Nella terra dei Falisci il MAVNA, museo virtuale racconta la storia dell’antica città di Narce

Il percorso fra i Musei Archeologici del Lazio ci porta questa volta al MAVNA di Mazzano Romano dove, fra il corso del fiume Treja e i Monti Cimini, s’apriva l’Ager Faliscus, la terra dei Falisci che il mito vuole discendenti del mitico Halesus, figlio di Nettuno. E che, seppure di lingua affine al latino, furono contaminati dai vicini etruschi soprattutto nella cultura e nell’artigianato.

 

La Valle del Treja e la città di Mazzano Romano sono oggi conosciuti soprattutto per il paesaggio fatto di boschi ed acque, di tufo e cascate e di splendidi esemplari di uccelli, così come per il passaggio della Via Francigena, ma anche per le numerose necropoli e aree archeologiche che raccontano di civiltà e culti arcaici che ancora sopravvivono nei manufatti e nei reperti archeologici.

Narce, l’antica città falisca collocata tra Mazzano e Calcata, fu abitata già nel secondo millennio a.C. e, grazie alla sua posizione, fu crocevia di scambi e testimonianza di culture e di una religione fortemente femminile, legata alle acque e ai culti della fecondità, e alle antiche dee come Demetra, Minerva e Fortuna.

I materiali dei primi scavi di Narce, a fine Ottocento, si dispersero in tutto il mondo. La maggior parte di essi è conservata al il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, al Museo Archeologico Nazionale dell’Agro Falisco a Civita Castellana, ma molti sono anche quelli che arricchiscono le sale di importanti Musei sparsi nel mondo (Copenhagen, il Louvre, il British Museum, Philadelphia, Chicago, Washington…).
Nel 2012 nasce il Museo Archeologico Virtuale di Narce (MAVNA), un progetto speciale e contemporaneo che, oltre ad una piccola collezione archeologica, frutto di rinvenimenti sporadici, aspira ad ospitare le ricostruzioni virtuali dei materiali dispersi nel mondo. Un modo per far “vivere” le origini del mito.

Ne parliamo con Orlando Cerasuolo, archeologo e direttore del Museo di Mazzano.

Il MAVNA è un museo virtuale, ma inizamo con una domanda semplice: che cosa è un museo virtuale?

Il museo virtuale è la naturale evoluzione del museo del Novecento e la situazione di difficoltà dovuta all’attuale crisi pandemica sta soltanto accelerando la svolta digitale che il mondo dei musei dovrá sempre piú affrontare nel futuro. Un museo virtuale è un contenitore digitale, tipicamente un sito web o un’app,  in cui gli utenti possono fruire di contenuti multimediali (video, audio, testi, modelli 3D, giochi, etc.), tramite supporti personali (smartphone, tablets, smart TV, etc.), usati nella sede del museo o da remoto. A seconda dei casi le modalità di fruizione posso essere predefinite dall’istituzione che ha realizzato il prodotto o liberamente personalizzabili dall’utente che può quindi in qualche modo costruirsi il proprio percorso di “visita” virtuale, di scoperta, di apprendimento, selezionando i temi che piú lo interessano e il grado di approfondimento che vuole raggiungere.

I punti di forza di un museo virtuale sono soprattutto nella capacitá di coinvolgimento del pubblico (che può avvenire 7 giorni su 7, 24 ore su 24), nella possibilitá di implementare l’offerta formativa (ad esempio con servizi concepiti per differenti tipologie di visitatore o in differenti lingue), nel suo continuo aggiornamento e nella possibilità di raggiungere un numero maggiore di utenti (ad esempio quelli che non possono venire a visitare un museo, come succede ora). Inoltre allestire una mostra virtuale ha in genere costi minori rispetto ad un allestimento tradizionale, soprattutto per il fatto che non comporta l’esposizione di oggetti fisici per i quali normalmente bisogna pagare restauri, assicurazioni, trasporti, speciali condizioni di conservazione etc.

Ma un museo virtuale è anche difficile e impegnativo da realizzare, deve essere sempre aggiornato in base all’evoluzione dei dispositivi, dei software e dell’uso della tecnologia da parte delle nuove generazioni. E come tutte le cose, per raggiungere un livello di qualità un museo virtuale richiede finanziamenti e professionalità.

Il museo virtuale non è un’alternativa al museo tradizionale, anzi, nella maggior parte dei casi i musei tradizionali realizzano una loro versione virtuale, integrando quindi il museo come luogo fisico con le potenzialitá delle tecnologie virtuali. Anche se alcuni specialisti un po’ conservatori ancora pensano il contrario, i dati di recenti studi confermano che la presenza online dei musei oltre a sviluppare e mantenere alti interesse e curiositá, permettono anche di aumentare il numero di visitatori che si recano dal vivo nei musei.

