Gianni De Feo è sempre uno stupore. Conosciamo bene la sua poliedricità, la sua passione, la capacità di rendere nuovo ogni argomento, la sua voce, la sua intensità, o il suo senso per lo spazio scenico.
Eppure, anche questa volta, offrendo al pubblico di Teatrosophia lo spettacolo di canzoni: Senza fine. Quando i poeti cantano – un viaggio in una manciata di decenni di musica d’autore – riesce a inventare un nuovo modo di parlare del passato.
La scena quasi spoglia, i costumi stratificati e immaginifici, rispecchiano le parole dei poeti.
Le proiezioni, dentro le quali le immagini si distorcono e si trasformano, diventano il fondale; annunciano l’attimo iniziale, quello in cui siamo, per poi ribaltarne tempo e spazio e, con loro, il nostro sentire.

In questo mondo sospeso, De Feo ci porta a visitare la Berlino del 1933, quella di Weimar, del kabarett di Mischa Spolianski, quella di Marlene Dietrich, di quell’epoca che si è stratificata nell’immaginario di generazioni e che ancora oggi lascia tracce. Anche a chi ascolta ignaro.
E man mano che lo spettacolo si addentra fra le canzoni degli chansonnier e dei poeti, si scopre che non stiamo ascoltando ricordi di altri tempi destinati al popolo dei nostalgici, ma che quei versi, hanno ancora oggi la capacità di risvegliare sentimenti e immaginario e la potenzialità di essere trovati anche dal popolo nuovo, quello che ha inventato il linguaggio senza radici.
Le canzoni si alternano ai versi e alle immagini: ascoltiamo, fra e altre, La leggenda del soldato morto di Bertolt Brecht, la Canzone del Re Salomone di Brecht e Kurt Weill, Un blasfemo e La canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè e, ancora, Il poeta di Bruno Lauzi, sempre così doloroso e, forse proprio per questo, così quotidiano, o Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco.
Ci si può abbandonare e sentirsi accolti e, se non le abbiamo mai ascoltate prima oppure se le abbiamo dimenticate, bastano poche note a farci entrare, forse da qualche porta nascosta dell’anima, in questi sentimenti.
Come quelle di Je suis malade di Serge Lama, di Youkali tango di Kurt Weill, o di quelle ancora più risplendenti di Valsinha di Vinicius de Moraes, così come la cantava Mia Martini.

Per molti di noi le canzoni di Kurt Weill, come quelle di Dalida o di Mia Martini hanno rappresentato un personalissimo atlante dei sentimenti e si è molto felici di ritrovarle, nonostante abbiano un sapore e un potere diverso: non è più specchio individuale dell’anima, ma bellezza pura, quella bellezza che oggi resta la sola certezza dell’umanità.
In questo dipanarsi di canzoni d’autore e canzoni di guerra, con arrangiamenti originali, all’improvviso entra con la forza della tempesta, la danza rossa di Maria Concetta Borgese. Guerra e amore e solchi sull’anima. Maschera che respira, unghie che battono, intrecci di altri mondi che coinvolgono con la stessa sfrontatezza Rosa Balistrieri e Mackie Messer, sotto lo sguardo imperturbabile de L’angelo azzurro.
E tutto questo non è un’illusione, ma una tessitura risplendente che culla e protegge. Perché quando senti intonare la canzone Ich bin von Kopf bis Fuss di Marlene Dietrich, sai già che nessuno potrà più farti del male.
Poesia e canzone vivono all’unisono, oscillando tra realtà brucianti e sogni, tra consapevolezza e illusione.
SENZA FINE. QUANDO I POETI CANTANO
da Kurt Weill a Mia Martini
di e con Gianni De Feo
Testi poetici di Roberto Rinaldi
Arrangiamenti musicali di Adriano D’Amico
Con la partecipazione di Maria Concetta Borgese
Una Produzione: Florian Metateatro
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.
- Isabella Moroni
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