Con una scrittura che sembra arrivare da altrove, ispirata dagli dei, libera, fluida, incantata, inarrestabile, Francesco Randazzo ci racconta Il vero amore è una quiete accesa (Graphofeel Edizioni), un romanzo che prende il titolo da un verso di Ungaretti; forse un romanzo d’amore, oppure no, anche se di uno e più amori racconta.
Una scrittura punteggiata da ritorni corali, come in una tragedia greca, supportata dalla presenza determinante di creature mitologiche, divinità minori come le Arpie che hanno ali come tempesta o come la loro sorella Iride che, invece, ha ali d’oro, ma porta messaggi funesti.
E sono proprio loro, Iride, Celeno l’oscura, Aello e Ocipete a scandire tempo e destino per due bambini nati in anni e luoghi diversi, subito segnati dalle avversità, che si ritroveranno, ormai adulti e legati, nella Roma delle contraddizioni; nella città eterna, proprio perché capace di inglobare e nutrirsi di vite e strade, fiume e alberi, vento e respiri.
La bambina Leyla, che fu tratta dalle tenebre della cecità dall’esperimento del bioingegnere Tommaso, ora vive in strada dove lo incontra casualmente: lei non lo conosce, lui non la riconosce, ma fra i due si fa carne un amore che è attrazione, morsi, scelte estreme, nomi cambiati, rimozioni, vite al limite e disinteresse per tutto il resto.
Due esseri: uno lo specchio dell’altro, uno la prosecuzione e al contempo l’inizio dell’altro. Reciprocamente, ineluttabilmente.
Quel continuo chiamare per nome i propri incubi guardandoli e rivivendoli nell’altro; quel raccontare che alterna due storie così diverse, ma così legate da riuscirsi a scambiare di posto e di destino come fosse la cosa più naturale del mondo.
E poi gli incontri, fortuiti o meno e a volte solo i ricordi, che permettono di intraprendere lunghe camminate fra riflessioni filosofiche e scoperte esistenziali come in un ripasso celere della vita, delle sue molte interpretazioni, delle sue sfaccettature o, forse, delle sue verità.
La vista diventa metafora della consapevolezza della vita, del suo divenire, della sua brutalità e ineluttabilità, mentre la percezione del sogno penetra tutto il libro, come se ogni lettore ne stesse sognando un pezzo o, come se in uno di quei sogni, si riconoscesse.
La sensazione, già dalle prime righe, è che Randazzo voglia raccontarci qualche nostro personalissimo e inconfessabile segreto, qualcosa che ci appartiene, ma che non avremmo mai pensato potesse accomunarci al resto dell’umanità.
Un segreto che non sappiamo spiegare, ma vagamente sentiamo che non può e non deve essere spiegato, per poi scoprire che non ne siamo noi i soli portatori, ma anzi, che è tratto comune di sofferenza e stupore.
Improvvisamente si torna al proprio passato. Ed è forse questa la sostanza del segreto.
Il riconoscere, per chi può, per chi è vecchio abbastanza da ritrovare nomi, personaggi e marchi come propri; da potersi accomunare, rispecchiare, da poter dire di aver fatto le stesse cose, di aver avuto incubi simili, di aver vissuto le stesse emozioni, mangiato e letto nello stesso modo, nelle stesse mode.
Ci si ritrova e ci di rincontra con se stessi, come ad un raduno di compagni di classe dal quale si vorrebbe fuggire proprio perché ci fa rispecchiare nel passare del tempo, nei tic, nelle esasperazioni, pur mantenendoci legati con sfilacciate corde.
E ci si domanda anche cosa stanno leggendo, in queste pagine, quelle generazioni che in quei lampi non possono riconoscersi.
Saremo riusciti a raccontare un’epoca attraverso le immagini oniriche? Saremo riusciti a ricostruire il passato, con le parole che non abbiamo mai detto e i fiori che non abbiamo mai colto?
Alla fine resta il tempo, un’orazione a più voci sul tempo che passa [scorre], sul tempo che è stato, su quello che rimane, sul tempo ingannatore, sul tempo che insegna, stigmatizza, redarguisce. O dà nuove possibilità.
Sul tempo che ci governa e co manovra anche quando scopriamo la sua convenzione, anche quando sappiamo, come un’illuminazione che è stato inventato, che lo abbiamo inventato.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.










Una risposta
La tua presentazione mi ha fatto scoprire un autore che non conoscevo. Ritmi e cadenze affascinanti, temi che mi sono giá cari, non ultima la curiosità che hai saputo suscitare per il dispiegarsi del racconto. Scorrendo le parole di quest’affascinante recensione, ho desiderato leggere il libro.
Lo ordino subito.