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Roma Fringe Festival. Le città invisibili. E poi i topi ed il vuoto.

di Isabella Moroni

roma-fringe-festival-2015Roma. Giardini di Castel S. Angelo.
Alle 22 è in programma Le Città Invisibili, una lettura tratta dal libro di Italo Calvino, nel trentennale della sua morte, curata e interpretata da Tiziano Panici e sonorizzata dalle musiche, eseguite da vivo da Giovanni Di Giandomenico e Francesco Leineri, proposta dal Teatro Argot Studio.

Quest’anno ai giardini di Castel S. Angelo si svolge il Roma Fringe Festival (della cui programmazione fa parte lo spettacolo) unitamente ad un progetto un po’ vago, RomExpo, che vorrebbe, nelle sue intenzioni, rappresentare il punto di contatto romano per le delegazioni straniere che vengono a visitare l’Expo e da Milano si spingono anche a Roma. Un progetto nato in collaborazione con le ambasciate, dicono nelle loro dichiarazioni d’intenti gli organizzatori.

Ma in questa domenica sera non c’è traccia nè di ambasciate, nè di delegazioni e tanto meno di quella narrazione istituzionale che da qualche tempo corre sui social network e racconta la manifestazione come un delirio di movimento: un teatro dentro il teatro, viali pieni di artisti e pubblico che si mescolano, si scambiano, interagiscono davanti agli stand che offrono sapori e profumi di ogni dove.
I giardini sono deserti.
Quattro tappeti finto persiani accolgono i visitatori all’ingresso, per metà buttati sulla scalinata e metà nella polvere del vialetto ai cui lati, senza altra illuminazione che quella interna agli stand, vivacchiano una porchetteria con davanti due soli tavolini, una gelateria sofferente, alcune botteghe di artigianato marocchino, lo stand di una casa editrice. Passati gli archi bassi del Passetto si entra nel regno del Fringe Festival: lungo i viali un bar con le poltrone sfondate (come va di moda) e dodici stand a gruppi di tre quasi tutti chiusi o vuoti.

I tre palchi, dove a rotazione vengono proposti gli spettacoli (a pagamento), sono posizionati nella parte bassa dei giardini. Poca illuminazione e tanti topi di tutte le dimensioni e di tutti i colori che scorrazzano fra il parco giochi e i vialetti, fra le panchine e i praticelli fino ad invadere camerini e sottopalco.

Mancano dieci minuti alle 22 e gli interpreti dello spettacolo precedente stanno, con comodo, lasciando camerini e platea assieme ai loro fans.
Le due tecniche luci (a Roma le chiamano luciarole) s’affannano con le loro scale sull’americana per il puntamento dei fari ed il cambio delle gelatine mentre il tecnico del suono tenta, senza grosso successo, di armonizzare i gracchii che provengono dalle casse.
Il pubblico, che ormai ha preso posto occupando quasi tutta la platea, assiste a siparietti inaspettati di gelatine rubate, battibecchi e rimproveri, colori sbagliati e suoni sgraziati.
Intanto l’attore e il musicista salgono sul palco e, per fare la prova microfono, decidono di leggere l’introduzione allo spettacolo dalla quale (fra un’interruzione ed un rimando con il direttore di scena) si viene a scoprire che la scelta dell’adattamento è stata quella di leggere solo i nove dialoghi fra il Gran Khan e Marco Polo, tralasciando i racconti delle 55 città, perché questi dialoghi rappresenterebbero -secondo gli autori- il fil rouge dell’intero libro.
E pensare che Calvino aveva immaginato 55 luoghi simbolici dalle caratteristiche così reali da rappresentare l’anima dell’umanità con i suoi desideri, difetti, piaceri, brutture… E a noi cosa viene dato di tutto questo lavoro fantastico? Descrizioni di poco più di una pagina di presunti luoghi, politiche e onestà.
Un po’ poco, direi.

Lo spettacolo ha inizio senza neanche quel momento di buio che permette allo spettatore di sospendere il suo rapporto con la realtà ed entrare nel mondo magico del teatro.

Le prime parole, anche se pronunciate con la bocca nel microfono, non si sentono neanche dalla seconda fila, poi probabilmente il fonico prende un’iniziativa personale ed alza i volumi ed allora tutto diventa più chiaro, ma lo spettacolo non riesce a convincere: la dizione, la poca dimestichezza nel tenere la scena e l’inconsistenza del testo, non vengono risolti dal tentativo di una recitazione che vorrebbe essere coinvolgente e onirica, ma risulta acerba.
Una lettura teatralizzata ha bisogno di voce, semplicità e concentrazione. Se mancano tutte e tre, è difficile gustarla.

Tornando indietro cercando di evitare la comunità di roditori che, grazie al buio, sembra essersi infoltita, noto che la casa editrice Graphofeel sta sbaraccando e mi fermo a parlare con loro: il famoso movimento vitale di cui si è tanto parlato è durato pochissimi giorni. Dopo è subentrato questo nulla. Niente RomExpo, poca gente che passeggia, le attività commerciali sono pressochè deserte mentre gli spettatori, che pure partecipano in gran numero, condividono platee e parterre con le pantegane d’oltretevere.

 

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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