Veniamo allora a Mazzano, come il MAVNA svolge la sua funzione di museo virtuale?

Nel progetto originario di Jacopo Tabolli, ideatore e primo direttore del MAVNA, il museo avrebbe dovuto mostrare al pubblico la ricchezza del patrimonio archeologico della città falisca di Narce andato disperso in vari musei d’Italia e del mondo. Per fare questo avrebbe dovuto ottenere dai diversi musei documentazione relativa agli oggetti in loro possesso (fotografie, video, modelli 3D, repliche), in qualche modo creando un ritorno “virtuale” di tale patrimonio proprio al territorio di provenienza. Come si può immaginare l’operazione era abbastanza ambiziosa e di fatto, per vari motivi, non tutti i musei hanno collaborato.

Nonostante ciò il MAVNA ha aperto i battenti e ha da subito destato l’interesse del pubblico e degli specialisti. Anzi, proprio l’apertura del Museo è stato motivo di orgoglio della popolazione di Mazzano Romano e di Calcata e alcuni hanno addirittura consegnato al nuovo museo alcuni reperti archeologici in loro possesso. In questa maniera il MAVNA si è trasforamto in un museo in qualche modo “ibrido”, con una componente virtuale e una componente tradizionale, di oggetti veri esposti nelle vetrine.

Se in parte l’idea originaria è stata ridimensionata, il MAVNA, nei locali del museo, sul sito web, sul canale YouTube e sui social, continua oggi a costituire un centro di documentazione digitale e divulgazione del patrimonio archeologico del territorio, non limitandosi solamente al periodo falisco, ma cercando di coprire tutta la storia, dalla Preistoria al Medioevo. Certo c’è ancora moltissimo da fare e i problemi, soprattutto di budget, non mancano!

Il Museo è dedicato ad una civiltà italica più antica di Roma che sembra avesse, in comune con i primi Etruschi, una importante ritualità legata a divinità femminili. Ci può raccontare quali sono i segreti e i misteri di questi culti femminili e il ruolo delle donne di Narce?

Il MAVNA è primariamente dedicato all’archeologia di Narce, che è la città più meridionale dei Falisci, una civiltà dell’Italia preromana imparentata con i Latini e in stretto legame con gli Etruschi. In effetti Narce è soprattutto nota per le ricche tombe, che si datano tra l’età del Ferro e il III secolo a.C., e per il santuario di Monte Li Santi-Le Rote.

Il santuario è stato scavato per molti anni dalla Soprintendenza e ha restituito importanti ritrovamenti relativi a diverse attività religiose, che oggi si possono in parte vedere al Museo di civita Castellana e al MAVNA. La parte meglio documentata è proprio relativa ad un edificio a piú ambienti, in uso dal VI al II secolo a.C. e destinato a culti di ambito femminile. Le donne di Narce offrivano qui alimenti, vasi, strumenti, monete, ex-voto in forma di parti del corpo, modelli in ceramica di volti o di bambini in fasce e altre statuette. Le cerimonie rituali sembrano inquadrabili nell’ambito di riti di passaggio e riti propiziatori per i matrimoni, il parto e l’infanzia.

In particolare i riti di passaggio mostrano l‘importanza della donna nella società di Narce e l’esistenza di ruoli femminili formalizzati, come la distinzione tra fanciulle, giovani e donne mature evidentemente con compiti e prerogative diversificati. Che le donne di Narce fossero importanti ce lo mostrano anche i corredi delle tombe che spesso mostrano ricche parure di gioielli in metallo prezioso e talvolta altri oggetti di status, come il carro da parata.

Quali erano le dee locali? Che caratteristiche avevano?

Per quanto possiamo capire dal regime delle offerte e delle iscrizioni rinvennute nell’edificio principale del santuario de Le Rote la divinità venerata era femminile e a seconda delle diverse fasi di frequentazione essa assume i caratteri di Demetra (anche in associazione con la figlia Persefone), Minerva Maia e Fortuna. In ogni caso sono divinitá principalmente legate alla sfera della protezione della famiglia, della prole e della salute della donna. Per informazioni piú dettagliate chi è interessato puó consultare le pubblicazioni della dott.ssa Maria Anna De Lucia, che ha diretto gli scavi.

Fra i reperti e i manufatti archeologici presenti a Mazzano quelli probabilmente più emozionanti sono le maschere. Ci può raccontare di queste terracotte? Erano ex voto? Offerte votive?

