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Senza fine. Quando i poeti cantano. La tessitura risplendente di Gianni De Feo

di Isabella Moroni

Gianni De Feo è sempre uno stupore. Conosciamo bene la sua poliedricità, la sua passione, la capacità di rendere nuovo ogni argomento, la sua voce, la sua intensità, o il suo senso per lo spazio scenico.
Eppure, anche questa volta, offrendo al pubblico di Teatrosophia lo spettacolo di canzoni: Senza fine. Quando i poeti cantano  – un viaggio in una manciata di decenni di musica d’autore – riesce a inventare un nuovo modo di parlare del passato.

La scena quasi spoglia, i costumi stratificati e immaginifici, rispecchiano le parole dei poeti.
Le proiezioni, dentro le quali le immagini si distorcono e si trasformano, diventano il fondale;  annunciano l’attimo iniziale, quello in cui siamo, per poi ribaltarne tempo e spazio e, con loro, il nostro sentire.

Foto Grazia Menna

In questo mondo sospeso, De Feo ci porta a visitare la Berlino del 1933, quella di Weimar, del kabarett di Mischa Spolianski, quella di Marlene Dietrich, di quell’epoca che si è stratificata nell’immaginario di generazioni e che ancora oggi lascia tracce. Anche a chi ascolta ignaro.

E man mano che lo spettacolo si addentra fra le canzoni degli chansonnier e dei poeti, si scopre che non stiamo ascoltando ricordi di altri tempi destinati al popolo dei nostalgici, ma che quei versi, hanno ancora oggi la capacità di risvegliare sentimenti e immaginario e la potenzialità di essere trovati anche dal popolo nuovo, quello che ha inventato il linguaggio senza radici.

Le canzoni si alternano ai versi e alle immagini: ascoltiamo, fra e altre, La leggenda del soldato morto di Bertolt Brecht, la Canzone del Re Salomone di Brecht e Kurt Weill, Un blasfemo e La canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè e, ancora, Il poeta di Bruno Lauzi, sempre così doloroso e, forse proprio per questo, così quotidiano, o Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco.

Ci si può abbandonare e sentirsi accolti e, se non le abbiamo mai ascoltate prima oppure se le abbiamo dimenticate, bastano poche note a farci entrare, forse da qualche porta nascosta dell’anima, in questi sentimenti.
Come quelle di Je suis malade di Serge Lama, di Youkali tango di Kurt Weill, o di quelle ancora più risplendenti di Valsinha di Vinicius de Moraes, così come la cantava Mia Martini.

Foto Grazia Menna

Per molti di noi le canzoni di Kurt Weill, come quelle di Dalida o di Mia Martini hanno rappresentato un personalissimo atlante dei sentimenti e si è molto felici di ritrovarle, nonostante abbiano un sapore e un potere diverso: non è più specchio individuale dell’anima, ma bellezza pura, quella bellezza che oggi  resta la sola certezza dell’umanità.

In questo dipanarsi di canzoni d’autore e canzoni di guerra, con arrangiamenti originali, all’improvviso entra con la forza della tempesta, la danza rossa di Maria Concetta Borgese. Guerra e amore e solchi sull’anima. Maschera che respira, unghie che battono, intrecci di altri mondi che coinvolgono con la stessa sfrontatezza Rosa Balistrieri e Mackie Messer, sotto lo sguardo imperturbabile de L’angelo azzurro.

E tutto questo non è un’illusione, ma una tessitura risplendente che culla e protegge. Perché quando senti intonare la canzone Ich bin von Kopf bis Fuss di Marlene Dietrich, sai già che nessuno potrà più farti del male.

 

Poesia e canzone vivono all’unisono, oscillando tra realtà brucianti e sogni, tra consapevolezza e illusione.

 

SENZA FINE. QUANDO I POETI CANTANO
da Kurt Weill a Mia Martini

di e con Gianni De Feo
Testi poetici di Roberto Rinaldi
Arrangiamenti musicali di Adriano D’Amico
Con la partecipazione di Maria Concetta Borgese
Una Produzione: Florian Metateatro

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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