un pubblico appassionato, pronto ad incitare Bones e i suoi musicisti, come fossero in un bordello di fine 800, a veder nascere il Ragtime o in un juke joint del delta del Mississippi ad ascoltare i pionieri del Blues, lo conferma.

E alla fine, quando la grande macchina si riapre accogliendo Professor Bones per riportarlo nelle viscere della terra, non si può che essere d’accordo con la sua affermazione. “Non credo che ci sia musica più potente del Blues“.
E questa sensazione ci accompagna a lungo, come il capo di un filo musicale che ci porterà lontano.

Isabella Moroni

Isabella Moroni

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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