Le maschere riscuotono grande successo tra i nostri visitatori. Sono oggetti in ceramica, realizzati a stampo e poi rifinite a mano (e talvolta dipinte). Sono oggetti standardizzati, ma resi unici dai dettagli. Non sono delle vere e proprie maschere, in quanto mancando i fori per gli occhi non erano concepite per essere indossate. Esse rappresentano volti  di donne, di giovani donne con lineamenti morbidi. Sono state trovate in gran numero (in un caso oltre 70) seppellite intenzionalmente all’interno di fosse nel terreno.

Qual è il loro significato? Non è facile dirlo con gli strumenti dell’archeologia, ma si possono fare alcune ipotesi. La deposizione delle maschere è il risultato di una cerimonia collettiva, in cui giovani donne depongono ciascuna una maschera. Le donne sono probabilmente accumunate da qualcosa: hanno la stessa età, o appartengono ad una stessa congregazione, hanno verosimilmente lo stesso ruolo o status all’interno della comunità. Durante la cerimonia, ovviamente associata a musiche, danze, versi, preghiere e altre liturgie, le donne depongono nella terra le maschere, i simulacri di loro stesse, i loro volti.  E con questo gesto è come se indicassero: “Ecco, questa ero io ieri, prima di adesso, e questa identità la lascio qui, a te Demetra. Ora io, senza maschera, sono una nuova persona e sono pronta per esserlo”. In qualche modo potrebbe trattarsi di una sorta di materializzazione del sé, in funzione del cambiamento, del passaggio ad un nuovo status (per questo si parla di “riti di passaggio”. E questo nuovo status potrebbe coincidere con l’età da matrimonio, con il primo ciclo e l’inizio della fertilitá, con l’ingresso nella congregazione, o ancora altri momenti cruciali nella vita sociale di una donna antica.

Quanto è stretto il rapporto del Museo con il territorio, chi è il visitatore del MAVNA?

Il MAVNA è visitato in primo luogo dai cittadini di Mazzano e di Calcata, e in particolare dai bambini delle scuole elementari e medie che talvolta vengono di pomeriggio a studiare e fare i compiti al Museo, dato che la biblioteca non è sempre aperta. Anche gli escursionisti che frequentano il Parco della Valle del Treja e i pellegrini della Francigena ci vengono a trovare, singolarmente e in gruppi. Tra questi una parte non indifferente è costituita da stranieri, che in alcuni casi trascorrono le vacanze a Mazzano. Infine molte persone ci scoprono grazie alle numerose conferenze che organizziamo, a cui associamo sempre un aperitivo serale nelle sale del Museo. La maggior parte dei visitatori non sono specialisti del settore, ma persone interessate di archeologia e curiose della storia del territorio.

Il MAVNA è il museo di riferimento dei comuni di Mazzano Romano, Calcata, Faleria, Rignano Flaminio e Magliano Romano, ma data l’assenza di altri musei nella zona serve direttamente anche Monterosi e Sant’Oreste, raggiungendo quindi un bacino di utenza territoriale di circa 200 km quadrati e quasi 20.000 residenti. Ovviamente la nostra attenzione particolare è nei comuni più vicini, ma in tutto questo comparto i Museo cerca di mettere in atto progetti culturali che diffondano la conoscenza e la conserazione del patrimonio archeologico dell’area e favoriscano il senso di appartenenza della cittadinanza e lo sviluppo di un turismo sensibile, soprattutto tramite la collaborazione con altri istituzioni culturali. È infatti una nostra prerogativa quella di cercare di sviluppare la crescita reti e sistemi territoriali, legati ai temi della storia, della cultura, dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile.

Ci parli dei progetti educativi e di valorizzazione che il Museo di Mazzano Romano ha proposto negli ultimi anni.

Come accennato il museo contribuisce in maniera significativa alla offerta culturale di un piccolo paese come Mazzano Romano e dei comuni limitrofi e propone mostre, conferenze ed escursioni, ma anche campagne di pulizia e di documentazione del patrimonio archeologico e storico del territorio, nonché pubblicazioni divulgative e scientifiche. Benché il MAVNA sia un museo archeologico dedicato al periodo falisco le nostre attività non si limitano a questo settore. E qui mi fa piacere citare due esempi di progetti che abbiamo realizzato. Nel 2017, avendo riscontrato che nel portale cartografico molto utilizzato di Google (Google Maps) il borgo storico di Mazzano non era rappresentato -e quindi di fatto per molti inesistente!-, ho organizzato un workshop gratuito e aperto alla cittadinanza durante il quale abbiamo mappato con precisione tutti gli edifici del borgo e i servizi per i visitatori (fontanelle, fermate dell’autobus, servizi comerciali, etc.), utilizzando il software opensource di OpenStreeMap. Il risultato non è stato soltanto quello di aumentare la visibilità di Mazzano coinvolgendo direttamente la cittadinanza, ma dopo circa un anno anche Google ha inserito il borgo di Mazzano nelle sue mappe!

Nel 2018 e nel 2019 invece abbiamo allestito un workshop internazionale di architettura e urbanistica, denominato “Mazzano Places”, con importanti partner, quali la Aalto University, la Estonian Academy of Art, la Tampere University e la Fondazione Väinö Tanner, che hanno permesso di far arrivare a Mazzano da tutto il mondo decine di studenti. Questi bravissimi ragazzi hanno trascorso un soggiorno di dieci giorni  a Mazzano, durante il quale hanno analizzato i problemi del paese dal punto di vista urbanistico, hanno parlato con i residenti, con gli amministratori, con gli architetti del posto, con i cittadini piú attivi, e alla fine hanno presentato pubblicamente sette progetti per migliorare la viabilitá, i servizi, la qualitá della vita, la visibilitá di Mazzano. Alcuni di questi progetti sono stati poi alla base di itnerventi realizzati dal Comune, dimostrando ancora una volta come mettendo insieme le forze sia possibile migliorare anche in nostri centri piú piccoli.

I progetti fatti sono tanti e diversi. Un buon modo per rendersi conto delle attivitá svolte finora, come pure per tenersi aggiornati sulle iniziative in corso è quello di iscriversi al canale YouTube del MAVNA oppure consultare il nostro sito web.

Come nascono questi progetti, con quale sostegno economico si sviluppano e come sono vissuti dal territorio?

La gestione ordinaria del museo è garantita dal Comune di Mazzano Romano. Grazie al fatto che il MAVNA rientra nell’Organizzazione Museale Regionale e in forza della sua inclusione nel Sistema Museale MANEAT, abbiamo negli anni passati ricevuto importanti finanziamenti dalla Regione Lazio. Altri contributi sono venuti negli anni dalle agenzie di Sacrofano e di Mazzano Romano della Banca di Credito Cooperativo di Roma. Tutte le attivitá che vengono realizzate sono rese possibili dall’Associazione Amici del MAVNA, con la quale organiziamo iniziative di autofinanziamento (ad esempio la stampa di un calendario archeologico molto apprezzato da chi ci conosce).

A parte gli aspetti economici, le attività del MAVNA nascono sia da esigenze di tipo scientifico, che da una costante apertura verso il territorio e dall’ascolto delle istanze locali, soprattutto nel dialogo con le componenti piú attive, siano esse gli amministratori, la scuola, le associazioni, gli esercenti o i visitatori. Tutte le attività vengono condotte con rigore scientifico e in collaborazione con la Sorpintendenza competente, cercando di tenere a mente le potenziali ricadute sul territorio. Grazie a questo approccio le iniziative del MAVNA sono in genere accolte con grande entusiasmo.

Sappiamo che il Museo ha preparato un progetto per un “nuovo” MAVNA. Qual è l’idea principale e come questo potrebbe trasformare il rapporto con il territorio?

Gli spazi a disposizione del Museo sono attualmente limitati, ma esiste la possibilita di raddoppiare l’estensione del MAVNA includendo dei locali adiacenti. Ovviamente saremo in grado di realizzare questo sogno solo se sapremo ottenere dei finanziamenti adeguati. Ma l’idea progettuale del nuovo MAVNA puó essere sintetizzata cosí. Vogliamo ampliare la componente virtuale dell’esposizione e integrare nuove modalità di visita da remoto per aumentare i nostri visitatori; vogliamo includere tutti gli altri periodi storici significativi per il territorio, dalla preistoria al fondamentale periodo dei castelli medievali, per rappresentare la complessità del paesaggio storico; vogliamo includere i principali servizi di accoglienza per rendere agevole la visita, dal guardaroba alla caffetteria, dalla postazione di ricarica per le biciclette elettrice all’angolo per i selfie; vogliamo integrare funzioni informative e turistiche per arricchire il museo come luogo di incontro e di promozione di tutto il territorio. Immaginiamo quindi un museo che coinvolga e fidelizzi il visitatore mettendo in mostra le incredibili ricchezze del nostro territorio.

Isabella Moroni

Isabella Moroni

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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